L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 15 giugno 2015

I magistrati sono uccisi da Cosa Nostra ma sono anche comprati, per capire, a chi giova?

L’antimafia ignorante

costa

-Franco Di Carlo-

Non passa giorno senza che io legga di attacchi nei confronti dei quattro P.M della Procura di Palermo che hanno avuto il coraggio civile di dare tutto se stessi nel processo sulla trattativa. Prima con l’indagine e, dopo, con una grande determinazione, nel sostenere l’accusa nel dibattimento che si sta celebrando presso l’aula bunker dell’Ucciardone a Palermo.
Mi sorprende che le critiche provengano da parte di magistrati come il dottor Di Lello o il procuratore di Torino, Spadaro. Per non parlare del professore Fiandaca, che, per quello che leggo sui giornali, dovrebbe essere un grande giurista, o di molti ospiti di talk show televisivi e trasmissioni radio: tutti grandi esperti di mafia e antimafia.
Io domanderei a questa gente se sa di che cosa stia parlando: sono tutti a conoscenza di cosa dicono le carte processuali?  Le hanno lette? Mi capita di ascoltare alcuni che parlano di mafia e di Cosa Nostra senza sapere di che cosa parlano! A questi vorrei dire “ma lei di cosa parla? E’ stato mai dentro Cosa Nostra? E’ stato mai dentro tutte le trame oscure che si compiono dentro un’associazione di cui fanno parte tutte le categorie di persone?”
 E quelli che non ne fanno parte (i cosiddetti esterni) sono più agguerriti e più pericolosi ancora, perché il loro desiderio di arricchimento li porta a chiedere a Cosa Nostra cose improponibili.
Sono sicuro che qualcuno, leggendo questo articolo, dirà: “Sa tutto lui”.
 Potrei dire e rispondere, senza presunzione: è vero. Molte cose le so solo io, anche perché sono stato per 30 anni in Cosa Nostra e ho attraversato mille tragedie umane. Sono a conoscenza di mille fatti che quelli di Cosa Nostra non erano interessati a compiere: ma queste persone, gli esterni, ci venivano a cercare ogni volta che ne avevano bisogno.
Forse è perché sono stato molto tempo dentro quelle tragedie, forse è perché conosco molti fatti, ma sopportare ancora attacchi verso magistrati che fanno il proprio lavoro è difficile. Mi fa rabbia e, come a me, anche ad altri milioni di cittadini vicini alla legalità. A loro fa il mio stesso effetto, perché sono persone che non dimenticano.
Ho letto anche che il Comune di Torino ha conferito la cittadinanza onoraria al dottor Di Matteo. Ogni tanto capita anche a Nino Di Matteo di avere quella solidarietà umana che ogni magistrato con la schiena dritta dovrebbe avere.
Se gli italiani non fossero un popolo che dimentica facilmente , si ricorderebbero che più di un magistrato ha perso la vita dopo essere stato criticato nel lavoro e lasciato solo dai propri colleghi: accadde al procuratore Pietro Scaglione, al procuratore Costa e ai magistrati da Chinnici, Falcone e Borsellino.
Prendiamo l’omicidio del procuratore Pietro Scaglione, avvenuto il 5 maggio del 1971, nella via Cipressi di Palermo, mentre ritornava dalla visita alla tomba di sua moglie.
Scaglione è stato ucciso dopo la polemica nata tra lui e il questore di allora.
 Dopo l’uscita dal carcere di Bari di Luciano Liggio, nel 1969, questi si diede alla latitanza. Nacque così una grande polemica sulla stampa nazionale e sia il Procuratore Scaglione e il questore di Palermo vennero presi di mira. Anche la politica di allora non disdegnò di attaccare e chiedere le dimissioni ora di uno ora dell’altro.
Il questore si difendeva sostenendo che la colpa era della Procura, la quale non aveva dato mandato di arresto per Liggio a giro di boa. La Procura respingeva le accuse al mittente, accusando la polizia di non aver dato esecuzione al mandato di custodia cautelare fatto pervenire.
E tra i litiganti Liggio se la spassava con noi a Marano di Napoli.
La sentenza di morte per Pietro Scaglione fu emessa quando lui rilasciò  un’intervista per difendersi degli attacchi che gli arrivavano da tutte le parte (e i colleghi non lo difendevano),  e si addentrò in un discorso infelice, dicendo che era stato lui il primo procuratore ad aver proposto di inviare una donna al soggiorno obbligato. Si trattava della sorella di Luciano Liggio ed era una cosa anomala per quei tempi. In quel momento, ascoltando la televisione, Luciano Liggio disse: “E tu sarai il primo procuratore ammazzato dalle mie mani”.
Il Procuratore Costa, che invece non aveva nulla fatto contro Cosa Nostra -anche perché era arrivato da pochissimo a Palermo- ha avuto la sfortuna di arrivare in un momento in cui in città c’era molta turbolenza, sia dentro Cosa Nostra che dentro il tribunale di Palermo.
La polizia gli presentò un rapporto, guarda caso a firma di Bruno Contrada, contro il clan Inzerillo e Spatola per ordinare oltre 50 mandati di cattura. La Procura, esaminando il fascicolo, non fu convinta, in quanto lo trovava carente nella sostanza, a differenza del Procuratore appena arrivato, che l’aveva firmato.
 Almeno, questo è ciò che in quel periodo si diceva.
Il guaio si presentò quando due pm di allora che non avevano voluto firmare, e uno mi ricordo che era il dottor Scecchitano, rilasciarono davanti al tribunale di Palermo un’intervista televisiva, sostenendo con fierezza che per loro non c’erano prove per  arrestare tutta quella gente. Come si può capire, il procuratore da poco arrivato a Palermo era stato abbandonato al suo destino nella bocca dei lupi.
L’indomani, da Michele Greco a Favarella, arrivarono Salvatore Inzerillo e Stefano Bontade, per chiedere il permesso di uccidere il procuratore Costa. Citarono quello che era sui giornali, le parole dei sostituti che non avevano voluto firmare questi mandati di cattura, mentre il procuratore Costa si era preso tutta la responsabilità.
Anche questa era una scusa, perché, come dicevo prima, a Palermo, dentro Cosa Nostra, c’erano prese di posizione e forzature. Visto che da qualche anno Riina uccideva personaggi delle istituzioni -a cominciare dal giudice Terranova, Capitano Basile, Boris Giuliano e Piersanti Mattarella- Inzerillo e Bontade vollero dimostrare che anche loro erano capaci di uccidere personaggi eccellenti.
In qualche modo, si preparava la guerra di mafia che di lì a poco cominciò
Se racconto tutto questo è per far capire come ci voglia poco per mettere un magistrato sotto l’obiettivo, per farlo uccidere. Basta cominciare a inveire sul suo operato, per consentire alla mafia di attrezzarsi per eliminarlo. Esattamente come è accaduto nel più recente passato con  Falcone e Borsellino. Quanti calunniatori, quanti attacchi hanno ricevuto da tutte le parti! Eppure, quando sono morti, gli stessi che li calunniavano e attaccavano , hanno fatto a gara per proclamarsi i loro migliori amici.
La mia speranza è che i P.M. della trattativa di Palermo continuino ad avere coloro che li attaccano con critiche, invidia, e calunnie come nemici, e non diano loro la possibilità di dire un giorno “Noi eravamo loro amici”.  

http://www.articolotre.com/2015/06/lantimafia-ignorante/

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