L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 28 maggio 2015

l'Iran/Persia una realtà indiscutibile nelle sue contraddizioni




USA-IRAN. IL PROSSIMO STEP DI WASHINGTON? UNA GUERRA SOFT CONTRO TEHERAN. INTERVISTA AL LIBANESE KANDIL (III PARTE)


mappa_medio_oriente_fisicaRiassunto delle puntate precedenti: il giornalista libanese Ghaleb Kandil, direttore dell’Agenzia di stampa New Orient News, analista politico e membro della commissione per l’audiovisivo libanese, presidente del Centro Nuovo Medio Oriente per gli studi strategici di Beirut, è venuto in visita nella sede di FUTURO QUOTIDIANO. Con lui ci siamo intrattenuti a parlare della questione mediorientale, dei rapporti che intercorrono fra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele, dell’avanzamento dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, della battaglia del Kalamon, di cui non si dice molto ma che potrebbe risultare decisiva. Abbiamo parlato dei finanziamenti che arrivano ai fondamentalisti da Arabia Saudita e Qatar, dalle tangenti che gli integralisti versano al partito di Erdogan per poter imbarcare il petrolio estratto in Siria e Iraq dai porti turchi. Si è parlato del metodo Afghanistan, di Zbigniew Brzezinski, dell’ex ambasciatore usa in Libano Jeffrey Feldman. Abbiamo parlato di Al-Nusra, dell’azione di calmieraggio nazionale di Hassan Nasrallah e di come vi sia del petrolio nelle acque siriane e del tentativo americano di impossessarsene. Kandil spazia fra regioni e Nazioni durante il suo racconto, sicuro delle sue parole, e inserisce un nuovo frammento, in un puzzle già di per sé rompicapo: l’Iran.

La firma sul nucleare in Iran è una grande vittoria della politica estera di Rohani

L’Iran è riuscito a diventare una grande potenza indipendente, economicamente e tecnologicamente. Gli Usa, oggi, sono costretti a riconoscere questo Iran perché non possono fare altrimenti. Io prevedo l’esistenza di un piano americano, in via di preparazione, per una guerra soft contro l’Iran. Si firmeranno gli accordi, esattamente come è successo con la Cina, perché ci sono decine di società americane che vogliono lavorare in Iran e la crisi economica ha colpito duro in tutto il Mondo. Ora c’è bisogno di nuovi mercati. Quindi il futuro dei rapporti americani e iraniani sarà una guerra fredda all’inizio, com’è adesso con la Cina. Negli anni ’70 gli Stati Uniti hanno riconosciuto la Cina, dal ’71 fino all’anno scorso la strategia del Pentagono era quella di assegnare alla Cina la definizione di nemico numero uno.

Che ruolo ha l’Iran nel processo di coesione nazionale iracheno?

Iran gioca un ruolo fondamentale nella razionalizzazione della politica irachena. Iran e Siria lavorano in tal senso per guidare politici iracheni in maggiore responsabilità civile nel popolo iraqeno. Purtroppo, e lo dico con molto dispiacere, le forze politiche che sono venute dopo l’occupazione americana non hanno saputo trattare il tema unità nazionale in Iraq. Le forze politiche sciite si sono comportate in modo confessionale nei confronti dei sunniti mettendo in atto vendette trasversali contro i baathisti. Ci sono forze serie nella comunità sunnita e nella comunità del partito Baath, le quali hanno partecipato con attivismo alla resistenza contro gli americani ed erano partner essenziali in qualsiasi progetto nazionale iraqeno. Purtroppo i nostri fratelli iraqeni ci hanno fatto perdere questa opportunità per motivi di vendetta e fanatismo e questo complica la situazione attuale in Iraq e mette in pericolo l’unità del paese, favorendo il suo spezzettamento.

L’accordo con L’Iran come è visto da Arabia Saudita e Israele?John-Kerry

Oramai hanno accettato. Obama, dopo gli accordi di Ginevra, nell’autunno del 2013 ha mandato John Kerry a Tel Aviv e Riyad e ha detto loro che l’alternativa a questa firma è la guerra. Una cosa del tipo: «Noi Usa non siamo in grado di fare questa guerra. Se avete un piano di guerra vincente vi dico, prego, fatela». Risultato, silenzio totale.

In qualche modo, è possibile vedere la guerra in Yemen come una sorta di regolamento di conti fra sauditi e iraniani?

La guerra contro lo Yemen è stata fatta col consenso americano. Innanzitutto siamo nella stagione della vendita di armi e consulenze e ci sono miliardi e miliardi di dollari in ballo. Secondo: l’America vuole arrivare alla firma degli accordi con l’Iran in una regione in fiamme e non in pace. Oggi se vogliamo immaginare ambiente ideale per la firma è proprio una regione in pieno caos.
Bisognerebbe togliere l’embargo nello Yemen e fermare gli attacchi aerei, ma sia gli Stati Uniti che l’Arabia Saudita sanno che lì ci sono forze popolari che contrastano il dominio imperialista. Ragion per cui è necessario che lo Yemen rimanga sotto pressione, perché l’Arabia Saudita teme qualsiasi trasformazione democratica intorno a essa. Lo Yemen è, inoltre, piccolissimo e ha visto una rivolta popolare democratica vera con leadership di sinistra e laiche sia sciite che sunnite. E conosco tanti leader di sinistra in Bahrein, alcuni anche islamisti aperti e, sinceramente, si è verificata una rivolta popolare pura in stile gandhiano. Non hanno usato pietre, bastoni e null’altro. L’esercito saudita è entrato e ha rotto le ossa ai figli del Bahrein.

Si diceva che gli Houthi non volessero negoziare con i sauditi

Qualsiasi trattativa o conversazione sotto il patrocinio internazionale non è stata mai respinta dagli Houthi. Hanno rifiutato di partecipare, però, a qualsiasi trattativa in Arabia Saudita.

Qual è l’interesse dell’Arabia Saudita nella regione?

L’Arabia Saudita considera che la debolezza d’Israele si rifletta su di essa rendendola politicamente più debole. Il suo ruolo, a livello arabo e in accordo con gli Usa, è quello di bloccare ogni movimento anti imperialista nella regione, ossia di contrastare i blocchi patriottici in qualsiasi paese.

Passiamo in Turchia: fra poche settimane ci saranno le elezioni. Erdogan ha cercato di eliminare – quasi fisicamente – qualsiasi tipo di opposizione. Riuscirà a vincere?

Erdogan non ha risparmiato nulla delle sue capacità. Lui, secondo me, sembra o somiglia parecchio a quel buffone del circo che ha tirato fuori dalle tasche tutti i suoi trucchi. È intervenuto fino in fondo in Siria, sta per proclamare guerra contro l’Egitto in difesa dei fratelli musulmani, sta rischiando i suoi rapporti con la Russia e con l’Iran insistendo su questa sua politica. Possiamo fare una domanda semplice: che novità avrà? A qualsiasi problema interno risponderà duramente.

Sogna la grande Turchia

Lo può sognare pure, ma non è realizzabile. I poveri hanno paura dell’immagine del mostro ottomano che conosciamo. La differenza fra l’Erdogan di oggi e i suoi bisnonni ottomani è che l’impero Ottomano era una forza esistente in se stessa. Mentre Erdogan è un fantoccio americano che ha la maschera ottomana.

Un grande problema della Turchia è il Kurdistan, che combatte l’Isis.

erdoganIo ti do la mia posizione personale. Sono affianco del diritto di autodeterminazione del popolo curdo. Ritengo che ogni arabo che non riconosca questo diritto è in errore. Va in contrasto anche al grande interesse futuro del mondo arabo. L’interesse dei curdi nella regione non va d’accordo né con Israele, né con il dominio occidentale. Io ritengo che lo stato siriano sia uno dei pochi paesi arabi che trattano positivamente il problema curdo, il quale è, però, molto complicato a causa degli errori politici commessi dai leader curdi stessi. Alcuni di loro si sono alleati con Israele e con gli Usa contro gli arabi, per poi mettere il destino del popolo curdo come una carta da giocare fra queste potenze occidentali. Per Erdogan i problema è molo complicato. Ci sono 19 milioni di curdi in Turchia. Ci sono arabi che vivono in Turchia e milioni di halawiti. Il linguaggio sciovinista, etnico, separatista di Erdogan minaccia di spezzettare la Turchia in mille parti.

Facciamo un piccolo gioco: data l’abitudine di dividere le cose umane per dicotomie, cerchiamo di dire chi è il buono e chi il cattivo nell’area.

Impossibile, non esistono buoni in assoluto.

Allora facciamo una piccola graduatoria, anzi, assegnamo i voti. Zero significa che è tanto cattivo. Dieci che è tanto buono.

Così va meglio. Anche se è ingiusto giudicare i leader rispetto ai popoli.

Turchia

A Erdogan do’ zero. All’opposizione turca, invece, un 5.

Siria

Assad merita un 10. L’opposizione siriana, 0. Anche all’esercito siriano do’ un 10. E anche al popolo della Siria.

Iran

Nove

Israele

Passiamo oltre

Arabia Saudita

Alla famiglia reale do’ uno zero. All’opposizione democratica nella penisola araba, invece, dieci.

Palestina

È il nostro amore proibito. Per noi arabi è la sposa che è stata rapita e stuprata il giorno del matrimonio.

Stati Uniti

L’impero coloniale imperialista americano andrà verso il crollo di fronte alla volontà dei popoli, che vincerà, alla fine. Il popolo americano è un’altra cosa, penso a persone come Noam Chomsky che è un nostro amico.
Alessandro Di Liegro

http://www.futuroquotidiano.com/ghaleb-kandil-intervista-iii-parte/ 

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