L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 7 luglio 2015

Questa Italia giustamente snobbata dalla Germania e Francia

Referendum greco, Matteo Renzi non tocca palla sulla trattativa tra Tsipras e asse franco-tedesco. La moral suasion di Mattarella

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MATTEO RENZI

È solo al termine del lungo incontro col ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan che Matteo Renzi rompe il silenzio, diventato quasi assordante, per mettere nero su bianco le sue parole sulla Grecia: “Ci sono due cantieri – scrive su facebook - da affrontare rapidamente nelle capitali europee e a Bruxelles. Il primo riguarda la Grecia, un paese che è in una condizione economica e sociale molto difficile. Il secondo, ancora più affascinante e complesso, ma non più rinviabile, è il cantiere dell’Europa”. E in vista dell’Eurogruppo di martedì aggiunge: “Ricostruire un’Europa diversa non sarà facile, dopo ciò che è avvenuto negli ultimi anni. Ma questo è il momento giusto per provare a farlo, tutti insieme. L’Italia farà la sua parte. Se restiamo fermi, prigionieri di regolamenti e burocrazie, l’Europa è finita”.
Parole che suonano, dopo lo tsunami greco, come un modo per ammantare l’attesa di un sapore di strategia politica. Perché è chiaro che il boccino dell’iniziativa non è a palazzo Chigi, ma è tornato lungo l’asse franco tedesco. Che, in fondo, il nostro premier, raccontano quelli in contatto con lui, soffre. Nell’inner circle tendono a minimizzare l’assenza di Matteo Renzi dal vertice bilaterale franco-tedesco: “Non è un’esclusione, i contatti sono costanti”. Ma la sensazione è che il risultato del referendum greco abbia fatto piombare l’impianto strategico del governo italiano in acque incognite. Perché, nella partita di poker greca, il premier aveva puntato tutto sulla vittoria del sì, sia pur con prudenza nelle uscite pubbliche. E ancora domenica, a risultato caldo, a stento aveva trattenuto il suo disappunto sul governo greco, colpevole di aver scherzato col fuoco: “Alexis – questo il senso del suo ragionamento consegnato ai fedelissimi – dice che ha vinto ma non sa a cosa va incontro con questa sua linea”.
Decisivi, nella correzione di linea da “falco” a “mediatore”, sono stati i contatti col Colle. Renzi e Mattarella si sono sentiti più volte nella giornata di domenica, perché il capo dello Stato è preoccupato davvero. E non è un caso che, proprio domenica sera Mattarella sia uscito con un comunicato mentre Renzi e tutto lo stato maggiore del governo ha preferito tacere: “La Grecia – ha detto il capo dello Stato – fa parte dell’Europa e nei confronti del suo popolo non deve mai venir meno la solidarietà degli altri popoli dell’Unione”. Tradotto: occorre mediare, mediare e ancora mediare per evitare lo scenario più devastante: la Grexit. È da questo insieme di fattori – l’isolamento rispetto all’asse franco-tedesco, le preoccupazioni di Mattarella – che il premier fa di necessità virtù. Matteo Renzi è, innanzitutto, un situazionista, capace di passare in pochi mesi da nemico del rigore - quando invocava lo sforamento del tre per cento – a principale alleato della Merkel nei confronti di Tsipras, al punto da ricordare a qualcuno l’atteggiamento di Berlusconi con Bush.
Ora si posiziona per una nuova sterzata tattica. Negli ultimi giorni, racconta chi gli sta attorno, ha avuto contatti con Tsipras che gli avrebbe garantito che “farà di tutto per rimanere nell’euro”. E le dimissioni Varoufakis suonano come una conferma in tal senso. Adesso se si apre un varco grazie a Hollande, il premier è pronto a infilarcisi proponendosi come mediatore. E indossando i panni del socialista mediterraneo. Se invece prevarrà la linea dei falchi della Bce, il premier italiano si è tenuto i margini di manovra per nascondere dietro a Tsipras le difficoltà dell’Italia. E invocare, pure lui, la fine dell’Europa del rigore. Perché è vero che, nel corso dell’incontro di due ore a palazzo Chigi, ancora una volta Padoan ha rassicurato sul fatto che il rischio contagio non riguarda l’Italia, e non solo per merito dell’ombrello di Draghi ma perché i fondamentali sono a posto e soprattutto tutte le riforme più volte sollecitate dall’Europa sono state fatte o si stanno facendo, dal lavoro alla pubblica amministrazione. Ed è anche vero che, al momento, il rischio Grexit non è ancora diventato l’urgenza, ma appare – al massimo – uno scenario di medio periodo.
Tutto vero però già si intravedono i segni di un ottobre difficile: “Per la prossima legge di stabilità – dicono fonti vicine al dossier – si parte da -20 miliardi, nel senso che vanno trovati soldi per alcuni buchi, per le clausole di salvaguardia e per coprire gli effetti delle sentenze della consulta su pensioni e pubblico impiego. Non sarà drammatico, ma se si balla a livello europeo è difficile immaginare una finanziaria espansiva”. Ecco, anche per questo il premier si tiene margini di manovra, consapevole che il destino al momento non pare nelle mani del governo italiano. Dice il viceministro Enrico Morando: “La gestione tecnica della vicenda è problematica perché non si conoscono intenzioni del governo greco, e comunque nella gestione tecnica è decisivo il ruolo di Draghi. Politicamente o c’è un salto di qualità sul versante del rilancio dell’unità politica e fiscale dell’Europa, altrimenti il rischio è che le porte che si spalancano sono molto rischiose”.

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