L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 20 giugno 2015

Si può aumentare il debito purchè questo sia diretto alla ricerca, a nuove tecnologie, far diventare la scuola un'eccellenza, a investire in Energia pulita e infrastrutture digitali e NON in questa maniera scomposta

Debito pubblico, perché la corsa non si arresta

Eccessivo ricorso ai mercati. Investimenti limitati. Derivati onerosi. Incertezza. Il rosso del nostro Paese è senza freni. E il governo non trova il rimedio giusto.

 
19 Giugno 2015
Pier Carlo Padoan derubrica la vicenda come «una cosa veramente noiosa». Acuita e alimentata da un dibattito «fuorviante».
Sarà, intanto il debito pubblico continua a bruciare ogni record.
Lunedì 15 giugno la Banca d'Italia ha comunicato che a maggio l'indebitamento dell'Italia ha raggiunto quota 2.194,5 miliardi di euro, con un aumento di 10 miliardi rispetto al mese precedente.
ADVERTISING
DISPONIBILITÀ LIQUIDE A 83,1 MLD. Quel che è peggio è che in una fase come questa lo Stato s'indebiti - emettendo titoli - più di quanto serva: infatti, a maggio il totale di quanto sottoscritto dai nostri creditori è stato quasi il doppio rispetto allo stesso mese dello scorso anno (6,4 miliardi).
Con il risultato che quei 4,2 miliardi di differenza hanno portato le disponibilità liquide del Tesoro a 83,1 miliardi.
Non meno preoccupante - in anni di spending review - è che siano soprattutto le amministrazioni centrali ad aumentare il loro livello di indebitamento (9,9 miliardi in più soltanto tra aprile e maggio), mentre il patto di stabilità ha costretto enti locali (+0,1 miliardi nello stesso periodo) ed enti previdenziali a essere virtuosi.
DEBITO-PIL 70 PUNTI OLTRE IL LIMITE. L'Italia, stando alle intenzioni del governo, porterà a fine anno il suo rapporto debito-Pil al 132,5%. Oltre 70 punti rispetto a quanto previsto dai trattati europei.
L'ultimo Documento di economia e finanza ha previsto che l'indebitamento crescerà in termini nominali fino al 2019, quando arriverà a 2.218,2 miliardi di euro. Eppure, come ha spiegato Padoan, al Tesoro non sono preoccupati, visto che scommettono sia sulla ripresa (l'altro denominatore che fa abbassare il rapporto previsto tra i parametri di Maastricht) sia sull'aumento dell'inflazione che alleggerisce il costo del servizio al debito.
IL GETTITO FISCALE TIENE. Per non parlare del fatto che, nonostante la perdita di sette punti di Pil dall'inizio della crisi, il gettito fiscale regge: nel primo quadrimestre del 2015 le entrate tributarie sono state complessivamente pari a 115,2 miliardi, lievemente superiori rispetto a quelle relative allo stesso periodo dell’anno precedente (114,4 miliardi).
Prima la politica accomodante della Bce che ha portato il costo del lavoro quasi a zero, poi gli acquisti in massa del Quantitative easing: l'Italia paga interessi relativamente bassi sulle sue emissioni, nonostante la sua forte esposizione.

In tre anni riconosciuti ai creditori 318 miliardi di euro

È questa una tentazione alla quale nessun governo sa mai cedere: non a caso la corsa del debito è ripresa quando il governo Letta ha deciso di accelerare sulla restituzione dei debiti (all'epoca erano 130 miliardi) della Pubblica amministrazione.
E sulla stessa tendenza si sta muovendo l'attuale esecutivo, che dopo essere visto imporre il rimborso ai pensionati per la mancata indicizzazione, il prossimo 23 giugno potrebbe ritrovarsi a dover risarcire anche gli statali che dal 2009 non vedono rinnovati i loro contratti. È stato calcolato nell'ipotesi peggiori un esborso per lo Stato di 35 miliardi di euro.
Eppure, nonostante le rassicurazioni di Padoan, l'Italia fa fatica a recuperare risorse per gli investimenti o per estendere le politiche di welfare, visto che negli ultimi tre anni ha dovuto riconoscere ai suoi creditori 318 miliardi di euro.
ECCESSIVO RICORSO AI MERCATI. Le società di rating continuano a tenere basso il giudizio sulla stabilità italiana - cosa che poi si ripercuote sulle nostre aziende quando sono a caccia di denaro - mentre l'Unione europea da almeno un quinquennio impone a Roma politiche di rigore.
Per non parlare dell'approccio schizofrenico della nostra politica finanziaria: l'Italia infatti si finanza sia attraverso un'alta tassazione sia con un eccessivo ricorso ai mercati. In quest'ottica non investe in strumenti per la crescita e prova a tenere i conti in ordine con interventi di rigore, in grado però soltanto di depotenziare la ripresa.
Ma l'eccessivo indebitamento porta con sé altre incertezze sul futuro italiano. Innanzitutto il nostro Paese - come dimostra l'estate calda del 2011 - non è in grado di difendersi dalla speculazione, quando ci sono turbolenze finanziarie.
L'INCOGNITA GRECIA. Nelle ultime settimane l'allungamento nelle trattative tra la Grecia e l'ex Troika, lo spread tra Bund e Btp decennali è salito progressivamente verso i 150 punti, dopo essere tornato verso quota 100 nei giorni in cui Mario Draghi ha dato il via al suo Quantative easing.
In attesa poi di capire le conseguenze del caos greco, non è mancato chi ha criticato le capacità del Tesoro di interloquire con i mercati.
Come dimostra l'affaire derivati, dopo che i governi precedenti (soprattutto quello Ciampi) avevano sottoscritto questi contratti per 159 miliardi per proteggersi da rischi come l’oscillazione delle valute o dei tassi d’interesse.
IL PESO DEI DERIVATI. Soltanto dal 2011 al 2014, lo Stato italiano ha visto un aggravio del proprio debito di 16,95 miliardi di euro proprio per le clausole onerose di quei contratti.
Secondo le opposizioni, Movimento 5 stelle in testa, l'esecutivo oltre a non garantire trasparenza su questo fronte, avrebbe pagato più del dovuto proprio per l'incapacità a rinegoziarli.
Ma dal Tesoro si è subito fatto sapere che cancellare questi derivati (anche perché stipulati con grandi istituti come Bank Of America, Barclays, Bnp Paribas, Citibank, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs, Hsbc, Ing, Morgan Stanley, Nomura, Ubs) costerebbe almeno 41 miliardi di euro.

Nessun commento:

Posta un commento