L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 22 agosto 2015

2015 crisi economica, imbecilli, cialtroni, pagliacci quanto pensavate di andare avanti? dovevate presentare il conto e tocca anche a noi pagarlo caramente

La Cina costa alle Borse 2.200 miliardi


Un venerdì nero per chiudere una settimana nera, quasi nefasta, per i mercati finanziari globali. La sindrome cinese si è fatta sentire ancora una volta. La Borsa di Shanghai ha chiuso l’ultima seduta con un calo del 4% - dopo la pubblicazione del dato Pmi manifatturiero ai minimi da 77 mesi - portando il ribasso settimanale al 13% e al 50% il calo dai massimi di fine giugno nonostante le iniezioni di liquidità della banca centrale e i provvedimenti che dovrebbero arginare l'ondata ribassista ma non stanno sortendo gli effetti sperati. Come ha rilevato un broker «la Borsa cinese è come una sala da gioco e il governo è intervenuto chiudendo la metà dei tavoli». Il timore è che nonostante dai picchi di giugno le Borse di Shanghai e Schenzen abbiano dimezzato la capitalizzazione da 9.600 a 4.800 miliardi di dollari, l’ondata ribassista non sia finita .
Le vendite hanno colpito ancheTokyo (-2,98% ieri e -5,5% da lunedì) e a valanga i listini occidentali. Solo nella seduta di ieri il valore delle 600 società a maggiore capitalizzazione in Europa (misurate dall’indice Stoxx 600) è sceso di 330 miliardi di euro. In termini di capitalizzazione le principali 28 Borse europee hanno perso 459 miliardi di dollari nell’ultima settimana. Pesanti svalutazioni anche sui listini asiatici (che ora valgono 755 miliardi in meno rispetto a una settimana fa) e americani (-894 miliardi includendo le Borse latine). Anche Wall Street, la Borsa meno volatile del pianeta, ha bruciato oltre 6 punti percentuali nelle ultime cinque sedute. Con il ribasso di ieri l’indice S&P 500 si è portato sui livelli di otto mesi fa, scendendo sotto la soglia dei 2mila punti.
Le vendite hanno colpito in modo pressoché indistinto l’azionario globale, con perdite di valore giornaliere per 938 miliardi e settimanali per 2.200 miliardi di dollari.
Solo nell’ultima seduta Piazza Affari ha perso il 2,8% portando il bilancio settimanale a -6,5%. Peggio ha fatto Francoforte che ha perso il 3% nell’ultima seduta e l’8% da lunedì. Il bilancio settimanale è pessimo anche per le altre piazze del Vecchio continente: Parigi -6,5%, Madrid -6% e Londra -7,5%.
A preoccupare è il fatto che alle vendite azionarie fanno da contraltare gli acquisti di asset rifugio, come oro, franco svizzero e Bund tedesco, con uno spostamento di capitali verso lidì più sicuri, come nelle fasi di avversione al rischio. Il tasso del Bund a 10 anni è sceso allo 0,58% spingendo in alto di 5 punti base lo spread con il BTp (a 128), il cui rendimento è salito all’1,86%. Proseguono gli acquisti sull’oro. Ieri è salito di oltre 5 dollari portandosi a ridosso di 1.160 dollari l’oncia rispetto ai 1.085 dollari della scorsa settimana. Mentre l’euro è volato oltre quota 1,13 dollari sulle ormai tramontate aspettative degli investitori che la Federal Reserve possa rialzare i tassi di interesse a settembre. Ancora più remote dopo il dato sull’attività manifatturiera statunitense: ad agosto l’indice Pmi di Markit è sceso a 52,9 dal 53,8 di luglio toccando i minimi dall’ottobre del 2013. Proprio il probabile rinvio della tanto attesa fase di normalizzazione della politica monetaria negli Stati Uniti, complice le incertezze che arrivano dalla Cina, è un ulteriore elemento che sta mandando in tilt gli operatori. Decisiva la partita a scacchi tra dollaro e yuan: Jack Lew, segretario americano al Tesoro, ieri ha detto che gli Usa monitoreranno attentamente la politica valutaria di Pechino dopo la recente svalutazione dello yuan giunta a sorpresa. L’amministrazione Obama preme affinché la Cina continui a lavorare per rendere la sua economia più legata alla domanda interna e meno alle esportazioni. Non solo Cina e yuan. A questo punto è imprevedibile ipotizzare anche l’andamento del petrolio e se riuscirà a risollevarsi, evitando ulteriori problemi sulle valute dei Paesi emergenti esportatori di materie prime, che viaggiano sui minimi sul dollaro. Anche ieri l’oro nero ha dato segnali di tensione, franando ancora: il Wti è calato sotto i 40 dollari al barile per la prima volta dal 2009 accentuando i rischi di deflazione globale.

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