L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 3 luglio 2015

2015 crisi economica, Cina, il mercato finanziario ha di fatto divorziato con la realtà, il titolo valutato 85 volte contro il guadagno dell'azienda


Pudong, il distretto finanziario di Shanghai, il 26 giugno 2015.
  • 02 Lug 2015 

È esplosa la bolla finanziaria cinese


È stato un giovedì nero per la borsa di Shanghai, il più importante mercato finanziario cinese, e la finanza globale si risveglia con un altro fronte d’instabilità oltre al caos greco. Alla chiusura delle contrattazioni, lo Shanghai composite index ha perso il 3,5 per cento dopo aver toccato perdite superiori al 6 per cento durante la seduta, scendendo per la prima volta da oltre due mesi sotto la soglia psicologica dei quattromila punti. 

Considerando anche la piazza di Shenzhen, la seconda borsa cinese, più di 1.400 aziende il 1 luglio hanno registrato il segno meno. Dal 12 giugno a oggi, l’indice su cui si scambiano i maggiori titoli del gigante asiatico ha perso il 24 per cento del suo valore, una cifra pari a 2.400 miliardi di dollari, l’equivalente all’intera borsa di Parigi. 

Il tonfo avviene dopo una corsa senza precedenti da quando la Cina ha aperto le sue borse alle contrattazioni, una crescita ininterrotta durata 935 giorni che ha condotto l’indice di Shanghai a rialzi fino al 150 per cento, pari a 6.500 miliardi di dollari, nel solo anno precedente al 12 giugno. Sospinti dall’euforia, nel maggio scorso sono stati aperti 12 milioni di nuovi conto-titoli, una cifra più alta dell’intera popolazione greca. Oggi sono 90 milioni i cinesi che giocano in borsa, tre milioni in più degli iscritti al Partito comunista cinese, che nel 2014 erano 87,8 milioni. L’Asian Financial Review ha notato che, al termine di questo rialzo, un titolo mediano sulle piazze cinesi era valutato 85 volte i guadagni attesi dall’azienda, contro una media del 21,2 registrata a Wall street lo scorso 30 giugno. 

Con prospettive di crescita economica non esaltanti per l’economia cinese nel suo complesso, non erano in pochi a suggerire che il mercato finanziario aveva di fatto divorziato dalla realtà. Nei giorni scorsi, la Banca mondiale aveva avvisato il governo cinese sulla necessità di riformare il settore finanziario, definendolo distorto. “Forti correzioni nel valore dei titoli sono uno dei fattori di rischio per le prospettive di crescita perché queste correzioni, o comunque la volatilità finanziaria, possono avere effetti negativi sui consumi”, ha spiegato uno degli economisti dell’istituzione di Washington, Karlis Smith. 

Nelle scorse settimane, il governo di Pechino è più volte intervenuto con l’obiettivo di tamponare le perdite, prima tagliando i tassi di interesse attraverso la banca centrale e, successivamente, cercando di rassicurare gli investitori attraverso un rilassamento dei regolamenti sull’utilizzo di denaro prestato per acquistare titoli. I mercati, per ora, non hanno reagito come sperato. 

Saranno dunque i prossimi giorni a determinare se siamo di fronte a uno dei più grandi crack della storia finanziaria recente o a una correzione temporanea, se il governo sarà in grado di intervenire adeguatamente (come ha spesso fatto dal 2008), e se esiste un rischio di contagio, per ora limitato visti i risultati leggermente positivi delle altre piazze asiatiche

http://www.internazionale.it/opinione/nicolo-cavalli/2015/07/02/cina-shanghai-borsa 

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