L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 30 giugno 2015

che ingenuità pensare che i Trattati possono essere cambiati, non capire che gli euroimbecilli è questa l'Europa che vogliono

Grecia, le sincerità di Varoufakis e le bugie di Merkel

29 - 06 - 2015 Paolo Savona
Grecia, le sincerità di Varoufakis e le bugie di Merkel
In questi giorni è stato pubblicato un pamphlet contenente i miei J’accuse rivolti alle politiche europee e nazionali ai quali Formiche.net ha dato puntuale rilievo.
Se avessi fatto in tempo, a seguito dei recenti avvenimenti, avrei cambiato il sottotitolo indicando il dramma europeo piuttosto che riferirmi al solo dramma italiano, che sono parenti stretti. Non aver rilanciato le costruzioni come motore della crescita, aver ignorato le politiche necessarie per correggere la non ottimalità dell’euroarea e aver accettato che il rientro nei parametri fiscali in un habitat deflazionistico avvenisse con l’aumento delle tasse (anzi, nel caso della Grecia, preteso) sono le omissioni più gravi che inducono a considerare la politica economica europea e, quindi, italiana profondamente errata.
Non è facile stabilire se il mancato accordo tra Grecia e il resto dell’UE sia colpa della rigidità di una delle due parti o, come probabile, di tutte e due, essendosi confrontati sul piano dei principi piuttosto che delle realtà da affrontare. Il protagonista più criticato è stato il ministro dell’economia greco Yanis Varoufakis. Sul suo modo di pensare posso portare una diretta testimonianza; egli mi ha spiegato che ha una concezione diversa della politica: dice infatti la verità, cosa alla quale i suoi interlocutori non sono abituati. Mi ha precisato: posso affermare che la Grecia è in condizione di rimborsare il debito? Affermerei il falso; oppure che una politica di austerità – come quelle del passato o quelle nuove proposte, indicate come “vantaggiose” per la Grecia – non aggravi le condizioni già disastrose in cui versano decine di migliaia di poveri nel mio paese? Ignorerei la realtà. Ha concluso affermando che non potevano obbligarlo a dire il falso e, poiché non ubbidisce, si adirano e lo combattono.
Ho pensato ai modi in cui è stata trattata l’Italia perché non ubbidiva alle istruzioni inviate per lettera dalla BCE, con Hollande e la Merkel che si scambiavano a conclusione del vertice di Cannes sorrisetti indecenti per il corretto svolgersi delle relazioni intraeuropee, anche perché ben sapevano d’aver concordato di dare il potere a Mario Monti, infischiandosene della democrazia italiana. La Merkel non aveva il pudore di ammettere le sue responsabilità perché la Germania aveva un vergognoso avanzo deflazionistico di bilancia corrente estera, oggi prossimo al 6,7% del PIL; né Hollande mostrava analogo pudore di ammettere che il suo deficit di bilancio pubblico era nettamente più elevato di quello italiano e superava il parametro di Maastricht (tuttora nell’ordine del 4,1% del PIL) e che la Francia è l’unico Paese dell’euroarea che vive al di sopra delle proprie risorse, come testimonia un disavanzo di bilancia corrente estera pari all’1% del suo PIL. L’Italia, invece, vive al di sotto delle sue risorse in misura pari all’1,9% del suo PIL senza poter riassorbire l’eccesso di risparmio inutilizzato aumentando la domanda interna, perché i vincoli di bilancio europei lo vietano.
Non si conosce quanto del Rapporto Completing Europe’s Economic and Monetary Union, più noto come 5-President’s Report, sia diventato il manifesto dell’Europa futura nel corso dell’ultimo Consiglio Europeo. Pare che non se ne sia discusso, ma lo sapremo presto. Se attuato cancella definitivamente l’esistenza degli Stati nazionali, assegnando alle burocrazie il compito di governare le nostre sorti. Le linee indicate non tolgono l’Unione Europea dal cul de sac entro si è collocata. Anch’io mi rifiuto di dire bugie e accuso i responsabili politici di tenere in vita e voler approfondire un’architettura istituzionale e la politica sua figliastra (perché la figlia dei Trattati sarebbe ben diversa) destinate a peggiorare la coesione dell’Unione e la spaccatura Nord-Sud dell’Italia, con sbocchi politici imprevedibili. Non c’è verso di convincere gli attuali governanti che occorre cambiare impostazione politica dell’Unione ritornando allo spirito dei Padri fondatori, così ben espresso nei Trattati, da quello in Roma in poi. Si rileggano l’art. 118 del primo e l’art. 2 dell’ultimo. Non resta quindi che cambiare i vertici con persone che abbiamo una visione del problema più chiara e siano capaci di creare le condizioni per un futuro diverso dell’Europa.

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