L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 6 luglio 2015

Gli euroimbecilli nascondono la testa nella sabbia non vogliono affrontare la realtà dell'Euro, vogliono circoscrivere la questione alla Grecia

Vi spiego tutti gli effetti geopolitici del voto in Grecia. Parla il prof. Sapelli

06 - 07 - 2015 Michele Pierri
Vi spiego tutti gli effetti geopolitici del voto in Grecia. Parla il prof. Sapelli
Il “no” ellenico di ieri al piano proposto dalla Troika ha rilanciato l’azione politica del premier Alexis Tsipras e mandato un messaggio chiaro a Berlino e Bruxelles: l’Europa dell’austerità ha subito una sconfitta e le tecnocrazie del Vecchio Continente non potranno non tenerne conto.
A crederlo è lo storico ed economista Giulio Sapelli, che in una conversazione con Formiche.net analizza il risultato e le prospettive del referendum di Atene.
Professore, che significato ha il voto in Grecia?
C’è un dato di fatto: quel che è uscito dalle urne ci dice che in Grecia è tutta l’Europa dell’austerità ad aver perso e non Atene, come vorrebbe far credere la vera sconfitta di questa tornata, ovvero la cancelliera tedesca Angela Merkel. E anche la voglia di Atene di rimanere nell’euro e nell’Unione, ma in un modo più sostenibile, ci dice che il sentiero da seguire dovrà essere quello dei cosiddetti Stati Uniti d’Europa con una Bce sul modello della Federal Reserve.
Qual è il messaggio a Berlino e Bruxelles?
Il senso storico-generale di questa consultazione è che non si può governare a lungo contro la volontà dei popoli. Davanti a essa e con essa, tutte le tecnocrazie devono confrontarsi, prima o poi. Così come dovranno farlo con lo scenario politico europeo, in turbolenta evoluzione.
Di che evoluzione parla?
Emerge ed emergerà sempre più la consapevolezza – sia da sinistra sia da destra e probabilmente presto anche dal centro – che l’uscita dalla recessione in cui siamo avverrà solo da una soluzione politica del caso ellenico.
In un’intervista alla Stampa, l’ex presidente del Consiglio italiano e della Commissione europea, Romano Prodi, ha detto che “il crollo dell’Euro non conviene a nessuno” e che “Cina e Stati Uniti eviteranno la caduta della moneta unica”. 
Sono completamente d’accordo. Nella vicenda greca, l’aspetto geostrategico è più rilevante di quello economico. Per questo trovo giusto non solo prenderne atto, ma anche risolvere alcuni ostacoli verso un epilogo felice di questa storia. Uno è che Christine Lagarde, alla guida del Fondo Monetario Internazionale, non può essere la foglia di fico dietro cui si cela una presenza americana sempre più fondamentale. E poi non chiudere gli occhi davanti alle iniziative russe in merito a un possibile accordo a tre Cipro-Grecia-Turchia per consentire a Mosca l’installazione di una base navale a Cipro, nel cuore del Mediterraneo.
In una conversazione con Formiche.net, l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci ha detto di ritenere “più che legittime e fondate” le preoccupazioni di chi – Stati Uniti in testa – teme che la Grecia, che peraltro è anche un membro della Nato, possa cadere preda di sirene russe o cinesi qualora venisse isolata. Anche lei lo ritiene un rischio concreto?
Io dico che queste mosse non possono assumere i tratti di una diplomazia parallela, che finisce per essere intimidatoria. Tutti gli attori – Europa al completo (non solo Francia e Germania, diarchia poco accorta), Usa, Russia e Cina – devono sedersi a un tavolo per discutere dei necessari assetti geopolitici che oggi mancano, ben più pericolosi del piccolo debito greco. Servirebbe una grande conferenza internazionale, che potrebbe essere lanciata proprio dall’Italia. Così Roma si riapproprierebbe del ruolo diplomatico che le compete e che oggi sembra mancare. La sensibilità politica dimostrata sinora dal ministro Paolo Gentiloni è adeguata al raggiungimento di questo grande obiettivo.
Se ciò non avvenisse quali sarebbero le conseguenze? E quali le opzioni disponibili?
Non ci sono molte strade da percorrere. Se non vogliamo che la Grecia esca dall’euro, o peggio, faccia default nell’euro con conseguenze imprevedibili, non resta che Berlino faccia un passo indietro e accetti che i debiti di Atene vengano abbonati come si è fece con i suoi in passato. Ciò è drammaticamente difficile, ma non impossibile. Viviamo un problema di leadership, che manca a livello continentale. Ma anche in questo caso la Storia ci offre un degno supporto: i destini della Germania e dell’Europa devono essere uniti. Se non lo sono, l’ora della tragedia può giungere in ogni momento. Spero che stavolta si avranno la forza e la lucidità per evitarla.

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