L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 2 luglio 2015

gli euroimbecilli e la camicia di forza dell'euro intriso di austerità

Crisi in Grecia: cosa succede e di chi è la colpa?

Pubblicato mercoledì, 1 luglio 2015 da Giornale Siracusa.

Grecia, manifestazione a Piazza Syntagma
Grecia, manifestazione a Piazza Syntagma

La Grecia sul filo del rasoio: Sì o No alle riforme imposte dall’UE? Ma come sono arrivati a questo punto e cosa potrebbe succedere?

E’ l’argomento di questi giorni, di questo mese e forse anche di questo anno; sicuramente finirà sui libri di storia e sulle aule delle Facoltà di Economia, perchè è un momento storico-economico importantissimo quello che vede la Grecia come “protagonista”.
In un pessima situazione, fuor di dubbio, in bilico tra l’incognita dell’uscita dell’euro e il baratro del collasso finanziario, la Grecia in questi giorni si pone con coraggio come paladina della messa in discussione del sistema Troika – BCE, FMI, UE- e ricorda al mondo di essere la madre della democrazia.

Come ha fatto la Grecia ad arrivare a questo punto?

La Grecia, come l’Italia, il Portogallo e la Spagna, si è trovata , in quel fatidico 2007, quando dall’America è arrivata l’ondata nera della crisi dei mutui subprime, con un debito pubblico mediamente alto – 100% del PIL. Niente di esagerato, se si pensa che anche le virtuose Gran Bretagna e Germania viaggiavano sullo stesso livello (vedi l‘articolo di Paul Krugman al NYTimes). Ma come si accumula il debito?
Il debito pubblico si accumula se il bilancio commerciale di un Paese mantiene per anni un segno negativo; il bilancio commerciale viene fuori dalla differenza tra le entrate e le uscite nette, è strettamente legato quindi al flusso di capitali in entrata e in uscita, i quali sono a loro volta dipendenti da import ed export. Se un Paese importa molto più di quello che esporta –  il bilancio delle partite correnti è negativo- avrà molti più capitali in uscita che in entrata, quindi viene fuori il famoso deficit e il conseguente debito -in mezzo ovviamente si aggiungono interessi passivi sui debiti-
Come ha fatto la Grecia ad arrivare, nel giro di 7 anni, da un 100% di debito/PIL a un 170%?
Paul Krugman – premio Nobel per l’Economia-  ha dichiarato qualche giorno fa: “Sì, certo, la Grecia spendeva troppo, ma nemmeno tanto. Era indebitata, ma nemmeno tanto. Come ha potuto tutto questo diventare una catastrofe che, tra le altre cose, ha visto il proprio debito salire fino al 170% nonostante i selvaggi tagli della austerity? I veri colpevoli – continua- non sono i greci. E’ stata la camicia di forza dell’euro e la pessima espansione monetaria dell’ eurozona“.
Non eravamo pronti, alla moneta unica, nel lontano 1999. Noi come italiani, i greci e anche altre economie europee, ognuna per i suoi motivi; l’unione monetaria ha imposto l’omologazione di monete e politiche ad economie troppo diverse l’una dall’altra. Ha giovato a qualcuna e fatto danni enormi a qualcun’altra. Ma torniamo a noi..
Quando Alexis Tsipras è salito al governo con il partito Syriza, in un momento estremamente complicato per la Grecia, ha promesso di cambiare linea politica e di portare al Paese delle riforme strutturali diverse che non seguivano la tipica austerità – per politiche di austerità si intendono riforme che tagliano la spesa pubblica, liberalizzano il mercato del lavoro, vedi “flessibilità“, e aumentano la pressione fiscale-  adducendo come motivazione che tali politiche non stavano aiutando il proprio Paese e nemmeno gli altri Paesi europei. Come dargli torto?
I greci gli hanno dato fiducia, hanno detto no all’austerità, sì alle riforme sul salario minimo, le pensioni, sì ai tagli sui profitti aziendali, no all’aumento dell’imposizione fiscale e al taglio della spesa pubblica. Ma ci vuole tempo, per farle, e nel frattempo il debito della Grecia rimane, così anche le rate e gli interessi da pagare.

Cosa succede adesso in Grecia

Arriviamo alla cronaca di questi giorni: la Grecia avrebbe dovuto pagare la rata del debito al FMI di 1,2 mld di dollari entro il 30 Giugno; nel frattempo però, l’UE ha bocciato le riforme proposte dal governo Tsipras, non in linea con le sue politiche di austerità. I vertici chiedevano imposte più alte e taglio alle pensioni e ai salari statali, così come hanno fatto gli altri bravi Paesi. Che fare?
La soluzione di Tsipras è stata richiamare il proprio popolo al voto, tramite referendum, massima espressione della democrazia:”Popolo, volete accettare le politiche della Troika, con la sicurezza che l’UE ci garantisca i prestiti di cui abbiamo bisogno, oppure volete andare avanti come io vi ho promesso, provando la via alternativa delle riforme sociali?”
Se il popolo domenica vota sì, la Grecia rimane nell’euro, accetta le imposizioni europee e continua ad accumulare debito, come fa anche l’Italia – ma la fine della crisi, arriverà? Se il popolo voterà no, Tsipras, forte del consenso popolare e del simbolo democratico del referendum, può portare avanti,ancora, le sue proposte al tavolo della Troika, rischiando di ricevere un’altra, definita bocciatura, di non ricevere più prestiti e di essere quindi costretto ad uscire dall’euro e dall’Unione europea. Soluzione in extremis, i cui effetti sono difficili da prevedere – si parla di una svalutazione della dracma rispetto all’euro del 40%, di un aumento considerevole dell’inflazione e della fuga di capitali. Nella storia è già successo che un Paese si ritirasse da un sistema a cambi fissi, non riuscendolo più a sostenere, ed è anche successo che a Paesi come la Germania, in momenti di totale collasso finanziario, venissero azzerati i debiti – vedi il dopoguerra.

Questioni politiche

Lo scenario presentato ha un sapore politico più che economico: Alexis Tsipras,contrariamente a quanto si pensa e si dice in questi giorni, non ha voluto gettare il peso della scelta sulle spalle del suo popolo, ma ha chiesto aiuto ai suoi, appellandosi alla forza della democrazia, di cui il proprio Paese è stato il padre. Ogni voto “NO” che i Greci daranno, è un punto di forza in più per quello che lui rappresenta ai vertici.
Nel frattempo i mercati finanziari perdono fiducia, le borse crollano – quelle greche sono state bloccate- , il governo è costretto a imporre un tetto al prelievo dei bancomat- per evitare la tipica corsa agli sportelli e quindi l’insolvenza della banche – e il popolo greco trema di paura. Che fine faranno? Saranno abbastanza coraggiosi da andare avanti, o la paura della fame vincerà il referendum?
L’eurogruppo, la cancelliera Merkel e gli esponenti del Fmi cercano una soluzione, hanno paura anche loro: vogliono evitare che la Grecia esca dall’euro – il sistema nel suo complesso politico ed economico perderebbe enorme credibilità – , ma non vogliono neanche accettare di perdere il controllo sulle loro politiche economiche – visto che già quello delle politiche monetarie è garantito dall’assenza di sovranità nazionale. E così sono in trattativa con il Governo, propongono, chiamano e aspettano, ma non hanno voluto accettare la richiesta di Tsipras di allungare la data di scadenza del pagamento della rata fino – almeno- al giorno dopo del referendum. Una mossa esagerata, che ha sconcertato anche Paul Krugman: “Mostruosa follia spingere Tsipras sino a questo punto

Beatrice Buscema

http://www.giornalesiracusa.com/notizie/2015/07/01/crisi-in-grecia-cosa-succede-e-di-chi-e-la-colpa 

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