L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 15 maggio 2015

Pensioni, il corroto Pd non rispetta le sentenze della Consulta autorizza noi a non rispettare le regole delle istituzioni


Pensioni, Matteo Renzi indeciso tra decretino e decreto-ponte. Pier Carlo Padoan spinge per la prima soluzione

Pubblicato:
MATTEO RENZI
 
 
Stavolta, sulle pensioni, il premier Renzi è davvero tormentato dai dubbi. Non ci sono avversari interni da “asfaltare” come sull’Italicum, o lavagne da disegnare per convincere i prof riottosi di una riforma che lui davvero considera positiva. C’è la grana della sentenza della Consulta sulla legge Monti-Fornero da risolvere. Ed è una grana, comunque la si affronti, destinata a creare danni a palazzo Chigi. O danni economici. O danni nel rapporto con la Ue. Oppure nel rapporto con milioni di pensionati che si aspettano di essere rimborsati. Un vero rompicapo.
E poi c’è la questione Padoan. Il ministro dell’Economia, a inizio settimana a Bruxelles, ha dato la sua parola ai vertici della commissione per una soluzione “rapida e che minimizzi l’impatto sui conti pubblici”. Un impegno solenne, che ha avuto come conseguenza una reazione molto soft della commissione nelle sue “raccomandazioni” all’Italia, che sono state molto benevole anche dopo la tegola delle pensioni, in grado di creare una voragine stimata dal governo in 11 miliardi di euro. Per questo Padoan ha insistito per la convocazione del Consiglio dei ministri lunedì 18. Per lui, sarebbe stato ancora meglio venerdì 15. Ma tant’è.
Il decreto, nelle sue linee guida, è già pronto al ministero dell’Economia: massimo 2,5 miliardi, rimborsi pieni solo per la parte di assegno fino a 1500 euro lordi e poi a scalare (80% fino a 2000, 60% fino a 2500), fino ad azzerarsi sopra i 3mila euro, sei volte il minimo. È lo schema della riforma Letta del 2013, con percentuali ridotte e che potrebbe essere ulteriormente ridimensionato se, come probabile, si deciderà di limitare a un solo anno il rimborso degli arretrati. Come ha ricordato mercoledì in Senato il viceministro Pd Enrico Morando, infatti, una delle ragioni della bocciatura della Consulta sta nella biennalità dell’intervento di Monti del 2011. Mentre altri interventi precedenti sullo stesso tema avevano ricevuto un via libera della Consulta perché limitati solo a un anno. Lo schema dunque c’è, così come il cuore delle coperture che è il tesoretto da 1,6 miliardi. Mancano i dettagli, le limature, ma il problema non è questo.
Il problema è che Renzi non ha ancora deciso cosa fare lunedì. Se un decreto che tolga il dente e metta subito tranquilla l’Europa, oppure un “provvedimento ponte”, che blocchi gli effetti della sentenza “per alcune settimane”, congelando la valanga di ricorsi pronti a partire. O addirittura fino alla prossima legge di Stabilità in autunno. Nello staff del premier, in particolare tra gli esperti di temi economici, restano forti perplessità per la “linea Padoan” di un decreto a 10 giorni dalle regionali. Troppo forte il timore di scontentare milioni di pensionati, e del resto soldi in più non ce ne sono. Né Renzi intende, in una fase come questa, investire più di tre miliardi per i pensionati. “Ci sono ben altre priorità, dai precari ai disoccupati al mondo della scuola”, spiegano fonti Pd. Ci sono soprattutto milioni di professori arrabbiati. E non è il caso di aprire altri fronti.
Un rompicapo. “Comunque vada, non sarà un successo”, ragiona un deputato vicino al premier. L’obiettivo è minimizzare il danno. Renzi ha ascoltato con attenzione le tesi di Padoan sulla necessità di “fare presto”. E in parte le condivide. Soprattutto teme che Bruxelles chiuda i cordoni della flessibilità in assenza di una soluzione chiara sulle pensioni, una mossa che potrebbe togliere oltre 6 miliardi all’Italia per l’anno prossimo. Ma non ha ancora deciso cosa fare. Probabilmente si prenderà tutto il fine settimana per dire l’ultima parola. Tanto, tra palazzo Chigi e il Mef, i tecnici stanno preparando per lunedì 18 entrambe le soluzioni: il decreto da 2,5 miliardi e il “decreto ponte”, per rinviare la partita dopo il voto. Tra i renziani, c’è chi pensa di intervenire già nella prima metà di giugno, soprattutto se le regionali andranno bene: un decreto “duro”, che minimizzi l’impatto della Consulta anche sotto i 2 miliardi. “I soldi sono pochi e vanno investiti in altre direzioni”, spiegano fonti renziane. Il premier ha già detto di aver “masticato amaro” quando ha capito che la Consulta si era mangiata il tesoretto da 1,6 miliardi. Lui voleva utilizzare i pochi margini disponibili nel Def per un altro piccolo taglio alle tasse. Che invece salterà, con tutta probabilità.
Al Mef, in queste ore, si tengono pronti ad ogni evenienza, consapevoli che la decisione ora è tutta politica. E dunque nelle mani di Renzi. Dal Colle, nell’incontro di mercoledì col premier, non sono arrivati input perentori. Il Capo dello Stato si riserva di esaminare il decreto una volta varato dal governo. A una domanda sulle critiche alla sentenza della Consulta, oggi a Torino, ha risposto laconico: “In Italia c’è libertà di opinione e di pensiero…”.

http://www.huffingtonpost.it/2015/05/14/pensioni-renzi-indeciso_n_7284534.html

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