L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 3 luglio 2015

Grecia, a prescindere dal risultato del referendum, l'imbecillità degli euro sostenitori è divenuta sempre più palese


La Grecia al bivio



grecia-tsipras-referendum
di Giuseppe Consiglio
La schiacciante vittoria di Tsipras alle politiche del 25 gennaio costituisce, come oramai ampiamente assodato,  una limpida bocciatura del programma “lacrime e sangue” imposto alla Grecia dalla cosiddetta Troika e un chiaro mandato al nuovo governo eletto dal popolo ellenico: interrompere le politiche di austerità e ridiscutere gli accordi con i creditori internazionali attraverso una riduzione dei tassi di interesse e una ristrutturazione del debito. Quella che ha portato SYRIZA al governo è una proposta quanto mai ambiziosa che a più riprese si è scontrata con la dura realtà dei negoziati che Atene conduce a denti stretti oramai da sei mesi. Abbandonati i toni accomodanti – salvo sprazzi di insofferenza più dettati da esigenze propagandistiche e di consenso interno che da una reale visione di lungo periodo – dell’esecutivo guidato da Antonis Samaras, per trascinare la Grecia fuori dalla crisi il governo Tsipras ha elaborato una tattica che si sviluppa su due fondamentali direttrici: da un lato le trattative con l’Eurogruppo dove il Primo Ministro ed il suo Ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, adottando plasticamente l’approccio Mutt and Jeff con il professore nel ruolo del “poliziotto cattivo”, cercano di convincere Banca Centrale Europea (BC), Commissione europea e Fondo Monetario Internazionale (FMI), dell’efficacia delle riforme strutturali proposte per garantire un maggiore controllo della spesa ed una sostanziale salubrità dei conti pubblici. Dall’altro la ricerca di altri partner internazionali capaci di sostenere l’economia ellenica: oltre alla Cina, già ampiamente coinvolta nell’ultimo biennio nei processi di privatizzazione dei settori infrastrutturali e dell’energia, la Russia si presenta come un possibile alleato per l’uscita dalla crisi e il rilancio dell’economia greca. Il vantaggio sarebbe in ogni caso reciproco: isolata per effetto della crisi ucraina, nonostante le sanzioni economiche Mosca individua nel rafforzamento della partnership con la Grecia lo strumento per rompere il fronte europeo. Il sodalizio minerebbe nell’ottica del Cremlino la credibilità di un’Europa che abbandonerebbe al proprio destino i suoi popoli e segnerebbe una straordinaria vittoria per Putin che consoliderebbe una già  forte leadership ed un appeal verso il blocco euroscettico sempre più massiccio nel vecchio continente.
I negoziati con i creditori internazionali – Il primo terreno di scontro su cui Alexis Tsipras ha affrontato la Troika riguarda la proroga di 4 mesi degli aiuti economici per ottenere la quale Varoufakis ha predisposto svariati pacchetti di riforme di volta in volta giudicati insufficiente e lacunosi dagli interlocutori. Le principali riforme proposte da Atene riguardano l’istituzione di un Consiglio fiscale par la definizione dei tagli alla spesa pubblica, la stesura di un nuovo metodo per la predisposizione della legge di bilancio, un pacchetto di misure per la lotta all’evasione,  riforma e riduzione della burocrazia ed interventi in favore dei cittadini provati dalla crisi.
Ma facciamo un passo indietro: le varie liste presentata da Tsipras a partire da aprile, inalterate nei contenuti rispetto alla precedente ma decisamente più dettagliate, annunciavano misure per 6 miliardi di euro. Accanto all’ottimistica previsione di un recupero di circa 900 milioni di euro dalla lotta all’evasione fiscale da realizzarsi rendendo più stringente le attività di audit riguardanti le operazioni finanziarie effettuate da “soggetti offshore”, venivano ribaditi gli impegni in tema di privatizzazioni. Sistema pensionistico e liberalizzazione del mercato del lavoro, temi scottanti e particolarmente cari ai creditori, non venivano però affrontati. Dopo estenuanti negoziati e contrastanti dichiarazioni da parte di tutti i soggetti coinvolti che a slanci di ottimismo alternavano le più cupe previsioni che davano per certo il default greco, si arriva  alla scadenza del 30 giugno, data ultima entro cui Atene avrebbe dovuto restituire al FMI il debito contratto.
L’obiettivo di Tsipras è quello di persuadere l’UE ed ottenere l’ultima tranche d’aiuti pari a 7,2 miliardi di euro, da utilizzare in parte per ripianare il debito di 1,6 miliardi con il FMI. L’intransigenza dell’FMI nel determinare la tabella di marcia per il rientro dei prestiti, ha messo all’angolo il governo ellenico costringendolo a trattare, evitando di far saltare il tavolo e di “indispettire” ulteriormente i plenipotenziari dei dicasteri di economia e finanza europei. A ciò va anche sommata la difficoltà incontrate dallo stesso Varoufakis nell’interfacciarsi con i colleghi europei: Tsipras ha infatti deciso nelle scorse settimane di rimuoverlo dal team che conduce la trattativa con i creditori internazionali, sostituendolo con il vice Ministro delle Relazioni Internazionali Euclid Tsakalotos, affiancato dal Presidente del consiglio economico Giorgios Houliarakis che rappresenta Atene nel confronto con i creditori.
Il nodo centrale della trattativa risiede in particolare nei rapporti con il FMI. L’ennesimo documento contenente le riforme presentate da Tsipras il 23 giugno ai creditori è stato completamente demolito. Su due aspetti le istituzioni sembrano non transigere, come già era emerso negli scorsi mesi: riforma delle pensioni e aumento dell’IVA da un lato, cancellazione dell’imposta del 12% sulle società con profitti superiori al mezzo milione di euro. Le Istituzioni hanno inoltre bocciato la tassazione sui proventi del gioco d’azzardo e la detassazione per i residenti nelle isole. Contravvenendo decisamente ai dettami dell’Eurogruppo, il governo Tsipras ha riassunto i 2.413 insegnati licenziati dal governo precedente e predisposto un piano d’aiuti umanitari per le fasce più povere della popolazione che dovrebbe entrare a regime in tempi stretti. L’ennesima bocciatura del pacchetto di riforme presentate all’Eurogruppo, e la forte opposizione interna, hanno pertanto spinto Tsipras a compiere una mossa che potrebbe in qualche modo consentirgli di districarsi in questa complicata situazione. Le proposte dei creditori circa un incremento del prestito di ulteriori 8 miliardi di euro (rispetto ai 7,2 iniziali) e un estensione dello stesso fino a tutto il 2015 in cambio di una riforma immediata del sistema pensionistico, di un aumento dell’IVA superiore rispetto a quello proposto da Atene e di una detassazione dei profitti, sono state definite inaccettabili dal governo greco. Nonostante un’ultima apertura a negoziare un nuovo piano, il Premier ha indetto per il prossimo 5 luglio una consultazione popolare mirata all’opportunità di accettare o meno le controproposte dei creditori più che a decretare la permanenza nell’area euro. Certamente il modo più efficace per sedare l’opposizione interna che potrebbe però ulteriormente compromettere il rapporto con i creditori. 
Il fronte interno – La posizione di Tsipras non è certo delle più semplici. L’esigenza di tenere unito il fronte interno con l’ala estrema di SYRIZA che mostra chiari segnali di insofferenza per una linea eccessivamente morbida dell’esecutivo e persino contraria alla proposta del Premier considerata come foriera di provvedimenti antisociali, potrebbero spingere Tsipras a tirare troppo la corda con creditori rischiando di far saltare il tavolo.
A cinque mesi dalle elezioni comunque, nonostante le più che prevedibili e numerose difficoltà nel mantenere il consenso interno, l’opinione pubblica greca (non solo dunque l’elettorato di SIRYZA)  sembrerebbe, sulla  base degli ultimi sondaggi, sostenere l’azione del governo. Il 54% dei cittadini greci ritiene sostanzialmente condivisibile la linea del governo nelle trattative con le istituzioni internazionali. Il 59% ritiene che il governo non debba accettare le imposizioni della Troika. Tuttavia, il 71% del campione è del parere che Atene debba restare nell’euro e che un ritorno alla dracma avrebbe un effetto negativo sulle finanze pubbliche. Quasi il 90% dei cittadini greci è del tutto contraria ad ulteriori misure di austerità.
I mercati finanziari e rischi per i Paesi creditori Il riflesso sui mercati finanziari delle questioni elleniche sono palesi. Piazza Affari in particolare ha fatto registrare delle perdite importanti principalmente per via dei titoli bancari. Ma l’indicatore che più di tutti evidenzia l’inestricabile interconnessione che lega reciprocamente i Paesi europei, e nel caso di specie l’Italia alla Grecia, è l’andamento del mercato obbligazionario: a fine maggio il rendimento dei titoli di Stato decennali italiani, sfondavano la soglia del 2%, cosa che non accadeva da dicembre, allargando a 139 il differenziale con i Bund tedeschi (il cui rendimento è di circa lo 0,60%). Ad avere un peso determinante nella definizione di un simile quadro in cui si assiste alla progressiva erosione della fiducia dei creditori che rievoca i fantasmi del 2011 con lo spread che sfiorava i 700 punti è certamente l’esposizione per 40 miliardi di euro che l’Italia ha nei confronti di Atene. Eppure l’Italia non è il Paese maggiormente esposto ad un eventuale default greco: la Francia ad esempio è creditrice per 46 miliardi di euro, la Germania per 60. L’incapacità della Grecia ad onorare i propri debiti nei confronti degli altri Paesi, rischia di travolgere questi ultimi in un circolo vizioso che costringerà i creditori di Atene a pagare degli interessi sempre più elevati sui debiti che hanno a loro volta contratto.
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La posizione degli USA – L’endorsement  di Washington a favore di Atene, palesatosi nelle dichiarazioni del segretario del Tesoro Usa Jack Lew che non ha usato mezzi termini nel definire come disastrosa un’eventuale uscita dall’euro della Grecia, è stato accolto con una certa freddezza dai Ministri europei. E se per il titolare del Dicastero di Economia e finanza italiano Padoan, una Grexit comporterebbe degli effetti assai limitati nei mercati finanziari internazionali, il tedesco Wolfgang Schaeuble boccia come del tutto incompatibile la pretesa di Tsipras di ottenere ancora dei prestiti senza implementare le riforme strutturali chieste dall’UE. La posizione del governo americano, riflette in questo frangente tutta la preoccupazione per un avvicinamento di Atene a Mosca che rischierebbe di compromettere la tenuta del fronte occidentale nella sfida con il Cremlino. In ballo non c’è dunque solo l’uscita della Grecia dall’euro con tutte le implicazioni politiche di carattere regionale ed interne all’UE, ma un la ridefinizione degli equilibri globali e degli interessi strategici e di sicurezza europei ed atlantici. L’evoluzione di un partenariato economico tra Grecia e Russia in un’alleanza strategica che trascenda le semplici questioni commerciali e che coinvolga anche quelle energetiche e di sicurezza, potrebbe portare a degli scenari del tutto inediti, con una presenza diretta della Russia nel suolo europeo.   
L’asse Atene – Mosca – Una carrellata degli eventi succedutisi negli ultimi mesi dalla vittoria di Tsipras alla scadenza del 30 giugno, è fondamentale per comprendere a fondo la tensione tra Bruxelles ed Atene e del perché la Grecia abbia avviato un intenso lavorio per edificare, rafforzare e ravvivare l’asse con Mosca. Un legame, quello tra Russia e Grecia, che porterebbe reciproci giovamenti trasformando l’una nel grimaldello dell’altra per spezzare il cordone di scetticismo e diffidenza nel quale entrambi i Paesi al momento si trovano.
L’incontro tenutosi l’8 aprile nella capitale russa tra Tsipras e Putin ha avuto una valenza politica di grande portata. Il Premier ellenico, come capo di un governo europeo, è stato il rappresentante di una categoria di soggetti istituzionali particolarmente rara a Mosca soprattutto negli ultimi tempi, e certamente il primo che si è astenuto dal fare pressioni sulla questione ucraina.
Il primo punto in agenda dell’incontro, non poteva che riguardare le forniture di gas, lo strumento più efficace, maneggiato sapientemente da Putin, per plasmare lo spazio geopolitico in ragione degli interessi strategici della Russia. Accantonato – almeno per il momento – il progetto South Stream, che avrebbe dovuto condurre il gas russo verso l’Europa occidentale attraverso il Mar Nero e bypassando l’Ucraina, Atene potrebbe esser promossa al ruolo di hub energetico regionale: diventando parte del progetto alternativo Turkish Stream, il gasdotto turco-russo che dovrebbe sostituire il Trans-Balkan Pipeline (a cui è affiancato Blue Stream) approdando ad Ipsala e poi in Grecia, il Paese ellenico assumerebbe un ruolo preminente come centro di distribuzione energetica in Europa. Sul fatto che il South Stream sia stato del tutto accantonato  è però più che legittimo avere delle riserve: il progetto da 2,4 miliardi di euro, almeno nel tratto iniziale sotto il Mar Nero, coincide con quello del Turkish Stream. L’annuncio con cui Saipem (società del gruppo ENI incaricata della realizzazione del gasdotto) ha dichiarato di aver ricevuto la sospensione della revoca dei lavori dalla South Stream Transport BV, il committente dell’opera, lascia ancora dei margini per la realizzazione del progetto iniziale anche se a ben vedere, solo nei prossimi mesi sarà possibile capire quale dei due progetti verrà alla fine realizzato.
L’accordo per la costruzione del Turkish Stream non è più solo un’idea. La sessione plenaria del Forum economico di San Pietroburgo del 18 giugno, nel corso del quale Tsipras e Putin hanno ostentato ottimismo e sicurezza sull’uscita dalla crisi che entrambi gli Stati, per differenti motivi, stanno attraversando, è stata sostanzialmente il preludio per la firma dell’intesa preliminare per la realizzazione del Turkish Stream siglata dal Ministro dell’Energia greco Panagiotis Lafazanis e dal collega russo Aleksandr Novak.
Se realizzato, il Turkish Stream attraverserà anche la Grecia e, sulla base dell’accordo preliminare, la proprietà della porzione che correrà lungo la penisola verrà divisa tra la russa Veb (Vneshekonombank), la Banca di Stato dedicata allo sviluppo e la Grecia. I capitali per la realizzazione dell’opera, che in base alle stime saranno pari a circa 2 miliardi di dollari, verranno messi interamente a disposizione da Mosca.
Il tentativo di disancorare le questioni di politica internazionale dagli interessi energetici ed economici dei singoli Paesi emergerebbe anche da un altro progetto che Gazprom ha in cantiere di realizzare, e cioè un doppio collegamento, in prossimità del North Stream dal Mar Baltico alla Germania. Progetto subito stoppato dalla Commissione europea.
Le tempestive obiezioni sollevate da Bruxelles alla realizzazione del Turkish Stream, interamente imbastite sul modello di quelle che hanno condotto al blocco del South Stream e concernenti la sostanziale incompatibilità con la normativa europea sulla proprietà tanto del gas che dei vettori per esportarlo e distribuirlo, si sono scontrate con l’evidenza del fatto che la quota russa della proprietà del gasdotto sarà interamente della Veb, un soggetto differente da Gazprom. Il progetto, verrà avviato nel 2016 e sarà ultimato entro il 2019, anno di scadenza del contratto di transito del gas russo dall’Ucraina. 
L’intreccio russo-ellenico di interessi economici e commerciali, non è però confinato alla sola realizzazione del gasdotto. Mosca è fortemente interessata ad entrare nel mercato europeo, e nello specifico in quello greco attraverso massicci investimenti anche in altri settori. Tra le mire del Cremlino, rientra Trainose, l’operatore ferroviario greco, gravato da un debito di oltre 800 milioni. Vladimir Yakunin, Presidente della Russian Railways, già dal 2013 ha mostrato un fortissimo interesse nei confronti del sistema di trasporto ferroviario greco, sottolineando però che il pesante debito della compagnia costituisce un ostacolo difficile da superare per avviare investimenti o acquisizioni di quote societarie. La strategia russa di penetrazione del mercato del trasporto multimodale nel Mediterraneo ha delle implicazioni geopolitiche non indifferenti: Mosca potrebbe in buona sostanza ridimensionare la dipendenza dal Bosforo e dai Dardanelli come porta d’ingresso per il Mediterraneo. E in quest’ottica, bisogna anche interpretare il forte interessamento per il porto di Salonicco.
Le sanzioni reciprocamente comminate da Russia e UE hanno creato non poche difficoltà a produttori e consumatori europei e russi. Nell’ottica di una strategia di riavvicinamento con Atene, Putin non ha esitato a metter sul piatto della bilancia anche una parziale riapertura delle importazioni dei prodotti agricoli greci. Con un interscambio che nel 2014 è sceso a 4,2 miliardi di dollari, ben il 40% in meno rispetto al 2013, la Grecia è il 33° partner commerciale russo al quale fornisce principalmente prodotti della frutticoltura (fragole e kiwi), fondamentali per la Russia. Quello della riapertura ai prodotti greci sarebbe un toccasana per le imprese del comparto ortofrutticolo ellenico le cui perdite, per via delle sanzioni, si aggirano attorno ai 30-35 milioni di euro.
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La crisi economica che attanaglia anche Mosca non consentirà comunque a Putin di farsi carico del debito greco come era pronto a fare per Cipro. E al tempo stesso Tsipras non aspira ad ottenere prestiti da Mosca. Putin coltiva un prezioso alleato in grado di opporsi ad eventuali nuove sanzioni, mentre Tsipras farà leva su questa rinvigorita alleanza per ammorbidire l’intransigenza delle istituzioni europee e, nella sua ottica, di Berlino. La propaganda anti-austerità di SYRIZA tra l’altro, ben si sposa con quella russa particolarmente critica nei confronti della Germania.
Al di là del voto referendario, è lecito supporre che l’accordo tra l’Eurogruppo e Atene possa essere trovato nel breve-medio termine. Un default della Grecia, non converrebbe, in primis, ai sui creditori. Un segnale che potrebbe avvalorare un simile lettura, risiede nell’incremento di oltre 1 miliardo di euro del tetto dell’ELA l’Emergency Liquidity Assistance, la liquidità d’emergenza prevista dalla BCE ed erogata a beneficio delle banche elleniche tramite la Banca nazionale greca su autorizzazione di Francoforte, per far fronte alla corse agli sportelli dei correntisti. Se verrà siglato, sarà comunque un accordo su delle riforme che difficilmente potranno esser definite strutturali e che con ogni probabilità avranno un impatto depressivo sull’economia reale. Il primo punto riguarderà un aggiustamento dell’1,5% dei conti pubblici per l’anno corrente, e del 2,9% per il 2016. Oltre ai tagli sarà previsto un aumento dell’imposizione fiscale che dovrebbe garantire maggiori entrate, anche se spesso l’effetto di misure simili a quelle descritte è molto blando se non addirittura di segno opposto a quello sperato.
La questione cruciale è capire se e per quanto tempo il popolo greco potrà tollerare il depauperamento della propria ricchezza e l’inevitabile abbassamento della qualità della vita legato alla mancanza di servizi che lo Stato non è più in grado di offrire.
Giuseppe Consiglio è OPI Contributor

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