L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 16 giugno 2015

Il Capitalismo guarda solo il profitto e non rispetta nè la Madre Terra nè l'uomo, dobbiamo costruire Alternative

Papa Francesco “rilegge” la Genesi
L’enciclica sull'ecologia umana che collega ambiente e dignità della persona

GIAN FRANCO SVIDERCOSCHI 

 AFP PHOTO / OSSERVATORE ROMANO/HO

Pope Francis is carrying a lamb on his shoulders

“La terra era una massa informe e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso…”. Il racconto della Genesi, ogni volta che si legge, lascia senza fiato. Prima c’era il nulla, un nulla immerso nel buio, senza suoni, senza confini. E poi, all’improvviso, tutto si era riempito di vita. Dal vuoto assoluto erano via via spuntate – per la prima volta – le luci, le stelle, le acque, le terre, i germogli, e poi gli esseri viventi, i pesci, i volatili, gli animali domestici, le fiere, i rettili, fino all’uomo, che Dio aveva creato a sua immagine e somiglianza.

C’era chiaramente un disegno superiore, definitivo, nell’opera della Creazione. Il Grande Autore aveva cominciato dalla natura, dalla “casa” nella quale l’uomo sarebbe nato e che avrebbe abitato, e dal cibo che lo avrebbe nutrito, dagli esseri che, pur in ordine crescente di dignità, e pur con una diversità di ruoli e di funzioni, avrebbero avuto comunque diritto – tutti – al medesimo rispetto. Come dire che Dio, dando origine alla storia umana, lo aveva fatto nel segno dell’unità della Creazione: e, quindi, di una alleanza che avrebbe dovuto caratterizzare per sempre il rapporto tra l’uomo e la natura.

E invece, se più tardi – dopo l’irata reazione di Dio con il diluvio – quel patto venne tradito, e l’alleanza infranta, fu appunto perché l’uomo, nella illusione prometeica di sostituirsi al suo Creatore, gli si rivoltò contro: e di conseguenza, distaccandosi da lui, si distaccò anche dalla natura, dalla sua “casa”. Ritenne di poter comandare arbitrariamente sulla terra, dimenticando però come essa avesse una “destinazione” anteriore datale da Dio. Così, a lungo andare, umiliata, tiranneggiata, violata, depredata dei suoi tesori, la natura si sarebbe un giorno ribellata contro quell’uomo che si credeva Dio. E sarebbero arrivate le inondazioni. Le siccità. Le carestie. Le acque inquinate. I ghiacci polari si sarebbero sciolti. Il clima avrebbe subito cambiamenti sempre più paurosi, sconvolgenti.

Dunque, all’inizio di questo processo di degradazione del creato, ci fu anzitutto l’uomo stesso, l’uomo come individuo e l’uomo come collettività. Ma ci fu anche Cartesio, con il suo attacco demolitore all’insegnamento biblico. Ci furono le filosofie e le ideologie che cercavano di imporre la ragione, una “ragione adulta”, quale suprema depositaria del futuro dell’umanità. Ci fu poi il capitalismo moderno, con uno sfruttamento indecente della natura e, nello stesso tempo, dell’uomo, poiché la tecnica, prevaricando sull’uomo, lo privava della sua dignità. E ci furono anche, almeno in parte, le responsabilità della religione cristiana, avendo la ricerca teologica abbandonato la natura nelle mani della sola scienza e della sola tecnologia; e, a motivo della sua concezione antropocentrica, lasciando l’uomo libero di dominare la terra, anziché coltivarla e custodirla.

Questo naturalmente non vuol dire che non ci sia stata nella Chiesa cattolica, già da tempo, una presa di coscienza circa la crescente importanza della “questione ecologica”. Una riflessione cominciata dal Concilio Vaticano II, poi approfondita con gli interventi di Paolo VI, di Giovanni Paolo II (soprattutto dopo i disastri di Bhopal e di Chernobyl), quindi di Benedetto XVI. E che ha portato, questa riflessione, a capire che il problema ambientale, non avendo solo un aspetto scientifico ma implicazioni in vari campi, particolarmente in quello etico, andava affrontato in una visione globale del progresso e dello sviluppo.
Bisognava ricordare tutto questo, benché molto sommariamente, per apprestarci a leggere l’enciclica, diciamo così, “ecologica”, che sta per uscire. La prima vera enciclica del primo Papa che ha preso il nome di Francesco. E che, nella scia e nell’ispirazione del Poverello di Assisi, ha voluto associare immediatamente il suo pontificato alla custodia del creato: un impegno che dev’essere di tutti, perché rispettando la natura viene salvaguardato l’uomo stesso. E lo ha detto, il Papa, nell’omelia della prima Messa “ufficiale”, il 19 marzo del 2013: “…la vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti”.
Ma è specialmente su un punto, e cioè sull’“ecologia umana”, che si è concentrata l’attenzione di Francesco. Nella convinzione – ormai largamente diffusa, anche se spesso non praticata – che si debba adottare uno stile di vita, un modo di vivere complessivo, che sia, come si dice, “ambientalmente sostenibile”. Altrimenti, se continuerà lo sconsiderato sfruttamento della natura da parte dell’uomo, c’è davvero il rischio, non solo di distruggere la natura, ma che l’uomo stesso ne sia la prima vittima, e addirittura che l’intera famiglia umana possa scomparire.

Papa Bergoglio, perciò, non solo ha rilanciato la fondamentale unità biblica, tra uomo e creato, ma ne ha allargato le prospettive collegando strettamente rispetto dell’ambiente e dignità della persona. Quando parla di coltivare e di custodire, Francesco si riferisce sempre – contemporaneamente – alla natura e agli esseri umani. Usa le stesse espressioni (ad esempio, la “cultura dello scarto”) per denunciare gli scandali relativi ai beni ambientali (come lo spreco del cibo, “rubare il pane dalla tavola dei poveri”) e l’emarginazione di determinate categorie (giovani che non hanno lavoro, anziani ignorati dalla società). E indica la solidarietà quale unica soluzione possibile, anche perché la terra è una eredità comune, i cui frutti devono essere a beneficio di tutti: e, se ripartiti con giustizia, possono essere un sostegno decisivo alla preservazione della pace mondiale.

Pochi giorni fa, al G7, i Sette Grandi hanno raggiunto un accordo al fine di contenere l’aumento della temperatura del pianeta entro i due gradi centigradi. Poca cosa, potrebbe sembrare. Ma è stato comunque un primo passo positivo, per allontanare lo spettro di una catastrofe ecologica. E, più ancora, per rafforzare nella coscienza comune l’impegno a tornare al rispetto del creato: che è rispetto dell’uomo e, insieme, rispetto della natura.

E adesso, aspettiamo di conoscere l’enciclica. O, si potrebbe quasi dire, la rilettura che Francesco ha fatto, incarnandola nella vita e nei problemi di oggi, del Libro della Genesi.

http://www.aleteia.org/it/editoriale/articolo/testo-enciclica-papa-francesco-ecologia-laudato-sii-commenti-5880694475587584?

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