L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 14 maggio 2015

Pensioni, un governo che fa dell'iniquità la sua bandiera deve scomparire

Il nodo
Pensioni, no agli arretrati per tutti
Nicola Pini

Nuovo vertice ieri pomeriggio tra Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan sulla mina pensioni, dopo la sentenza della Consulta che ha dichiarato anticostituzionale il blocco delle rivalutazioni attuato nel biennio 2012-2013. Il premier e il responsabile del Mef hanno fatto il punto su un dossier molto delicato tanto da un punto di vista finanziario che politico e la cui soluzione potrebbe non arrivare nel Consiglio dei ministri di venerdì, come sembrava fino a ieri. Il confronto tra il ministro e il capo del governo avrebbe fatto emergere qualche differenza di impostazione, specie sui tempi dell’intervento. Il Tesoro avrebbe già delineato lo schema del provvedimento. La passa passa ora
è a Palazzo Chigi, che avrà l’ultima parola sulla tempistica e sulla modalità dal varo delle misure di perequazione delle pensioni.

Di sicuro c’è il fatto che il governo vuole circoscrivere il peso finanziario di un’operazione che sulla carta, se tutti i pensionati fossero rimborsati al 100%, peserebbe per una decina di miliardi di euro netti solo per il passato. Un’operazione non sostenibile per le condizioni del deficit italiano, che resta solo a mezzo punto dalla soglia critica del 3%. E che oltre tutto costringerebbe l’esecutivo a rinunciare a intervenire su altri fronti considerati decisivi, dalla lotta alla povertà agli sgravi sul lavoro. Da qui la decisione di limitare il rimborso degli arretrati alle fasce pensionistiche più basse e introdurre una forma di perequazione fortemente decrescente al salire del reddito. Al momento non ci sono cifre ufficiale ma l’ipotesi è che l’intera operazione non superi i 4-5 miliardi di euro netti tra restituzione degli arretrati e adeguamento degli assegni per il 2015. L’obiettivo infatti è mantenere il deficit programmatico 2015 al 2,6%, come indicato dal Def. Per finanziare l’operazione si utilizzerà da una parte il 'tesoretto' da 1,6 miliardi di euro già annunciato (che era destinato a misure anti-povertà) dall’altro probabilmente si farà ricorso alle entrate straordinarie già attese per quest’anno ma non contabilizzate (come quelle derivanti dal rientro dei capitali dall’estero con la voluntary disclosure).

La restituzione degli arretrati, che graverà tutta sul 2015, si configura come un’una tantum e potrebbe quindi essere finanziata con entrate non strutturali. Diverso invece il discorso per il futuro dal momento che il ricalcolo delle pensioni produrrà un maggior onere permanente nei prossimi anni per le casse dell’Inps. Comunque sia se l’obiettivo prioritario è non far salire il deficit è chiaro che le attese di una buona fetta dei pensionati che nel biennio 2012 e 2013 hanno avuto le pensioni bloccate dalla manovra Monti-Fornero (perdendo circa il 4,2% del reddito reale) non potranno essere corrisposte. In sostanza oltre un certo reddito, forse 6 volte il minimo (poco meno di 3.000 euro), potrebbe non esserci nessuna restituzione. Sotto quella soglia la rivalutazione potrebbe riguardare solo la parte di pensione entro i 1400-1500 euro (il limite sotto il quale la rivalutazione non è mai cessata). In sostanza chi prende 2.000 euro vedrebbe rivalutarsi il 75% della rendita chi ne prende 3.000 il 50%. L’arretrato da restituire sarebbe uguale per tutti fino a un certo reddito e poi si annullerebbe. «Ci prendiamo il tempo per non fare errori, nei prossimi giorni verificheremo le carte», –ha detto prima dell’incontro Renzi, precisando che i saldi del Def «non cambiano». Il ministro Padoan è atteso per martedì 19 in Parlamento a riferire sul caso. In origine l’appuntamento era fissato per ieri.
 

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