L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 31 agosto 2015

2015 crisi economica, la Guerra UltraFinanziaria continua, Cina, Brasile e Arabia Saudita vendono Treasury e mettono all'angolo gli Stati Uniti impedendogli di aumentare i tassi d'interesse

Pechino lega le mani alla Fed sui tassi

Se la Cina continuerà a vendere Treasury Usa per fare cassa, i rendimenti saliranno. E c'è anche il rischio «Brics»


Lei, Janet Yellen, tace. Per non rompere la consegna del silenzio, la presidentessa della Federal Reserve ha perfino preferito disertare il simposio tra i banchieri centrali di Jackson Hole, dove avrebbe dovuto fare la padrona di casa. In compenso, nell'ultima settimana si sono alternate le voci di buona parte del team di governatori della Fed: da quello di New York a quello di St. Louis, da quello di Detroit fino a quello di Minneapolis. Con un perfetto bilanciamento tra falchi e colombe che dovrebbe comunicare l'idea di una spaccatura forte all'interno del board su un rialzo, in settembre, dei tassi.
In realtà, i giochi sembrano fatti: salvo sorprese clamorose, il mese prossimo sarà mantenuto lo status quo monetario, forse destinato a non cambiare fino alla fine dell'anno. Se poi le cose dovessero peggiorare, nel 2016 potrebbe diventare qualcosa più che un'ipotesi un quarto round di quantitative easing , un'azione di stimolo peraltro suggerita dall'ex segretario al Tesoro, Larry Summers.
Sono due i motivi principali che consigliano un'estrema prudenza nell'azionare le leve del costo del denaro, ferme ormai da quasi sette anni e spostate l'ultima volta verso l'alto nel 2006. Roba da giurassico, visto quanto successo dal 2007 in poi (virus dei mutui subprime, crac di Lehman Brothers, crisi del debito sovrano e bail out della Grecia). Il primo motivo è lo stato della ripresa statunitense. L'aumento del Pil nel secondo trimestre del 3,7% è frutto di un maquillage . Sotto il trucco, le rughe: i 136 miliardi di dollari di scorte accumulati dalle imprese presenteranno il conto forse già a fine settembre, al termine del terzo trimestre. E rendere sostenibile una crescita un po' tarocca è oltremodo complicato vista la frenata della Cina.
Il Dragone azzoppato è un problema per Washington, e non solo per la forte instabilità creata sui mercati nelle ultime due settimane. C'è infatti dell'altro: Société Générale ha stimato che, per sostenere lo yuan, Pechino ha venduto nelle ultime due settimane treasury Usa per un controvalore pari a 100 miliardi di dollari. Una piccola fetta del debito a stelle e strisce nelle mani dell'ex Celeste Impero, pari alla cifra monstre di 1.480 miliardi. Tanto per dare una misura dell'esposizione, l'insieme dei Paesi sviluppati e di quelli emergenti ha in pancia poco meno di 5.500 miliardi di T-Bond. Ora, ricordate cosa accadde nell'estate 2011, quando Deutsche Bank optò per la liquidazione brutale dei Btp in portafoglio (circa 7 miliardi di euro)? Un'impennata dello spread verso il Bund tedesco, accompagnata dalla caduta di Piazza Affari, che di fatto fu prodromica della crisi che poi avrebbe travolto l'Italia e instaurato il regime dell'austerity. Ebbene, anche gli Stati Uniti rischierebbero la tranvata se le vendite di yankee-bond diventassero massicce. Secondo alcuni calcoli, 500 miliardi di Treasury riversati sul mercato hanno un impatto di 108 punti base sui rendimenti del decennale Usa. Un valore che equivale, grosso modo, all'effetto prodotto da un rialzo dei tassi.
Un'ipotesi estrema, quella del sell off di massa? Forse. Ma siamo sicuri che solo la Cina stia “limando“ il proprio stock di debito americano? O può darsi che anche i Paesi emergenti, che non scoppiano di salute (il Brasile è da venerdì in recessione, e Paesi come l'Australia stanno soffrendo di una forte svalutazione valutaria per effetto del crollo delle materie prime), stiano imitando Pechino?
La Fed non sembra dunque avere altre alternative, se non mantenere azzerato il costo del denaro. Basterebbe un piccolo giro di vite per scatenare una fuga di capitali dai Brics, come già accaduto nel 2013 dopo l'annuncio dell'allora numero uno della Fed, Ben Bernanke, di ridurre le misure straordinarie di sostegno all'economia (85 miliardi di dollari di bond acquistati ogni mese). E a quel punto, come contromisura, gli stessi Paesi emergenti farebbero scattare le vendite di T-bond. Sarebbe un disastro. Che la Yellen farà di tutto per scongiurare.
La vendita di 500 miliardi di Treasury aumenterebbe di 108 punti il rendimento del decennale Usa

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