L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 10 luglio 2015

La germania molla l'Euro ma non molla i vantaggi che ancora può trarre, mentre i nostri euroimbecilli vedono l'asino volare

Grexit: dopo referendum un destino già scritto, se entro domenica non nasce una nuova Europa 

Giuseppe Bertoncello 

 















(Il Ghirlandaio) Roma, 9 lug. - Dopo cinque anni di errori, illusioni e inganni, restano cinque giorni per evitare la conferma ultima del fallimento europeo in Grecia: la Grexit. Ed è improbabile che bastino. Mohamed El-Erian, consulente della Casa Bianca e del gruppo tedesco Allianz oltre che ex Ceo di Pimco, stima le probabilità di un’uscita di Atene dall’euro all’85% - ed è un punto di vista condiviso da molti analisti. L’opzione considerata a lungo peggiore da ambo le parti – sia greca che europea - si è dunque trasformata in quella più realistica e a portata di mano. Per capire il perché è d’aiuto mettere l’una accanto all’altra due panoramiche della crisi greca – una che parte da lontano, e abbraccia gli ultimi cinque anni, e l’altra che si concentra sulla cronaca più vicina a noi, e abbraccia gli ultimi giorni. Vediamole.

Quando il nuovo governo greco di centro-sinistra, sul finire del 2009, svelò gli inganni di quello precedente di centro-destra – e cioè che i conti erano stati truccati, il deficit pubblico era esploso al 12% e il debito veleggiava verso il 130% del Pil – gli Europei si trovarono di fronte una situazione seria ma, in teoria, non così grave. La Grecia rappresenta appena il 2% del Pil europeo, e le somme in gioco non erano poi esorbitanti.

Con un Pil greco in contrazione del 4%, tassi d’interesse impennatisi oltre l’8% anche per l’indisponibilità della Banca centrale europea a intervenire sui mercati, e l’impossibilità per la Grecia di svalutare la moneta al fine di ridare fiato all’economia, furono in molti a sostenere che il debito greco aveva imboccato una traiettoria insostenibile: bisognava prenderne atto ristrutturandolo, dopodiché toccava alla Grecia rimettere ordine nei suoi conti pubblici, con l’aiuto di finanziamenti-ponte europei finché un minimo equilibrio macroeconomico e finanziario non fosse stato ristabilito.

Austerità e riforme strutturali, una ricetta fallimentare

Tra i capofila più autorevoli di questo approccio – che aveva molti sostenitori anche all’interno del Fmi - c’era, allora come oggi, il premio Nobel Paul Krugman – uno degli interpreti più chiari e convincenti della debacle europea in Grecia, sin dal primo “salvataggio” nel 2010.

Lo scambio – sosteneva Krugman - doveva essere tra un ragionevole taglio del debito, a carico di creditori irresponsabili (per lo più banche private francesi, tedesche e olandesi) e una ragionevole austerità, a carico di un debitore irresponsabile, il governo greco, che consentisse di ristabilire l’equilibrio dei conti senza affossare l’economia. Un compromesso intelligente avrebbe scoraggiato i comportamenti “moralmente azzardati” tanto dei debitori che dei creditori, e massimizzato le prospettive di uscita dalla crisi per tutte le parti in causa: zona euro nel suo complesso, Grecia, e investitori internazionali coinvolti.

Non fu però questa la linea che prevalse. L’Europa a guida tedesca – col consenso di una Bce e di un Fmi a guida francese – decisero che il debito non andava ristrutturato e che un maxi-prestito (a tassi assai onerosi, e a favore di un debitore sull’orlo dell’insolvenza) in tandem con dosi massicce di austerità e di “riforme strutturali” avrebbero assicurato l’esito migliore.

Cinque anni dopo – nota oggi Krugman - il fallimento è eclatante. Il debito pubblico greco, nonostante un tardivo taglio nel 2012, è diventato sempre più insostenibile, salendo fino al 180% del Pil, mentre l’economia è collassata del 25% riducendo molti greci in miseria. Senza una consistente e immediata riduzione del debito – ha scritto Krugman in questi giorni sul New York Times – “l’austerità ha finito per essere non solo incredibilmente dolorosa ma anche del tutto futile”. Mentre il dogmatico affidamento alla taumaturgica capacità delle “riforme strutturali” di generare fiducia e crescita si è dimostrato per quello che è: “una fede poco supportata dall’evidenza”.

Radicalizzazione e ritorno della sovranità nazionale

Cinque anni non sono bastati agli Europei per apprendere la lezione dei fatti. Schiacciati in una insopportabile “servitù del debito”, a gennaio di quest’anno i greci hanno eletto un governo di sinistra con l’esplicito mandato di mettere fine a un quinquennio di dissennata, distruttiva austerità. Lo scontro si è radicalizzato, producendo cinque mesi di impasse nelle trattative: fino al referendum di domenica scorsa. E da qui parte la panoramica della cronaca a noi più vicina, che completa il nostro quadro e contribuisce a capire come le dinamiche in corso stiano spingendo verso la Grexit.

In un illuminante reportage da Atene, Ambrose Evans-Pritchard del londinese Telegraph ha scritto in questi giorni come l’esito del referendum – l’inatteso e ampio 61% a favore del “No” all’ultima, dura proposta dei creditori – abbia spiazzato entrambe le parti. Tutti, infatti, si aspettavano un “Sì”. Se lo aspettavano gli Europei, convinti che il congelamento dei finanziamenti da parte della Bce, la conseguente chiusura delle banche elleniche e l’imminente minaccia di un completo collasso economico sarebbero risultati argomenti sufficientemente persuasivi da riportare l’elettorato greco alla “ragionevolezza” – ossia alla supina accettazione della volontà dei creditori. Ma se lo aspettava anche il governo di Alexis Tsipras, convinto di aver combattuto la giusta battaglia e di averla persa. Ormai pronto, insomma, a gettare la spugna: isolato in Europa e indisponibile sia a tradire il proprio mandato, piegandosi ai diktat di una devastante austerità senza fine, sia a contemplare l’extrema ratio di un traumatico e impopolare addio all’euro.

I Greci, invece, hanno scompaginato tutti i giochi. Il loro “OΧI” così corale, più che un semplice atto di democrazia, è stato un gesto dirompente di rivendicazione di sovranità nazionale – come ha sottolineato l’economista di Harvard Dani Rodrik in un articolo per Project Syndicate. “Ed è questo – sottolinea Rodrik – che lo rende così fatale per l’Europa.” L’Unione europea, e ancor più la zona euro, si sono infatti sviluppate sulla base dell’assunto implicito che l’esercizio della sovranità nazionale si sarebbe via via attenuato. La crisi greca ha invece rinfocolato quegli umori nazionalistici che il progetto europeo avrebbe voluto mettere a tacere. E la responsabilità prima – aggiunge Rodrik – sta nella “narrativa” che le élite europee hanno scelto di adottare, per cui anziché assorbire la crisi greca in uno spazio politico europeo, e anziché cercare soluzioni alla crisi finanziaria mediante la comune ed equa responsabilizzazione di debitori e creditori, si è scelto di discriminare sulla base di una retorica moralistica e nazionalistica: “al greco spendaccione e spensierato si è contrapposto il tedesco frugale e lavoratore”.

Grexit, frutto dell’impotenza

Cosa può dunque succedere nei prossimi cinque giorni? I vertici dei ministri delle finanze e dei capi di governo europei di inizio settimana hanno messo in chiaro – come riporta Evans-Pritchard – che, se si eccettuano Italia e Francia, quasi tutti gli altri governi sono o apertamente favorevoli o tendenzialmente inclini a considerare una Grexit come la soluzione a questo punto meno negativa. Mercoledì 8 luglio il nuovo ministro delle finanze greco, Euclides Tsakalotos, ha formalmente richiesto al Mes, ossia al cosiddetto fondo salva-stati, un nuovo piano triennale di aiuti, riservandosi di presentare entro giovedì 9 luglio un dettagliato progetto di riforme che venga incontro alle condizioni dei creditori europei. A cascata, avranno poi luogo incontri della Troika, dei ministri delle finanze europei, e infine – domenica – un nuovo, definitivo vertice dei capi di governo. Oltre – ormai è chiaro – non si potrà andare: nella perdurante assenza di un accordo con i creditori, la Bce ha congelato i prestiti al sistema bancario greco, e in assenza di nuova liquidità le banche greche – chiuse da ormai dieci giorni - sono sull’orlo della bancarotta.

La prossima settimana si aprirà dunque o con un accordo o con l’avvio, probabilmente caotico, di un processo di Grexit. Il problema, ai fini di un accordo, è che dopo il “No” al referendum, i greci si attendono che il loro governo mantenga una linea dura con i creditori. Ed è chiaro ormai che i creditori la considereranno irricevibile – anche a costo di una Grexit e di un default sui 240 miliardi di euro che i governi e le istituzioni europee vantano nei confronti della Grecia. Quanto alla possibilità che il governo Tsipras si lasci andare a un completo voltafaccia, chinandosi alla volontà dei creditori ma tradendo il corale “No” del suo popolo, se lo farà, pare difficile che possa sopravvivere a lungo. Si spaccherebbe il partito di governo, Syriza, e forse molti di quei greci, che domenica scorsa sono saliti – metaforicamente - sulle barricate, metterebbero fine all’uso delle metafore.

Ecco perché la Grexit appare, al momento, l’esito più probabile. È vero: non la vogliono la Francia e l’Italia, non la vogliono gli Stati Uniti, che ne temono le conseguenze geo-politiche – con una Grecia “stato fallito”, emarginata in Europa ed esposta alle seduzioni di Mosca. Ma dopo cinque anni di piani di “salvataggio” miseramente falliti e di moralistiche attribuzioni di responsabilità ai “greci fannulloni”, i governi del Nord Europa dei creditori hanno perso la capacità di spiegare ai loro elettorati la logica di un qualsiasi compromesso. Dopo cinque anni di sfiancanti politiche di austerità e di demagogica rassicurazione sui benefici che ne sarebbero seguiti, i governi del Sud Europa dei debitori hanno perso la capacità di capire loro per primi e poi di spiegare ai loro elettorati i fallimenti dell’austerità – nei loro paesi così come in Grecia. E dopo il referendum, Tsipras ha perso la capacità di fare compromessi al ribasso fino a chinarsi al potere soverchiante dei creditori, senza che scoppi la rivolta nel suo paese. “Tsipras non vuole imboccare la strada della Grexit – ha detto Costas Lapavitsas, un influente membro di Syriza – ma penso si renda conto che è proprio la Grexit che gli si para ora di fronte. Il referendum sta imponendo la sua propria dinamica.” Ed è da questa matassa di impotenze – dei governi del Nord, dei governi del Sud e del governo greco – che l’uscita della Grecia dall’euro emerge come un destino quasi già scritto. Quasi.

http://www.ilghirlandaio.com/copertine/130986/grexit-dopo-referendum-un-destino-gi-scritto-se-entro-domenica-non-nasce-una-nuova-europa/

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