L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 9 giugno 2015

Scuola, la borghesia incapace di ricongiungersi con la sua coscienza infelice


scuola

Riforma della scuola: la vera posta in gioco

di Luca Illetterati
(fonte immagine)
A leggere e ad ascoltare molti dei discorsi chi si fanno sui giornali e in televisione sulla riforma della scuola l’impressione è che perlopiù non ci si accorga o non ci si voglia davvero accorgere di ciò che è in gioco dentro a questo scontro che vede contrapposti da una parte il governo, con in prima fila il premier , la parte maggioritaria del Pd (gli altri partiti della coalizione e i partiti dell’opposizione si limitano a guardare) e dall’altra gli insegnanti; quasi tutti, finora. C’è addirittura chi pensa (e ovviamente c’è chi vuol fare pensare) che si tratti semplicemente di una partita corporativa. Come se gli insegnanti fossero lì a protestare in difesa di rendite di posizione, peraltro difficili anche solo da immaginare per chiunque abbia davvero lavorato qualche giorno dentro una scuola. O che si tratti comunque di una sacca di resistenza di arcigna conservazione ipersindacale rispetto a una necessaria e urgente modernizzazione che non può più attendere.
Una semplificazione che a volte tocca dei picchi formidabili e degni forse di qualche considerazione.
La signora Giorgia Perra è un’insegnante, probabilmente; sicuramente è una lettrice di Repubblica e soprattutto della rubrica che da molti anni Umberto Galimberti tiene sull’ultima pagina di D, il magazine settimanale che esce il sabato insieme al giornale. La signora Perri ha molta stima di Galimberti, lo legge con passione, trova i suoi commenti e le sue risposte alle lettere delle lettrici e dei lettori argute e intelligenti. Così, piena di fiducia ed entusiasmo, decide di scrivergli, indignata per il silenzio che l’opinione pubblica in generale, ma soprattutto gli intellettuali – categoria, se così si può dire, alla quale Galimberti appartiene – stanno dedicando alla questione della riforma della scuola che è in questi giorni in approvazione in Parlamento (già approvata alla Camera e ora in discussione al Senato). Una riforma che alla signora Perra provoca profonda indignazione e sconcerto.
Galimberti risponde; ma con il coraggio di chi non teme l’impopolarità, dichiara subito la sua avversità alle contestazioni degli insegnanti e con l’argomento di voler mettere al centro gli studenti piuttosto che i professori (i quali evidentemente, nell’opinione di Galimberti, dei loro studenti se ne fregano) spiega perché queste proteste gli facciano venire l’orticaria e conseguentemente perché sia disposto dunque a spendere una parola a favore della riforma.
Provo a riassumere i punti del ‘discorso’ di Galimberti:
  1. Le scuole elementari hanno fatto passi in avanti significativi (e infatti gli scolari si piazzano bene nei ranking internazionali)
  2. Le scuole medie e superiori sono invece un disastro (e infatti si piazzano male sempre negli stessi ranking);
  3. Il disastro delle scuole medie e superiori è dovuto al fatto che non ci sono insegnanti all’altezza (al massimo, quando va benissimo, dice il filosofo overground, uno per classe);
  4. I bravi insegnanti sono tali per natura (e quindi sono pochi, si inferisce) e sono coloro che sono in grado di emozionare;
  5. Per questo vanno selezionati attraverso un accurato test di personalità, come si fa nelle migliori aziende;
  6. Gli insegnanti ‘demotivanti’ devono essere segnalati dagli studenti e dalle loro famiglie e dopo opportune verifiche, nel caso effettivamente non funzionino, è giusto che il dirigente scolastico, magari coadiuvato dai docenti più bravi e impegnati, li cacci;
  7. Nessuno scandalo dunque a che i presidi assumano i capaci e dimettano gli incapaci “premiando la meritocrazia, l’eccellenza e la concorrenza tra le varie scuole”.
  8. Ben vengano i finanziamenti privati alle scuole migliori: anzi proprio la quantità di finanziamenti consentirà di discriminare tra scuole migliori e scuole peggiori, perché nessuno vorrà, giustamente, investire su queste;
  9. Ai professori bravi e meritevoli non sarà necessario dare alcun premio speciale, basteranno gli scatti di anzianità su uno stipendio che, compatibilmente con quel che ci si può permettere, dovrebbe essere aumentato: il premio sarà quello di non essere esonerati in quanto non meritevoli;
10. Le prove Invalsi vanno rispettate, anche se inadeguate per valutare l’effettiva preparazione degli studenti.
Rispettando questo decalogo, dice Galimberti, le scuole italiane sarebbero finalmente in grado di risalire la china nei ranking internazionali che ora li vedono in posizioni vergognose.
Umberto Galimberti è un filosofo e uno psicanalista. Come è noto Wittgenstein riteneva che il lavoro della filosofia e quello della psicanalisi fossero effettivamente piuttosto simili. Così come lo psicanalista cerca di mostrare che un sintomo è la realtà evidente e superficiale di un qualche disagio più profondo e nascosto, altrettanto la filosofia deve cercare di portare in superficie l’origine logica e linguistica di alcuni problemi che ci complicano l’esistenza. Insomma per Wittgenstein, se si passa la semplificazione, tanto la psicanalisi quanto la filosofia hanno una funzione di smascheramento, di andare a vedere cosa sta sotto la crosta più superficiale e immediata dei problemi, di svelarne la dinamica e la logica interne e profonde.
Della necessità di questa fatica e di questo lavoro Galimberti deve essersene decisamente dimenticato scrivendo la risposta alla povera signora Perra. Forse era impegnato a fare altro. Forse non aveva tempo di leggere, informarsi e capire. Forse non ne aveva voglia e aveva invece voglia di scandalizzare non si sa bene chi (forse la povera signora Perra) acquietandosi sulla vulgata più banale, superficiale e ignorante; che in confronto Renzi&Giannini sembrano quasi dei critici dell’ideologia di francofortese memoria.
Ad esempio sarebbe stato interessante e utile ai lettori di Repubblica e di D sapere come mai la scuola elementare italiana era riuscita a diventare (uso il passato perché dopo la cura Tremonti/Gelmini non sono sicuro potrà ancora vantare i successi acquisiti) una delle migliori scuole elementari del mondo. Avrebbe scoperto, Galimberti (e avrebbero scoperto così anche i suoi lettori), che non si era fatta, per fortuna, nelle scuole elementari nessuna delle cose da lui auspicate, ma si era fatto un investimento sulle persone all’interno di un piano educativo innovativo – il tanto famigerato ‘modulo’ che la retorica del maestro che tanto piace a Galimberti ha contribuito a far fuori e che vedeva la copresenza di più insegnanti all’interno della classe – aprendo in modo deciso alla formazione in servizio e modificando nel profondo la prassi didattica. Insomma se la scuola elementare, come ha appreso Galimberti “in un congresso internazionale sull’istruzione nel mondo”, ha fatto progressi significativi e importanti, ciò è dovuto a un investimento di risorse, intelligenza e buona volontà che niente ha a che fare con gli slogan della meritocrazia, con il mito l’eccellenza, con l’ideologia della valutazione che all’intellettuale Galimberti paiono evidentemente ovvie e sacorsante..
Quello che sconvolge dell’intervento di Galimberti non è però tanto l’ignoranza e la faciloneria con cui tratta il tema della scuola, quanto piuttosto il suo adagiarsi, totalmente aproblematico, sulle parole d’ordine del buon senso borghese, si sarebbe detto un tempo; ciò che lascia cioè esterefatti è la totale incapacità di pensare il problema cercando di scalfire il discorso ordinario, l’indolenza nei confronti di una qualsiasi logica che sia in grado di produrre un orizzonte di senso minimamente significativo per comprendere la crucialità che è in gioco.
Quello che è in gioco in questa storia è in realtà qualcosa che a che fare con il concetto stesso di scuola e di educazione e con l’idea di società che vogliamo in qualche modo costruire.
Questa riforma (che sempre più si pretende di far passare come una sorta di aggiustamento tecnico in nome di una maggiore efficienza) muove da un’idea di formazione per molti versi vincolata e orientata alla conquista di un saper fare misurabile e comparabile: una formazione intesa come addestramento, come acquisizione di competenze in grado di sviluppare adeguate capacità di eseguire correttamente, e cioè velocemente ed efficacemente, protocolli di azioni replicabili. E il modello di società dentro cui assume senso questo stile formativo è un modello di società basato sulla competizione, su un’idea di merito inteso come elemento selettivo talmente potente, nella retorica che lo si accompagna e nella carica etica con cui lo si dipinge, da oscurare qualsiasi altro tipo di considerazione.
Don Milani diceva che la scuola così come è organizzata funziona solo con chi non ne ha bisogno. Le cose, dopo don Milani e anche grazie a lui, sono un po’ cambiate. Il nemico però oggi sembra essere tornato l’egualitarismo – “causa, sia detto, di non poche inefficienze”, scrive curiosamente lo stesso giorno su Repubblica, sempre in risposta a una lettera, Corrado Augias.
In qualche modo, senza volerlo, Galimberti e Augias, con il loro buon senso, rivelano la vera posta in gioco: l’idea di una scuola che mette al primo posto l’uguaglianza degli individui in una scuola che è di tutti e di ciascuno. In tempi di meritocrazia, eccellenza e conseguenti azioni finalizzate alle scalate nei rating e ranking che sempre più determinano il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, ciò che è bene e ciò che è male, si ritiene di dover legittimare e giustificare (con quella sana ragionevolezza che fa a pugni con la ragione) ciò che a don Milani pareva orribilmente e scandalosamente contraddittorio: scuole buone per i buoni, e per il resto pazienza; scuole ricche per chi può e scuole come vengono per gli altri; professori bravi a chi se lo merita, agli altri quel che passa il convento.
Chi non se lo merita (chi è nato nel posto sbagliato, da una madre sbagliata o da un padre inadeguato) paghi il fio.

http://www.minimaetmoralia.it/wp/riforma-della-scuola-la-vera-posta-in-gioco/

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