L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 maggio 2015

il governo Renzi non ha cultura politica, deve andare a casa e fare ripetizioni

Un Paese ci vuole? La stizza di 16 grandi vecchi contro l'Italia renziana

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CAMILLERI
Se i quarantenni si sono presi il potere - come è normale che sia - brandendo la brutta parola "rottamazione" come una clava nei confronti delle generazioni precedenti, non potranno mai vivere in quel Paese colto, curioso, libero e pieno di fermento che hanno vissuto loro. Lo pensano, chi più chi meno in maniera esplicita, i sedici grandi saggi - appartenenti a una certa élite culturale, civica e imprenditoriale italiana - intervistati dalla giornalista Silvia Truzzi per il Fatto Quotidiano. Interviste ora raccolte in un libro da titolo Un paese ci vuole edito da Longanesi. Un fastidio contro la nuova classe dirigente che percepiscono grossolana e senza un'idea di Paese. Mentre loro hanno toccato con mano la ricostruzione dell'Italia alla fine del fascismo prima e la crescita della Repubblica dopo.
I grandi vecchi - e il vecchio in questo caso è un valore per la memoria lucida che conservano di una certa Italia - sono Andrea Camilleri, Luciana Castellina, Guido Ceronetti, Pietro Citati, Gherardo Colombo, Massimo Fini, Vittorio Gregotti, Claudio Magris, Dacia Maraini, Piergaetano Marchetti, Piero Ottone, Giampaolo Pansa, Stefano Rodotà, Giovanni Sartori, Emanuele Severino, Gustavo Zagrebelsky.
Ma cosa manca oggi, o meglio cosa si è perso o addirittura cosa è peggiorato, in quel "paese che serve", come scriveva Cesare Pavese ne "La luna e i falò" a cui si è ispirata Truzzi per il titolo del suo libro. Cominciamo dalla cultura e, di conseguenza, dall'ignoranza. E tanta colpa sta nella borghesia. Lo scrittore e professore Claudio Magris, dal Caffè San Marco di Trieste dove usa lavorare, non ha dubbi: "Oggi la società italiana è sempre più una pappa gelatinosa - spiega -, una specie di Lumpenbourgeoisie, di borghesia intellettualmente pezzente anche quando è benestante, che non ha nulla a che vedere con la borghesia classica". Un mondo culturale che ha smarrito anche la grande letteratura: "Ormai - afferma il critico Pietro Citati - le librerie e le classifiche sono intasate per lo più di robaccia".
Tale smarrimento culturale ha colpito inevitabilmente anche la classe politica. Dice il presidente emerito della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky: "La classe dirigente - intendo coloro che che stanno nelle istituzioni, a tutti i livelli - è decaduta a un livello culturale imbarazzante". La ragione secondo il giurista è semplice: "Di cultura politica la gestione del potere per il potere non ha bisogno. Sarebbe non solo superflua, ma addirittura incompatibile, contraddittoria". E poi arriva il paragone, lapidario, con i politici che hanno guidato la ricostruzione dell'Italia: "Parri, Nenni, De Gasperi, Einaudi, Togliatti, per esempio - afferma Zagrebelsky -. Se li mettiamo insieme non è perché avessero le stesse idee, ma perché ne avevano, e le idee davano un senso politico alla loro azione".
Dalla mancanza di cultura e di senso civico il passo verso il menefreghismo e la maleducazione è breve. A ricordarcelo è il giornalista Massimo Fini, senza giri di parole, come sua abitudine: "Siamo un paese maleducato - afferma -. Le persone si fanno continuamente sgarbi senza neanche rendersene conto, non esiste il rispetto dell'altro". Secondo lo scrittore Andrea Camilleri - che l'autrice ci ricorda va a trovare una volta all'anno - "la febbre è alta. Siamo in un momento di decadenza - dice il creatore di Montalbano -: la crisi della politica rappresenta la crisi della società".
In queste belle interviste - ognuna accompagnata da almeno una citazione di qualche grande romanziere o poeta, uno su tutti il Proust della Recherche - c'è tanto altro. Leggere il libro di Silvia Truzzi è sicuramente un'esperienza intellettuale per gli spunti che i protagonisti ci offrono. Ci sono ritratti formidabili delle antiche parrocchie politiche, di personaggi illustri visti da molto vicino, del mondo universitario terremotato dal '68 e poi dal '77, degli stravolgimenti della storia. Ma c'è anche una presa di distanza dal presente che nasconde qualche punta di snobismo e un po' di stizza verso la nuova generazione che senza chiedere permesso si è presa legittimamente il potere nel paese che, ci voglia o meno, nel bene e nel male, c'è già.

http://www.huffingtonpost.it/giacomo-galanti/stizza-grandi-vecchi-classe-dirigente_b_7349576.html

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