L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 14 maggio 2015

la crisi economica 2007/08, che ancora viviamo ha mandato in soffitta la Globalizzazione

Verso il tramonto della globalizzazione?

A farlo pensare è il pericolo di una nuova guerra fredda più che il rallentamento della crescita del commercio internazionale

Il processo di integrazione dell’economia mondiale comincia a segnare il passo. Il ritmo di espansione del commercio internazionale sta infatti visibilmente rallentando. Dopo la crisi finanziaria del 2008 lo sviluppo degli scambi commerciale ha infatti solo tenuto il passo dell’economia mondiale. Un’evoluzione ben più modesta del tasso dei decenni precedenti, quando il volume del commercio internazionale si sviluppava ad un ritmo doppio di quello della crescita economica. Questo ridimensionamento è dovuto certamente a molti fattori. Tra questi primeggiano la crescita modesta dei Paesi industrializzati, che hanno assorbito meno prodotti della Cina e degli altri Paesi emergenti; le innovazioni tecnologiche, che hanno reso molto più efficienti, molte produzioni dei Paesi occidentali e che quindi hanno favorito il rimpatrio di molte attività prima de localizzate nei Paesi a bassi salari e anche, molto probabilmente, l’aumento dei salari e quindi dei costi di produzione in Cina, che non è più un Paese a bassi salari, e in molti Paesi emergenti.
Se questa è la fotografia della situazione attuale, sulle prospettive della globalizzazione pesa il ritorno prepotente alla ribalta della geopolitica che ha già mandato in frantumi l’idea idilliaca di un mondo governato da regole simili, sempre più interdipendente dal punto di vista commerciale ed economico. Insomma, un mondo sempre più piccolo. A svegliare l’umanità da questo sogno, sono i sempre più chiari segnali che ci stiamo muovendo verso una nuova forma di guerra fredda. Queste indicazioni non sono originate solo dalla crisi ucraina e dalle sanzioni contro la Russia di Putin, ma dalle iniziative politiche di Stati Uniti e Cina che sembrano mirate a prepararsi ad uno scenario politico completamente diverso. Gli Stati Uniti, come abbiamo già scritto, stanno negoziando un patto con 19 Paesi asiatici per creare un mercato comune del Pacifico. Da questi negoziati e ovviamente da questo accordo è esclusa la Cina. Sempre Washington sta pure negoziando con Bruxelles un accordo analogo per creare un mercato unico dell’Atlantico. Queste due iniziative si propongono chiaramente di stringere maggiormente i rapporti commerciali ed economici con gli alleati tradizionali degli americani nel caso di escalation delle tensioni politiche con la Cina e con la Russia. Anzi, se si vuole essere più precisi, la crisi ucraina è stata creata ad arte per contrastare la tendenza di alcune élites economiche e politiche di vedere il futuro dell’Europa in un rafforzamento delle relazioni con Russia e Cina. L’aspetto preoccupante di queste iniziative è che, diversamente dai negoziati nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), che includevano tutti i Paesi, in questo caso si vogliano proprio creare rapporti privilegiati con alcuni Paesi dai quali sono esclusi altri. La Cina, d’altro canto, non sta con le mani in mano e sta investendo centinaia di miliardi per stabilire rapporti preferenziali con molti Paesi dell’Africa e dell’America Latina e inoltre per costituire quelle istituzioni finanziarie internazionali (alternative all’FMI e alla Banca mondiale) insieme a Brasile, India, Russia e Sudafrica (il famoso BRICS). In questa direzione si muove il progetto della Nuova Via della Seta di Xi Jinping, la quale si propone di ricomporre il continente euroasiatico sviluppando sia una via terrestre sia una via marittima per favorire lo sviluppo delle relazioni non solo commerciali dei Paesi del Continente.
Insomma sia Washington sia Pechino sembrano prefigurano e sembrano prepararsi ad uno scenario politico ben differente da quello attuale, una specie di riedizione della guerra fredda. Ma questa prospettiva è ineluttabile? Molto probabilmente è possibili ancora evitare una deriva del genere. Un piccolo passo in questa direzione l’ha fatto la Gran Bretagna seguita dagli altri Paesi europei, che non hanno ubbidito al diktat di Washington, e hanno aderito alla Banca per lo sviluppo dei BRICS che avrà sede a Shanghai. E’ auspicabile che passi simili vengano ripetuti per far capire a Washington che l’insidia alla supremazia della superpotenza americana, che rappresenta l’ascesa economica e politica della Cina, non può e non deve portare a una nuova guerra fredda e ancora meno a un nuovo conflitto mondiale.

http://www.ticinonews.ch/tuor-blog/237565/verso-il-tramonto-della-globalizzazione 

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