L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 9 giugno 2015

Fronte Unico per uscire dall'Euro, dobbiamo prepaararci a gestire il dopo


Non solo migranti. Le condizioni per fondare una Lega Italia spiegate dal responsabile economico del Carroccio

di Claudio Borghi Aquilini | 05 Giugno 2015
Matteo Salvini (foto LaPresse)
Uniti si vince! Sia pure, ma poi? Dopo che si è vinto che si fa? Le prossime sfide che attendono l’Italia sono formidabili: quando finirà il traino dell’eccezionale congiuntura positiva internazionale le illusioni di Renzi si sfalderanno come un castello di carte. Il nostro paese è saldamente ultimo al mondo per crescita (dati degli stati Ocse 2014) cosa mai successa anche nelle recessioni precedenti, dove qualcuno peggio di noi si trovava sempre: ciò indica la potenza della marcia indietro innestata dalle politiche di Monti-Letta-Renzi e fa capire la grandezza del nostro schianto futuro se non si riuscirà a invertire la rotta. Proprio perché la questione economica sarà cruciale per il nuovo governo post Renzi, risulta evidente che qualsiasi forza intenzionata ad allearsi con la Lega nord non potrà prescindere da accordi su punti di programma. E’ vero che la politica è arte di compromesso, tuttavia vi sono argomenti che sono alla base della nostra visione economica che non possono essere grigi, quindi non costituiranno margine di trattativa. La narrativa su chi potrebbe essere “più leader” chi federa, chi tesse, chi media e chi rassicura è un simpatico intrattenimento ma mentre accordi per regioni e comuni sono più semplici, più problematico sarebbe presentare un programma credibile di governo del paese con forze che, ad esempio, dovessero insistere nel rimanere nel Partito popolare europeo della Merkel.

La questione principale riguarda il recupero di sovranità (sia monetaria che fiscale che territoriale). Questa voce è imprescindibile perché è il sottointeso di tutte le proposte che la Lega nord considera necessarie, sintetizzate nei “10 punti” del nostro programma economico che il Foglio ha a suo tempo pubblicato in anteprima. Per intendersi: i potenziali alleati devono essere pronti ad agire per gestire l’uscita dall’euro, sia nel caso migliore in cui si riesca a imporre una segmentazione controllata dell’Eurozona, sia che ci si debba trovare costretti ad azioni unilaterali. I potenziali alleati devono accettare di semplificare brutalmente il sistema fiscale per mezzo della “flat tax”, la bassa aliquota unica, uguale per tutti. I potenziali alleati devono concordare sulla necessità di bloccare immediatamente i flussi dei migranti anche contro eventuali opinioni contrarie dell’Europa. Come si può immaginare questi punti non sono “flessibili”: non si può essere “un po’” contrari all’euro, immaginare aliquote “piattine” o lasciare le frontiere “socchiuse”. E’ possibile immaginare alleanze di scopo anche con forze politiche molto distanti per ottenere singoli punti di programma, tuttavia un’alleanza organica non potrebbe mai essere credibile con divergenze sulle basi. L’esperienza delle recenti elezioni regionali insegna che l’elettore pretende la massima chiarezza nei programmi, nelle alleanze e nelle persone.

Inventarsi “rassemblement” improbabili, con candidati nominati all’ultimo secondo, magari per incomprensibili ripicche interne, sono una via semplice per il fallimento. E’ anche un’inutile perdita di tempo inventarsi dicotomie fra Salvini e le figure “di governo” della Lega o addirittura di altri partiti: Salvini è leader non per una riunione di palazzo ma perché questo ruolo gli è chiaramente affidato dagli elettori, poi sta al leader illuminato affidare i ruoli di governo e di amministrazione (consigli regionali compresi) alle persone più capaci per tali ruoli. La Lega sta facendo questo, niente di più e niente di meno. Prima quindi occorre mettersi d’accordo sulle cose da fare: discutere ad esempio di superamento della legge Fornero per arrivare a un sistema flessibile di pensionamento, di subordinazione del pareggio di bilancio all’ottenimento della piena occupazione, di riqualificazione della spesa pubblica per riposizionarla da impieghi passivi e clientelari verso attività produttive dirette (possibilmente concentrate su beni strategici e/o di importazione), di adeguamento della sanità agli standard di eccellenza del Veneto, di stop a trattati che saranno mortali per la nostra economia come il Ttip. Se si troverà un accordo sulla sovranità monetaria e su questi temi economici che non sono né di destra né di sinistra ma di semplice buonsenso allora le alleanze saranno possibili con chiunque. Le persone poi saranno l’ultimo problema: la Lega ha ampiamente dimostrato di saper esprimere ottimi amministratori e ha dimostrato anche (si pensi al caso Toti in Liguria) di non tenere spasmodicamente alle poltrone quando un passo indietro potesse essere utile a ottenere il successo. Se invece un accordo convincente su questi punti non sarà possibile, la forza attuale della Lega nord è sufficiente per potersi presentare da sola alle urne con buone possibilità di ottenere un posto in un eventuale ballottaggio. Se alla fine sarà il Matteo giusto contro il Matteo sbagliato Renzi avrebbe di che stare sereno. Come Letta.



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