L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 27 maggio 2015

Perchè?

Da un anno senza guida
Libano in stallo in un'area in fiamme
Camille Eid


Prima di ogni notiziario, la speaker de “La Voce del Libano” elenca, uno dopo l’altro, i nomi di 45 deputati del Parlamento aggiungendo: «Questi sono i responsabili della vacanza della carica presidenziale». Gli “astensionisti” appartengono in particolare al gruppo parlamentare cristiano capeggiato dal generale Michel Aoun – lui stesso candidato alla presidenza – che conta 21 deputati, e a quello dei suoi alleati sciiti di Hezbollah. Per loro, si tratta di una pressione tesa a eleggere “un candidato forte” che goda di una solida base popolare cristiana. Una motivazione, questa, che non convince una buona parte dei libanesi. A cominciare dallo stesso patriarca maronita che paragona spesso la vacanza della maggiore carica istituzionale assegnata a un cristiano libanese a “un corpo senza capo”, altri a un crimine, altri ancora a un tradimento. Tutti lamentano la totale mancanza del senso di responsabilità nei confronti dei cristiani orientali che considerano il Libano l’ultimo baluardo del cristianesimo in questa regione.

Dell’impasse politica abbiamo parlato con l’ex presidente Amine Gemayel, che proprio ieri ha ricevuto l’ultimo presidente in carica, Michel Suleiman per coordinare una nuova strategia contro il cosiddetto “vuoto istituzionale”.

Presidente Gemayel, come pensate di affrontare la crisi istituzionale in cui versa il Libano da ormai un anno?
Il Libano ha visto in passato simili crisi, ma mai per una durata così lunga. Si tratta di un ritardo eccessivo, e oltretutto ingiustificato. Con il presidente Suleiman abbiamo deciso di convocare per domani (oggi per chi legge, ndr) una marcia dei deputati cristiani verso la sede del patriarcato maronita, per sollecitare l’intervento della Chiesa.

Il patriarca Béchara Rai ha fatto tutto il possibile per spingere i quattro leader maroniti (oltre a Gemayel, Michel Aoun, Samir Geagea e Suleiman Frangieh) a trovare un accordo. Non trova che la responsabilità ricada su di voi?

Ammetto che una parte di responsabilità ricada sulle divisioni tra cristiani. Abbiamo cercato, infatti, durante le nostre riunioni con il patriarca, di arrivare a una visione comune. Ma è stato invano. Detto ciò, una parte della responsabilità ricade su altre parti, dato che a boicottare le elezioni non ci sono soltanto deputati cristiani.

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E come spiega questa impasse. E quali sono le sue conseguenze?

La Costituzione libanese prevede l’elezione del nuovo presidente nei due mesi precedenti alla scadenza del mandato. Ma stranamente, e per motivi non dichiarati, assistiamo a un’astensione da parte di alcuni gruppi parlamentari, in flagrante violazione delle regole democratiche più elementari. Questa vacanza sta provocando uno stallo nelle altre istituzioni con il Parlamento che non riesce a deliberare e il governo che lavora al minimo delle sue potenzialità. L’unica spiegazione che posso fornire è che assistiamo a una sorta di “civetteria politica” da parte di un candidato – Michel Aoun – le cui ambizioni illimitate coincidono con gli interessi strategici di un altro partito – Hezbollah – che non nasconde i suoi legami con un determinato asse regionale.

Pensa che il proseguimento del boicottaggio sia legato a uno sviluppo preciso, come la conclusione dell’accordo americano-iraniano il prossimo mese?

Non ho la risposta. Se ci fossero interessi regionali influenti, è evidente che il Libano non avrebbe i mezzi di contrastarli. Peccato però che alcuni libanesi non abbiano ben presente che, all’ora decisiva del compromesso, gli interessi strategici delle potenze regionali non tengono in alcun conto i veri interessi del Libano.

C’è chi afferma che, in fin dei conti, l’elezione di un presidente non è mai stata un mero affare libanese…

Non sono d’accordo. Al di fuori del periodo di occupazione siriana, nel quale Damasco eleggeva i suoi uomini a tutte le cariche istituzionali del Libano, le elezioni presidenziali sono state un affare prevalentemente libanese che godeva soltanto di un sostegno dall’estero. Oggi, siccome alcune potenze regionali (leggi l’Iran, ndr) non riescono a imporre il proprio candidato, assistiamo al blocco dell’intero processo elettorale attraverso due mezzi: quello del boicottaggio delle sedute e quello della pressione esercitata dalle milizie sulla popolazione.

La Corrente patritottica libera (Cpl) di Aoun ha proposto di sondare le preferenze del popolo prima di passare in Parlamento…

Ho detto alla delegazione del Cpl che mi ha illustrato la proposta che essa non mi convince affatto. Introdurre un nuovo meccanismo per eleggere il presidente, come il referendum popolare, richiede oltre, allo spreco di spese ed energie, anche una modifica della Costituzione. Non vedo una logica dietro questa proposta surreale. La cosa più urgente adesso è quella di andare in Parlamento e agevolare l’elezione di un nuovo presidente. Punto e basta. Solo dopo possiamo pensare a eventuali emendamenti alla Costituzione.

Dove vede il pericolo maggiore per il Libano in questo momento?
Lo vedo nella poca perspicacia che si è impadronita della politica libanese. Lo Stato islamico e i conflitti confessionali si propagano a macchia d’olio in tutto il Medio Oriente, mentre noi siamo sprofondati in beghe meschine sul potere. Andare avanti di questo passo significa il suicidio per tutto il Libano. Siamo come un’orchestra senza maestro. Con enormi ripercussioni negative sull’immagine del Paese, sull’economia e sulla sicurezza, specie dopo il flusso di un milione e mezzo di rifugiati siriani. Molti fondi e prestiti internazionali agevolati sono bloccati perché la comunità internazionale non trova un interlocutore ufficiale. Questo non deve durare.

Non pensa che ci sia una sorta di “protezione internazionale” del Libano?

Le potenze regionali hanno attualmente interesse a non estendere il fuoco a nuovi Paesi. Ma tutto può cambiare domani. È evidente a tutti che le divergenze confessionali, in particolare tra sunniti e sciiti, sono in espansione ovunque. Invece di consolidare il Libano di fronte alle minacce regionali, lo stiamo esponendo ad esse.

Lei è un candidato “in pectore” della Coalizione 14 marzo. Ha aperto dei canali con i suoi rivali?

La mia storia personale è improntata al dialogo e all’apertura. Ho mantenuto contatti con Arafat e Assad anche quando palestinesi e siriani bombardavano noi libanesi. Il dialogo è una necessità per un Paese pluralista come il nostro. Oggi, purtroppo, vige il detto “invano grida chi chiama un sordo”.

È pessimista?

Vedo i pericoli, ma sono determinato.

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