L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 16 maggio 2015

Grecia, gli euroimbecilli vogliono umiliare il popolo e i suoi rappresentanti

Grecia: ultimo round con Ue tra rischi di default e tentativi di compromesso che non risolve

di Giuseppe Bertoncello Grecia: ultimo round con Ue tra rischi di default e tentativi di compromesso che non risolve (Il Ghirlandaio) Roma, 15 mag. - L’ennesimo vertice dei ministri finanziari è arrivato, lunedì 11 maggio, e se n’è andato senza che il confronto tra Grecia e partner europei abbia segnato alcun vero passo avanti. Sui punti del contendere – stretta sulle pensioni, liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazioni – le parti sono lontane oggi come lo erano a febbraio, quando la trattativa è iniziata. L’alternarsi delle tattiche negoziali, tra irrigidimenti e rapprochements, non ha intaccato la sostanza, che vede le controparti schierate in difesa di visioni contrapposte. Martedì 12, poi, gli effetti dell’impasse si sono fatti evidenti quando il governo greco ha saldato debiti in scadenza con il Fondo monetario internazionale in un modo che, anziché rassicurare, ha di fatto dato il via al conto alla rovescia verso la bancarotta: per pagare i 750 milioni di euro, la Grecia ha svuotato un conto di riserva presso lo stesso Fmi, di fatto ottenendo un prestito che andrà restituito entro un mese appena. Di positivo c’è che il Fmi ha autorizzato l’operazione; di negativo che l’escamotage conferma come il paese ellenico si trovi finanziariamente alla canna del gas.
A molti autorevoli osservatori esterni risulta difficile cogliere lumi di ragionevolezza nella piega prima punitiva, poi dilatoria e in fin dei conti rovinosa impressa dall’Europa, sin dal primo “salvataggio” del 2010, ai rapporti con la Grecia. Istruttivo è il punto di vista di Mohamed El-Erian, ex-Ceo di Pimco, capo dei consulenti economici del gruppo Allianz, contributing editor del Financial Times e consigliere del presidente americano Obama. In un commento su Bloomberg View, El-Erian ha sostenuto come una soluzione equilibrata dovrebbe comprendere “riforme interne da parte del governo greco, un taglio più deciso al debito da parte dei creditori, e una revisione delle misure di austerità fiscale in senso più favorevole alla crescita.” Purtroppo, ha aggiunto El-Erian, “la probabilità che questo accada mi pare molto bassa, non superiore al 5%”, mentre col passare delle settimane non fa che aumentare il rischio di un “Graccident” – ossia dell’accidentale innescarsi di un default greco, che potrebbe compromettere la stabilità dell’eurozona e del sistema monetario internazionale così come il futuro della Grecia in Europa.
Le avances di Putin e il veto di Obama
Le opinioni di El-Erian – esponente di punta dell’establishment economico-finanziario occidentale – lasciano intravedere come, nello scontro tra governo di sinistra greco e “consenso di Berlino” dominante nella zona euro, ci sia anche un secondo fronte aperto – di natura geopolitica – che vede due altri giocatori coinvolti: l’America di Obama e la Russia di Putin. In questi mesi, Obama ha fatto trasparire a più riprese una certa vicinanza alle richieste di Atene, ricevendo tra l’altro alla Casa Bianca il ministro delle finanze Varoufakis. Riduzione del debito e aggiustamento delle riforme in senso più espansivo – gli elementi di un ragionevole compromesso evidenziati da El-Erian – costituiscono anche tratti di contiguità tra l’approccio americano alla crisi dell’eurozona e il programma di Syriza. Ma c’è un altro motivo per cui l’America guarda alla Grecia con un misto di interesse e preoccupazione. Lo strangolamento finanziario – o waterboarding fiscale, come Varoufakis l’ha definito - è stato il metodo usato dall’Europa per fare espiare alla Grecia, in un primo momento, i suoi peccati di bilancio, e poi, più di recente, per forzare la mano al governo di Syriza e costringerlo a rinnegare l’“eterodossa” posizione politica. Ritrovatasi all’angolo, gravata di debiti, incapace di realizzare gli impegni elettorali, con i soldi ridotti al contagocce e il paese al collasso, Atene ha cominciato a flirtare con le avances provenienti da Mosca: promesse di aiuti finanziari in cambio dell’appoggio al “Turkish stream”, il progetto di gasdotto lanciato da Putin per isolare l’Ucraina, dividere l’Europa e, di fatto, farsi beffe delle sanzioni occidentali – fortemente volute da Obama.
Fonti vicine al governo Tsipras, riprese dalla stampa britannica, hanno riferito in questi giorni che l’amministrazione americana avrebbe ingiunto ad Atene, con toni ultimativi, di ignorare le sirene moscovite. Il ministro del Tesoro, Jacob Lew, avrebbe usato espressioni forti: “Sarete lasciati cadere come un sasso”. A inquietare l’amministrazione americana è il rischio di un indebolimento del fronte mediterraneo della Nato. Già la Turchia, sotto Erdogan, ha assunto posizioni ambigue e meno allineate. Un defilarsi della Grecia renderebbe l’Alleanza atlantica ancora più vulnerabile in una fase di crescenti tensioni sia con la Russia che nello scacchiere mediorientale.
Default o compromesso che non risolve?
Forse per questo moltiplicarsi di sfide a carico di una Grecia “vaso di coccio tra vasi di ferro”, un Varoufakis mai diplomatico si è lasciato scappare – in un improvvisato scambio di battute alla presenza di giornalisti - espressioni dubbiose sulla tenuta del governo Tsipras. “Chissà se a gennaio saremo ancora qui,” ha detto a un’addetta alle pulizie del ministero delle finanze, che chiedeva rassicurazioni sulla stabilità del proprio posto di lavoro anche per l’anno a venire. I sondaggi dicono che nuove elezioni in Grecia avrebbero oggi esiti simili a quelli dello scorso gennaio, quando Syriza è salita al potere. Ma la luna di miele con gli elettori è tramontata, e le difficoltà negoziali del governo sono seguite dall’opinione pubblica tra apprensioni e disillusioni montanti. L’incertezza sta producendo una debilitante e potenzialmente catastrofica fuga di depositi da un sistema bancario che sopravvive grazie alla liquidità di emergenza fornita dalla banca centrale, mentre l’attività economica – implosa di un quarto nell’ultimo quinquennio – continua a boccheggiare. Il Pil, secondo dati provvisori, è sceso dello 0,2% nel primo trimestre di quest’anno dopo una flessione dello 0,4% nell’ultimo trimestre del 2014. La Commissione europea, che a inizio anno ancora prevedeva (o forse, meglio, si augurava) una sensibile ripresa nel 2015, ha rivisto le sue stime da +2,5% a un modesto – e assai aleatorio - +0,5%.
Su un solo punto, finora, i governi europei, che assieme al Fmi e alla Bce vantano crediti per quasi 250 miliardi di euro, si sono dimostrati disponibili a trattare: gli irrealistici obiettivi di consolidamento fiscale, imposti col secondo “salvataggio” del 2012, potranno essere allentati. Anziché puntare a un avanzo di bilancio, al netto delle spese per interessi, del 4,5% nel 2016, alla Grecia viene ora chiesto di mirare a un surplus dell’1% quest’anno e del 2% l’anno prossimo, introducendo da subito nuovi tagli per circa tre miliardi di euro. Si tratta pur sempre di austerità imposta a un paese allo stremo, ma in forme “light” a cui il governo di Atene, in linea di principio, non si oppone. È sulla composizione delle riduzioni di spesa che il conflitto non sembra appianabile, con gli Europei determinati a umiliare Atene sui fronti delle politiche del lavoro e del welfare – politicamente ultrasensibili per un’amministrazione di sinistra.

Tra tante trappole e strettoie, in un clima malmostoso di reciproca sfiducia, Grecia e partner europei restano avvinghiati in un negoziato in cui le scadenze ormai incombono. A giugno Atene dovrà versare un altro miliardo e mezzo di euro al Fmi, e a questo punto è chiaro che i soldi non ci sono. Il default nei confronti di un creditore privilegiato come il Fmi farebbe scattare altri default a cascata nonché l’interruzione dell’assistenza della Bce al sistema bancario ellenico. La Grecia si troverebbe costretta a introdurre controlli sui movimenti di capitale e una valuta parallela per far fronte ai pagamenti di stipendi e pensioni. Non si tratterebbe ancora di un’uscita formale dall’euro – che i Greci di sicuro non vogliono e gli Europei forse neppure - ma ne sarebbe l’anticamera. L’alternativa è che un accordo – pur lontano da quelle condizioni “ragionevoli” proposte da El-Erian - si trovi non oltre la fine di maggio, così da consentire l’esborso di quell’ultima tranche di aiuti da 7 miliardi di euro, che i creditori avevano promesso ma hanno poi trattenuto vista la refrattarietà del nuovo governo greco a procedere sulle orme di quello precedente.
Atene, come va ripetendo Varoufakis, chiede un onorevole compromesso “a metà strada”. Gli Europei, decisi a non consentire eccezioni che possano minare il “consenso di Berlino” - impastato di austerità, tagli al welfare e supremazia dei creditori - sembrano convinti di poter imporre una resa. Per qualche settimana ci si muoverà dunque, ancora, sul filo sottile che separa uno scenario di crisi finanziaria conclamata da uno di sostanziale riflusso in uno status quo inadatto ad avviare la catastrofe ellenica verso una reale soluzione. Come scrive El-Erian, l’impressione è che manchi la capacità di venire a capo di “una crisi che sta provocando un’enorme tragedia umana in Grecia e che al tempo stesso erode la credibilità delle istituzioni europee".

http://www.ilghirlandaio.com/copertine/129730/grecia-ultimo-round-con-ue-tra-rischi-di-default-e-tentativi-di-compromesso-che-non-risolve/

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