L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 giugno 2015

Landini e la costruzione di un ulteriore falso ideologico che è destinato per sua natura a morire nel nascere

La sinistra Riformista è destinata a perdere, perchè diventata serva del Capitalismo e ha perso il suo ruolo di redistribuizione, invocare una riacquisizione di capacità politica per redistribuire è un obiettivo che ci è estraneo perchè mantiene intatto il Sistema di potere Capitalistico.
 
Se non si critica alla radice la cultura dominante che tende a mercificare tutto, anche i sentimenti, a confondere i generi per rendere sempre più solo ed isolato l'individuo, eliminando il sostegno dell'istituzione famiglia, vera camera di compensazione del delirio dell'individualismo, punto di riferimento e ancoraggio certo e fondamentale per non morire nell'annegamento del caos sociale creato appositamente, presentando continuamente e in tutte le maniere forme di nichilismo in cui riusciamo ad uscirne fuori solo momentaneamente quando per caso o necessità ci troviamo ad assurgere al ruolo di consumatore, continueremo ad essere i nuovi schiavi moderni.
 
Proprio dalla famiglia e dal baluardo che esso rappresenta che bisogna ripartire per ricostruire comunità, prima affettive e poi sociali, economiche culturali, ricominciando a vedere nelle comunità il fulcro della riscossa e della riappropriazione della vita, la nostra vita.
 
Comunità che sono tante che vanno da quelle territoriali e che si intrecciano con quelle lavorative in un connubio così forte da rilanciare valori di solidarietà, di comunanza, di rispetto, di fiducia. Senza remore, senza tentennamenti in quanto sia istintivamente sia razionalmente si interiorizza il fatto che solo in questo modo si riesce a contrapporre e a creare Alternative valide a quelle che propone il Capitalismo Totalizante, Assoluto. 
 
No, Noi non possiamo accontentarci di una politica di riappropriazione redistribuitiva che è serva di questo Sistema sociale e non avvia quella rottura necessaria e portante per la nascita dell'Uomo Nuovo.
 
Martelun

 
12/06/2015

Nulla a sinistra? Cercando una (nuova) socialdemocrazia

Nei giorni del lancio della Coalizione Sociale di Landini: come ha fatto a perdersi la gloriosa eredità della sinistra riformista - e cosa fare adesso
una nuova socialdemocrazia

(Alan Crowhurst/ Getty Images)

Il 7 giugno, a Roma, Maurizio Landini - segretario della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil - ha presentato un nuovo movimento politico, Coalizione Sociale. Landini ha rifiutato di farsi incasellare nella tradizionale divisione destra/sinistra: «Noi non siamo a sinistra del Pd e non siamo a sinistra di nessuno», ha detto, preferendo sottolineare che la sua battaglia è per ripristinare «la cultura dei diritti».
Allarghiamo l’orizzonte: le ultime amministrative spagnole hanno visto il clamoroso successo di Podemos, che si autodefinisce un movimento “populista di sinistra”; il Movimento Cinque Stelle in Italia, terza forza in molte regioni italiane dopo le ultime amministrative, si dichiara “oltre” lo schema partitico tradizionale. In altre parole, i nuovi movimenti oggi marcano una discontinuità rispetto al passato “di sinistra” più tradizionale, anche quando le politiche che propongono spesso le richiamano.
È la conseguenza ultima di una debolezza di pensiero dimostrata dal centrosinistra europeo negli ultimi anni. Dopo decenni di egemonia, il pensiero progressista sembra aver preso altre strade e scelto altre parole d’ordine. Come si è arrivati a questo punto? E da dove può ripartire il centrosinistra? Un testo dello studioso statunitense Cas Mudde traccia, in modo molto chiaro, il percorso della crisi di identità, di elaborazione politica - e di voti. 
La crisi economica in corso ha già creato, in politica, molti sconfitti e qualche vincitore – per la maggior parte dalla vita breve – ma in mezzo a tutto il cambiamento c’è qualcosa che rimane costante: la debolezza della sinistra.
Nonostante le tassative messe in guardia della destra neoliberale a proposito di un’ondata della “sinistra radicale”, i veri partiti della sinistra radicale hanno ricevuto poco beneficio dalla distruzione socio-economica che ha devastato larga parte del continente europeo.
I veri partiti della sinistra radicale hanno ricevuto poco beneficio dalla distruzione socio-economica
La greca Syriza è l’unica vera storia di successo, ed è una vicenda che si situa nel contesto più estremo, come mostra dolorosamente la parallela crescita del partito neonazista Alba Dorata.
Altri partiti di sinistra, come il Partito Socialista olandese (PS) o il Fronte di Sinistra (FdG) francese, sono di “estrema sinistra” solo nella mente dei commentatori neoliberalisti come le firme dell’Economist. Allo stesso tempo, i partiti socialdemocratici non si sono mossi significativamente (di nuovo) a sinistra e non hanno neppure guadagnato un supporto significativo nelle recenti elezioni.
Questa assenza di un controprogetto di sinistra di successo per la crisi economica in corso e per il futuro europeo ha portato a un frenetico esame di coscienza all’interno dei circoli di sinistra, soprattutto in think tank come Policy Network, ma finora le analisi e le prospettive non sembrano promettenti.
Credo che le questioni in ballo riguardino un livello molto più profondo di quanto la maggior parte dei commentatori abbiano riconosciuto, e includano anche la politica redistributiva sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta - o la politica socialdemocratica della vecchia scuola, se preferite. Trent’anni di egemonia neoliberale hanno creato parecchie generazioni di europei poco raggiunte dall’ideologia socialdemocratica e con poca esperienza di politiche redistributive significative. Ciò è riflesso nel cambiamento dei valori sia dell’elettorato tradizionale (cioè la working e la lower middle class) che della leadership politica dei partiti di sinistra.
Meno dello stesso
Facciamo un veloce passo indietro, alle politiche di sinistra negli ultimi tre decenni. In risposta ad una working class bianca in diminuzione, gran parte dei partiti socialdemocratici in Europa sono andati alla ricerca di un nuovo elettorato, il cosiddetto “nuovo centro” (neue Mitte), che venne corteggiato tramite una retorica della “Terza Via” in cui la pragmatica aveva la priorità sull’ideologia.
Rinunciando non solo al discorso pubblico, ma anche ai valori fondamentali della socialdemocrazia - creare cioè una società socio-economicamente più egualitaria attraverso l’intervento redistributivo dello stato - la Terza Via cominciò come una versione laica dell’economia sociale di mercato cristiano-democratica e finì come una versione più leggera del neoliberismo.
Mentre la destra restava sempre più incantata dalla deregulation e dalle privatizzazioni, la risposta del (centro)sinistra fu la richiesta di un po’ meno della stessa cosa
Mentre la destra restava sempre più incantata dalla deregulation e dalle privatizzazioni, la risposta del (centro)sinistra fu essenzialmente la richiesta di un po’ meno della stessa cosa e non molto più di questo. Privo di un’alternativa ideologica, il centrosinistra non aveva né la retorica né i valori per sfidare i fondamenti del progetto neoliberista. Quest’ultima operazione fu lasciata alla sinistra radicale, ovvero principalmente i partiti comunisti, che divennero di fatto un danno collaterale della caduta del Muro di Berlino. Il neoliberismo, dunque, regnò sovrano e la socialdemocrazia divenne una religione senza profeti.
Uguaglianza etnica
Ma i socialdemocratici non guardarono solo al nuovo centro per trovare nuovi elettori; essi cercarono anche oltre l’elettore “nativo”, allargandosi in direzione del crescente gruppo degli immigrati e dei loro discendenti (autoctoni). Avendo rinunciato alla retorica di classe, questi “nuovi cittadini” furono corteggiati attraverso un discorso multiculturale soft, in cui l’uguaglianza etnica rimpiazzava la solidarietà di classe.
Questa strategia ebbe molto successo nel breve termine: quando, nella maggior parte dei paesi europei con un significative minoranze nella popolazione, i partiti socialdemocratici divennero i preferiti dagli elettori di quelle minoranze. Sfortunatamente, ciò avvenne a caro prezzo: il voto della working class bianca, che in molti paesi protestò tramite l’uscita (il non voto) o la voce (il voto per la destra radicale).
Vista la bassa partecipazione al voto di (gran parte delle) minoranze, il nuovo elettorato “etnico” compensò a stento la perdita dell’elettorato “nativo” - escludendo qualche elezione locale nelle grandi città, dove i partiti socialdemocratici (ri)stabilirono la loro presa sulla politica locale, ma in un modo decentrato e a volte “etnicizzato”.
Sinistra radicale?
In alcuni Paesi, l’ex sinistra radicale provò a riempire il vuoto socialdemocratico, anche se spesso senza troppa convinzione. Ne sono buoni esempi il Partito Socialista olandese o Die Linke in Germania, anche se quest’ultima ha coltivato in aggiunta una specifica identità “dell’Est” per catturare il voto dell’Ostalgie [la nostalgia per la Ddr, NdT].
Il problema, in questa socialdemocratizzazione della sinistra radicale, fu soprattutto istituzionale. La maggior parte dei partiti di quell’area radicale venivano da una lunga storia di opposizione alla socialdemocrazia e dunque non potevano arrivare fino ad abbracciare apertamente il verbo della socialdemocrazia, nonostante offrissero più o meno un programma socialdemocratico.
Di conseguenza, il partito continuava ad usare un discorso di sinistra radicale e uno stile radicalmente oppositivo, che lo marginalizzava sia all’interno delle masse che tra l’élite. Inoltre, molti di questi partiti sono (ancora) guidati in modo opaco o apertamente antidemocratico, il che ne ostacola l’attraenza e l’efficacia in un sistema democratico liberale, basato sul compromesso e sul pluralismo.
Bozzolo sdentato
E dunque, come si ritrova la sinistra, nel contesto della crisi europea? Per lo più senza artigli. I partiti della sinistra radicale sono rimasti circoscritti ad una minoranza piuttosto stabile dell’elettorato, con l’eccezione della Grecia, dove larga parte della popolazione è così disperata da cercare qualsiasi alternativa ai partiti tradizionali dominati dalla Troika, e dove la socialdemocrazia era secondaria rispetto al clientelismo populista.
Vista la loro inerzia intrinseca, ci sono poche ragioni per aspettarsi un cambiamento significativo nel prossimo futuro. I partiti socialdemocratici restano per lo più catturati nella rassicurante bambagia della Terza Via, offrendo una debole variante delle politiche di investimento keynesiane di fronte alla retorica e alle politiche di austerità ancora dominanti.
Se la questione è limitata alle alternative “ideologiche”, alcuni sostengono che un populismo di sinistra possa contrastare il populismo di destra in presunta ascesa, per riguadagnare così una parte dell’elettorato tradizionalmente socialdemocratico. Vogliono che i partiti socialdemocratici divengano la voce degli Indignados e dei movimenti come Occupy, del 99 per cento contro l’1%. In un certo senso, questa è la conseguenza radicale ma logica del pensiero della Terza Via, in cui il “nuovo centro” è il 99%.
Ma il populismo non è la risposta. Non solo riduce la politica a una divisione essenzialmente morale, che esclude il compromesso e il pluralismo; esso semplifica anche le vere divisioni all’interno della società, che sono per la maggior parte all’interno del 99 per cento e non tra il 99 e l’1 per cento.
Riaffermare la socialdemocrazia
D’accordo con Henning Meyer, credo che la vera risposta stia nella nuova affermazione dei valori socialdemocratici e nel presentare una risposta socialdemocratica alle principali sfide di oggi e di domani: l’economia globale neoliberista, le società multietniche e l’integrazione europea.
Tuttavia, a differenza di Meyer, non sono molto ottimista riguardo alla possibilità, per gli attuali partiti socialdemocratici, di intraprendere un simile progetto di ringiovanimento della socialdemocrazia. Per prima cosa, quasi tre decenni di politica della Terza Via non hanno avuto conseguenze solo elettorali, ma anche istituzionali. Gran parte dell’apparato degli attuali partiti socialdemocratici ha conosciuto solo una “ideologia” della Terza Via e vi aderisce sinceramente. In secondo luogo, i partiti socialdemocratici sono diventati partiti di governo, che cercano primariamente cariche pubbliche. Un diverso orientamento verso la socialdemocrazia è una strategia a medio termine che, nel breve periodo, ha probabilmente delle conseguenze, in termini di perdita di voti e di opposizione politica. E questo perché reinventare la socialdemocrazia pone sfide non solo a livello di élite, cioè nell’apparato dei partiti socialdemocratici, ma ancora di più a livello di massa, dove la (vera) socialdemocrazia è non solo sconosciuta a molte generazioni di elettori ma anche contraddittoria rispetto alla loro visione del mondo individualista o etnicizzata.
Gramsci e la destra conservatrice americana
Il cambiamento politico deve cioè essere preceduto da un cambiamento culturale
Di conseguenza, la reinvenzione della socialdemocrazia richiede un approccio gramsciano: il cambiamento politico deve cioè essere preceduto da un cambiamento culturale. È necessario ricostruire una coscienza di “classe” (significativamente modernizzata) in cui le differenze culturali siano secondarie. Bisogna convincere una popolazione sempre più scettica (in particolare tra i giovani) dei vantaggi economici e morali di politiche veramente redistributive.
Il cambiamento culturale richiede una strategia a medio termine per cui sono poco adatti i partiti politici che fanno parte dell’establishment. Quel cambiamento dovrà arrivare prima di tutto da organizzazioni intellettuali come i think tank, che poi raggiungeranno organizzazioni politiche e movimenti sociali, che al termine del percorso avranno la direzione di (nuovi o vecchi) partiti politici.
Se qualcuno è in cerca di un’ispirazione, suggerisco di studiare la storia recente del grande successo della destra conservatrice americana: il suo dominio attuale del Partito Repubblicano cominciò decenni fa, con gli sforzi congiunti di un gruppo in espansione di intellettuali conservatori e di think tank.

http://www.linkiesta.it/futuro-socialdemocrazia-europa?utm_medium=email&utm_source=Moxiemail%3A9237+Nessuna+cartella&utm_campaign=Moxiemail%3A22293+Linkiesta+-+Recap+++Guerra+e+guerriglia

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