L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 29 maggio 2015

in Occidente le leggi elettorali sono assopigliatutto, ma la chiamano democrazia

Tarchi: «Legge elettorale,
giochi già fatti. E l’elettore diserta»

Il politologo e l’astensionismo: «Non ci sono solo delusi. Il Rossi-bis può scoraggiare chi è stanco di vedere che qui non cambia nulla, ma può motivare ex Pci-Pds-Ds che non vedono bene la svolta renziana»

di Claudio Bozza

FIRENZE - Domenica il voto delle Regionali, ma in pochi sembrano saperlo. Il premier Renzi è conscio che un forte astensionismo porterebbe ad una vittoria mutilata anche se i candidati Pd si affermeranno in 6 regioni su 7. Tanto da lanciare un appello: «Domenica non fate i bischeri e andate a votare, perché tante persone hanno dato la vita per acquisire questo diritto». 

Professor Marco Tarchi, politologo alla Cesare Alfieri, l’astensionismo dipende solo da fattori nazionali o c’è anche un aspetto locale, toscano? Andrà meglio o peggio rispetto alle altre Regioni?

«Il fenomeno dell’astensionismo travalica di gran lunga il contesto toscano. Nemmeno le formazioni di protesta di maggiore successo riescono ad arginarlo. Malgrado il Movimento Cinque Stelle, Syriza e Podemos, gli elettorati italiano, greco e spagnolo hanno fatto registrare diserzioni dalle urne fra il 35 e il 40 per cento. La delusione e la disaffezione nei confronti della politica si estende, anche perché si ha la sensazione che le decisioni che contano vengano prese altrove: negli ambienti economico-finanziari, soprattutto, o negli uffici di Bruxelles. In Toscana potrebbe pesare la certezza che la partita, come sempre, sia già segnata prima di aprirsi. Ma è difficile fare ipotesi sul confronto con altre regioni».

Quanto può pesare il senso di continuità rappresentato dalla presidenza Rossi?

«Molto, ma sia nel bene che nel male. Nel senso che può scoraggiare chi è stanco di vedere che, in questa regione, ben poco cambia da una legislatura all’altra, ma motivare al voto quella parte di elettorato ex-Pci-Pds-Ds che vede la svolta renziana con ben poco simpatia».
Conta anche la frammentazione del centrodestra diviso in tre-quattro pezzi?
«Al contrario. La differenziazione dell’offerta potrebbe attrarre un elettorato di per sé molto eterogeneo. Ad indurre i simpatizzanti del centrodestra a starsene a casa potrebbe essere semmai la scarsa combattività che i loro rappresentanti da molto tempo dimostrano nel loro ruolo fisso di oppositori. A livello locale, questa regione è sempre stata data per persa a priori da Berlusconi e dai suoi, che poco o nulla hanno fatto per riguadagnare terreno». 

Ha un ruolo anche la legge elettorale regionale pensata per un bipolarismo che è sparito del tutto?

«Tutte le leggi elettorali non puramente proporzionali inducono una parte degli elettori a non recarsi alle urne, perché ne frustrano le speranze di una corretta rappresentanza. I dati che sono stati registrati dal 1993 in poi in tutta Italia lo dimostrano. La normativa toscana non corregge questo dato di fatto. La tendenza a costruire sistemi elettorali che hanno un effetto da “asso pigliatutto”, squilibrando numericamente il peso dei perdenti rispetto ai vincenti, è uno dei fattori fondamentali della crescita delle astensioni, non solo nel nostro paese».
 
In Toscana saranno le prime elezioni in cui i candidati si contenderanno la poltrona con le preferenze, senza gli eletti decisi a tavolino. La politica ha svoltato troppo tardi o no?

«Se troppo, non so, ma tardi sicuramente. Lo strapotere degli apparati di partito nel decidere le candidature, in un periodo in cui la diffidenza nei confronti del ruolo dei partiti è dilagante, è stata da molti vista come l’ennesimo atto di arroganza, il tentativo sfacciato di difendere le antiche prerogative. La critica dei “nominati” è ormai moneta corrente nella pubblica opinione». 

Rossi è della sinistra Pd, ma strizza l’occhio a Renzi. Crede che questo profilo rischi di perdere i suoi elettori storici?

«Il problema di Rossi, da questo punto di vista, non è che il riflesso di quello di più di una delle componenti “di sinistra” del Pd a livello nazionale. Da quando Renzi ha vinto anche la partita per la presidenza del Consiglio, la voglia di opporsi alla sua svolta al centro si è molto infiacchita in buona parte dei suoi oppositori. Il Pd rimane forse l’unico partito italiano in cui, per molti dirigenti e rappresentanti, la politica è una professione a tempo indeterminato. È ovvio che ciò induca molti ad accomodamenti e a digestioni di rospi. A taluni dei suoi elettori tradizionali la cosa potrà dispiacere, ma a molti di loro regalerà, se non altro, un simulacro di continuità con una antica storia. È la logica bersaniana della fedeltà alla Ditta».

Sarà la prima volta del M5S in Regione, cabina di regia delle Grandi opere, cosa c’è da aspettarsi?

«Bisognerà vedere con quale forza i grillini approderanno a Palazzo Panciatichi. Se, cioè, saranno costretti a limitarsi a disturbare il manovratore e a far le pulci ai suoi conti, o se troveranno spazi e sponde per pesare davvero».

A Palazzo Chigi si sta preparando un rimpasto di governo. Sarà più o meno radicale, in base al risultato delle Regionali. In questo modo Renzi potrebbe puntare al monocolore Pd, evitando il voto nazionale. È una strategia corretta o no?

«Dipenderà da quanto peseranno, nelle urne, il Pd da un lato e i suoi alleati dall’altro. Un ulteriore ridimensionamento del già piccolo Ncd potrebbe lasciare a Renzi mani ancora più libere, ma non potere addebitare ad altri la responsabilità di eventuali ritardi o passi falsi dell’azione governativa è un fattore di rischio, non un punto di forza. E su Renzi già pesa l’accusa di voler essere l’uomo solo (anche se attorniato da un nugolo di gregari) al comando…».

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