L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 6 luglio 2015

FMI usa la leva dei soldi per imporre la politica statunitense

Il rigido, rigidissimo Fondo monetario internazionale

lug 6th, 2015 
di C. Alessandro Mauceri –

fondo-monetario-internazionale 

Nelle ultime settimane si è assistito ad un aumento considerevole dei paesi insolvibili dei propri debiti contratti con il Fondo monetario internazionale.
Al di là del referendum tenutosi in Grecia, su Atene pende la spada di Damocle della rata di 1,6 miliardi di euro da restituire al Fondo monetario internazionale. Negli ultimi cinque anni la Grecia ha ricevuto complessivamente dal Fmi oltre 24 miliardi di euro e da qualche giorno è diventato il primo paese dell’Unione europea a non onorare gli impegni.
Analoga la situazione in Ucraina. Pochi giorni fa il primo ministro ucraino Arseniy Yatsenyuk ha rilasciato dichiarazioni che non lasciano spazio al dubbio: “Non possiamo permetterci di onorare quei debiti che sono stati fatti in primo luogo negli ultimi 3 anni. In questo periodo l’Ucraina ha ricevuto 40 miliardi di dollari. L’ammontare totale dei fondi necessari per ripagare il debito estero dell’Ucraina è pari alla nostra spesa militare, ovvero al 5% del PIL che spendiamo per la sicurezza nazionale e la difesa. Dobbiamo spendere il 5% del PIL per far fronte al debito estero ed interno dell’Ucraina”. Una spesa militare che, sotto le pressioni dell’occidente e a causa della contesa con la Russia, ha svuotato le casse dello stato ex sovietico.
Una situazione, quella ucraina, resa ancora più difficile dalla durezza delle posizioni dei creditori, specie quelli privati, con a capo il fondo “Franklin Templeton” che vanta crediti per quasi 9 miliardi di dollari, che hanno rifiutato di accettare le richieste dell’Ucraina. L’Ucraina ha chiesto ai creditori la cancellazione del 40 per cento del debito e la sottoscrizione di obbligazioni legate alle future performance economiche del Paese. Una proposta che non è stata accolta dai creditori privati nonostante il Fmi avesse dichiarato che “la ristrutturazione del debito è la chiave per la stabilizzazione dell’Ucraina” e avesse invitato “l’Ucraina e i suoi creditori a proseguire gli sforzi per raggiungere un’intesa coerente con gli obiettivi finanziari e di debito e le riforme economiche delle autorità (in Ucraina), supportati dal Fondo Monetario Internazionale”.
Una disponibilità a ristrutturare il debito e a rinegoziare che lo stesso Fmi non ha mostrato nei confronti un altro paese debitore. Pochi giorni fa non ha prodotto alcun risultato la campagna “jubilee network” portata avanti da 75 organizzazioni e 400 comunità religiose che chiedevano al Fmi di ridurre il debito del Nepal, la cui economia ancora in crisi dopo il sisma dello scorso aprile. Irremovibile in questo caso il comportamento del Fmi, secondo il quale non sono stati soddisfatti alcuni criteri per avvalersi del sostegno dopo un disastro naturale. Il sisma che ha colpito il Nepal il 25 aprile ha causato oltre 8.000 morti (8.020) e 17.866 feriti. Le autorità pubbliche hanno dichiarato che oltre 296.903 case private sono andate completamente distrutte e con esse 10.803 edifici pubblici. Eppure tutto questo, secondo gli esperti del Fmi, non è “abbastanza”: ad essere colpito infatti non è stato più di un terzo della popolazione e non c’è stato un grave danno all’economia. Quindi, niente contrattazione o riduzione del debito.
Nel mondo sono molti i paesi insolventi nei confronti del Fmi. Paesi che in un momento di difficoltà hanno pensato di poter risolvere il problema attingendo ai presiti concessi dal Fmi e che, solo in seguito, si sono resi conto di non poter pagare.
Secondo le ultime stime del Fmi (dicembre 2014), tre paesi in via di sviluppo sono di fatto già in stato d’insolvibilità e altri quattordici non ne sono lontani (nonostante alcuni di questi avessero beneficiato di una riduzione parziale del debito nell’ambito dell’iniziativa Heavily Indebted Poor Countries, HIPC). In quasi tutti i paesi poveri, i finanziamenti esteri per sostenere il debito contingente (come nel caso della Grecia) o per far fronte a progetti d’infrastruttura e dei sistemi di formazione e di salute (come in molti paesi africani e sudamericani) o per far fronte a conflitti interni (come nel caso dell’Ucraina), alla fine ha fatto aumentare considerevolmente il debito.
Sono 29 i paesi per i quali, secondo i criteri del FMI, esiste un rischio, almeno “moderato”, di bancarotta dello Stato.
Casi di default, di fallimento dello stato, che non sono una novità. Dai dati dello studio realizzato da Carmen Reinhart, ricercatrice del Peter G. Peterson Institute for International Economics di Washington e da Kenneth Rogoff, della Harvard University di Cambridge (Usa) ed ex economista capo presso il Fondo monetario internazionale, risulta che, dal 1800 ad oggi, sono stati ben 227 i casi di default in tutto il mondo.
Una lista che comprende anche paesi industrializzati come Austria e Germania, “falliti” dal punto di vista finanziario a causa di guerre, cambi di regime o delle relative conseguenze. E quasi sempre solo la benevolenza dei creditori, che hanno ridotto il proprio credito, ha consentito a questi paesi potessero di non essere smembrati (come si fa con le imprese dichiarate fallite) anche politicamente.
Una benevolenza e una magnanimità che il Fmi non sembra essere disposto ad adottare nei confronti dei debitori di oggi, dal Nepal all’Ucraina, dal Sudan alla Somalia fino alla Grecia.

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