L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 maggio 2015

Il Quatitative Easing della Bce sposta una montagna di soldi sulle azioni creando un divario enorme con la sottoscritta realtà aziendale, crea bolla che dovrà essere assorbita o boom

Perché il «Qe» ha fatto salire (anziché scendere) i rendimenti di Italia e Spagna. Come si muoverà lo spread nei prossimi mesi?

Il 22 gennaio la Bce usciva allo scoperto annunciando i dettagli del primo quantitative easing della storia dell’Eurozona: un’operazione da oltre 1.000 miliardi. In quella data il rendimento dei BTp a 10 anni era all’1,56%, più basso di 50 punti rispetto a dicembre quando già si parlava di «Qe» e i mercati si erano iniziati a direzionare sulle aspettative della manovra di iniezione monetaria dell’istituto di Francoforte. Il rendimento ha continuato a scendere toccando un minimo all’1,12% l’11 marzo, ovvero due giorni dopo l’inizio degli acquisti di titoli di Stato dell’Eurozona al ritmo di 45 miliardi al mese.
Dopodiché i tassi hanno intrapreso un percorso al rialzo fino a portarsi al 2% (massimo di periodo registrato in chiusura il 25 maggio) e stabilizzarsi nelle ultime sedute poco sotto l’1,9%. Il rendimento dei BTp è quindi tornato a livelli pre-Qe. Stesso discorso per i tassi dei Bonos spagnoli. Hanno toccato un minimo di periodo l’11 marzo e poi sono tornati a risalire. Diversa la storia del Bund tedesco. Mentre i rendimenti di BTp e Bonos risalivano ad aprile il tasso del Bund continuava a scendere fino a toccare a fine aprile il minimo storico dello 0,04% (sempre restando sulla scadenza a 10 anni). Dopodiché è partita un’ondata violentissima di vendite proprio sul Bund che ha riportato il rendimento in alto, verso lo 0,8%. Ondata che ha colpito (seppur in modo violento) anche gli stessi Bonos e BTp che hanno visto così tornare i rendimenti sui livelli di inizio anno, più alti quindi rispetto a quando è stato prima annunciato (22 gennaio) e poi avviato (9 marzo) il Qe..
Si è verificato quindi un paradosso: il quantitative easing agisce in linea diretta sui titoli di Stato ma, a conti fatti, al di là di una fortissima volatilità, non ha avuto al momento l’effetto di ridurre i rendimenti dei bond governativi dell’Eurozona, in particolare della periferia, l’area che più di altre necessita di una manovra espansiva. Il «qe» ha smosso invece i canali finanziari indiretti, ovvero le Borse europee (in forte rialzo da inizio anno) e l’euro (svalutatosi nei confronti del dollaro).
A questo punto è lecito chiedersi se nei prossimi mesi il «qe» avrà effetti analoghi (ovvero continuerà a muovere le Borse in alto e l’euro all’ingiù) ma a riportare effetti sostanzialmenti neutrali sulla curva dei rendimenti dei bond dell’Eurozona o se invece il ribasso dei rendimenti visto nella prima parte del Qe (e poi neutralizzato dal violento ribilanciamento dei portafogli partito da fine aprile) potrebbe ritornare. In più, c’è da chiedersi se l’Italia supererà la Spagna nella sfida dei rendimenti tra BTp e Bonos visto che dopo la vittoria di Podemos alle ultime elezioni comunali i rendimenti spagnoli sono risaliti, avvicinandosi a quelli italiani in un aggancio (l’ennesimo da quanto è scoppiata la crisi dell’Eurozona) che pare ormai probabile. Ci sarà anche il sorpasso dei BTp (ovvero questi avranno rendimenti più bassi dei Bonos nei prossimi mesi?
Partiamo dal primo quesito. Come mai i rendimenti dei bond dell’Eurozona sono tornati ai livelli pre-Qe? C’è una risposta, e riguarda l’aumento dell’offerta di titoli che ne è seguito. Ovvero i governi hanno incrementato le emissioni. «L'offerta di obbligazioni sui mercati europei è stata certamente un fattore chiave nel determinare il recente calo dei prezzi (e il rialzo dei rendimenti, ndr). Nel tentativo di sfruttare i bassi tassi di interesse, i governi hanno inondato il mercato di titoli, esercitando pressioni sui tassi e provocandone il rialzo - spiega Raman Srivastava, gestore del fondo Bny Mellon euroland bond fund -. Tuttavia, ci stiamo avvicinando all'estate e nel mese di luglio l'offerta netta sui mercati obbligazionari è tradizionalmente negativa. Ci aspettiamo quindi che la sovrabbondanza di titoli si faccia più contenuta. La Banca Centrale Europea ha già lasciato intuire che modificherà il suo programma alla luce di questa previsione, incrementando gli acquisti di titoli a giugno e rinviando quelli previsti per luglio ai mesi di agosto e settembre. Pertanto, anche se le dinamiche dell'offerta si protrarranno ancora a lungo, non dovrebbero produrre nei prossimi mesi lo stesso effetto negativo sulle obbligazioni cui abbiamo assistito nel secondo trimestre del 2015».
Il motivo è tecnico anche secondo Jeanne Asseraf-Bitton, Head of Cross Asset Research – Lyxor am: «Tra i fattori tecnici in gioco, crediamo che i volumi delle emissioni di bond governativi nell'area euro abbiano avuto un ruolo chiave. Le emissioni governative al netto degli acquisti della BCE sono passate dai -40 miliardi di aprile ai +30 miliardi di maggio, attivando la recente correzione. Le gestioni sistematiche hanno amplificato il movimento, come testimoniato dai grandi volumi tradati sui future. Questo spiega perché il rendimento medio aggregato a 10 anni dell'Eurozona è salito ora a 1,6%, vicino a livelli dello scorso novembre, quando la Bce non aveva ancora annunciato il qe».
Si può spiegare quindi così il paradosso iniziale del «Qe», ovvero l’aver fatto salire Borse e svalutato l’euro ma aver avuto effetti neutrali sui rendimenti governativi? «Il punto sollevato è correto: il qe è una misura contraddittoria. Si comprano bond per stimolare l'economia e sconfiggere i rischi deflazionistici: nel momento in cui la manovra è giudicata credibile, in realtà i tassi iniziano a salire! In effetti, i fattori fondamentali di inflazione piu' alta e crescita piu' vivace spingono giustificano tassi più alti. In questo scenario di ripresa economica, le azioni danno buone soddisfazioni - spiega Marco Piersimoni, senior portfolio manager, di pictet asset management -. Quanto descritto, è coerente con le esperienze dei tre qe negli Usa. L'effetto principale del qe è sui tassi reali (in discesa) e sulle aspettative di inflazione (in salita): il risultato sui tassi nominali è incerto. Le azioni, invece, tendono a fare bene soprattutto nella fase di annuncio, ma il momentum prosegue anche durante l'implementazione. Uno dei fattori favorevoli all'azionario è anche l'indebolimento della valuta, che si osserva con buona regolarità durante i qe».

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-05-29/perche-qe-ha-fatto-salire-anziche-scendere-i-rendimenti-italia-e-spagna-come-si-muovera-spread-prossimi-mesi-115056.shtml?uuid=ABDDWkoD

Nessun commento:

Posta un commento