L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 14 giugno 2015

Renzi e il corrotto Pd cadono, gli scricchiolii diventano crepe paurose per incapacità intriche nel loro essere

L'analisi

Marco Damilano: "Matteo Renzi, i suoi tre imperdonabili errori"

Marco Damilano: "Matteo Renzi, i suoi tre imperdonabili errori"
Matteo Renzi ha fatto tre errori imperdonabili. Parola di Marco Damilano, il giornalista de L'Espresso che ha "scoperto" il sindaco fiorentino alla Leopolda mentre i colleghi inseguivano la politica dei Palazzi romani. L'analista, intervistato da Goffredo Pistelli per Italia Oggi, individua i passi falsi fatti dal premier, che è anche segretario del Partito democratico.
La gestione del Pd - E proprio la gestione del Pd è, secondo Damilano, l'errore più grave. "Nel corso dei mesi, man mano che aumentava il suo potere ma anche gli impegni governativi anche internazionali, Renzi s'è allontanato precocemente dal Pd e dalla tenuta del territorio che, in termini calcistici, è lo spogliatoio". "Renzi", continua Damilano, "ha immaginato di poter coprire tutto con la sua leadership, con la sua velocità, con la potenza di fuoco mediatica, col cronoprogramma delle riforme. Invece si è dimenticato che, se non c'è partito, cultura politica, organizzazione, un cosa del genere non si regge. Che la gente, al voto regionale, si trova Raffaella Paita, la Moretti, De Luca, non lui. Per questi, lo storytelling non bastava. Non sarebbe stato credibile".
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Regionali - E a proposito delle Regionali e in particolare di De Luca, Damilano racconta: "Per mesi, Renzi ha cercato di evitare che Vincenzo De Luca si candidasse e, per mesi, un pezzo di Pd gli diceva che non c' era da preoccuparsi, che non si sarebbe candidato alle primarie, intanto rinviate per due o tre volte. Gli dicevano che avrebbe fatto un passo indietro mentre, con chiunque lei parlasse del Pd campano, le diceva che quello, di passi indietro, neanche a parlarne; che se il Pd lo avesse emarginato, avrebbe fatto una sua lista, facendo perdere il partito, e che, infine, se avesse partecipato alle primarie, al 90% le avrebbe vinte. Niente di tutto questo è arrivato, evidentemente, sul tavolo di Palazzo Chigi", puntualizza Damilano. "Renzi ha lasciato che gli eventi avessero il suo corso". Alla fine essendo giunti gli scricchiolii liguri e veneti "Renzi non poteva perdere anche la Campania, né accettare che De Luca potesse dire di aver vinto da solo".
Il partito della Nazione - Secondo Damilano, il partito della Nazione "è un concetto vago, nebuloso". "Renzi, spiega, "ha però sempre avuto l'idea di portare il Pd fuori dai propri confini: ideologici, di blocco sociale di riferimento, geografici, di un partito che potesse cioè vincere anche in trasferta, per stare ancora alla metafora calcistica". Ma non è questo per lui il problema. Il problema è che "Renzi, per guadagnare il mare aperto dei consensi, s'è messo in testa che perdere un pezzo di sinistra tradizionale. Anzi, ha pensato che lo scalpo da portare, per avere la credibilità di quanti non lo avevano votato, fosse proprio quello. Questo passaggio si è visto compiutamente nella settimana in cui il Jobs Act è stato approvato". Quando la Cgil andò in piazza "si disse convinto che sarebbe nato qualcosa di nuovo a sinistra e che, aggiunse, con questa nuova forza ci sarebbe stato un confronto elettorale. nsomma, accettava che alcuni se ne andassero, nella convinzione che molti altri, di più, sarebbero venuti a votarlo. Una strategia che è stata sconfitta alla urne".
Lega e Cinque Stelle - Un altro errore di Matteo Renzi è stato quello di aver sottovalutato Matteo Salvini e Beppe Grillo. In particolare Salvini. "Il leader leghista", spiega, "ha una posizione chiara sull' immigrazione, mentre Renzi non ne ha nessuna". Al suo "ci vuole più Europa", "Bruxelles risponde con le quote di rifugiati che diventano volontarie. Salvini invece ha, dalla sua, la Stazione Tiburtina piena di profughi, la scabbia a Milano, i latinos col machete, sempre nel capoluogo lombardo". E così conquista consensi. Per Damilano Renzi ha lasciato inascoltato il campanello d'allerme suonato con il voto emiliano: "Renzi ha fatto un errore che dimostra come sia dentro la storia della sinistra, molto di più di quanto pensino amici e avversari. Quello di pensare che la questione sia nello scontro fra riformisti e radicali e, invece, c' è il centrodestra, c' è la Lega di Matteo Salvini, c' è Beppe Grillo, insomma ha sottovalutato l' insieme del gioco politico che oggi è molto più complesso e variegato".
Mafia Capitale - Sull'inchiesta Mafia Capitale che ha travolto il Pd capitolino, Damilano sostiene che qualcuno, "fino a pochi giorni fa, pensando a uno scenario alla House of Cards, immaginava che Renzi non fosse affatto dispiaciuto di questa inchiesta". In pratica "lui e il partito toscano che incarna vedessero l'occasione di chiuderla col Pd, come partito romano. D'altronde questo partito è nato qui, fondato da Walter Veltroni che ha fatto il sindaco, e avendo nel romanissimo Goffredo Bettini l' ideologo. Ora Renzi però s'è accorto che Ignazio Marino non regge più". Per il giornalista dell'Espresso a Renzi piacerebbe molto che il prefetto Franco Gabrielli, uno che è stato giovane Dc con Renzo Lusetti e Letta, diventasse commissario, con la giunta in carica per il disbrigo degli affari correnti". In questo modo non si tornerebbe a votare. E potrebbe parare il colpo. Ma è un' ipotesi non facile. Il piano B, per Damilano, "consisterebbe nel convincere Marino a mollare: si va a votare, certo, ma c'è il tempo per dire che lui è la vittima di Mafia capitale e, trovando un altro candidato, provare a rivincere". Infine c' è un piano C: "Lo scioglimento per mafia. Disastroso per Renzi, da un punto di vista simbolico, perché il commissario starebbe là 18 mesi e poi si andrebbe ad elezioni. Per il segretario una spina nel fianco".

http://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/11800148/Marco-Damilano---Matteo-Renzi.html

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