L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 31 agosto 2015

Cina e Germania, la differenza sostanziale che la prima vuole creare un mercato interno, la seconda vuole continuare a essere parassita del resto del mondo

Renminbi e Shanghai: non solo Cina

Lunedì, 31 Agosto, 2015

Franco Bruni

La modernizzazione e l’apertura dell’economia cinese si stanno scontrando con due avversità. Da un lato la scarsa modernizzazione politica, dall’altro l’instabilità dell’economia e della finanza globali. 
Lo scontro interno fra economia e politica si è visto dalla gestione dei recenti andamenti delle borse e del cambio. Gli interventi del governo sono stati contraddittori e hanno disorientato gli operatori. Pechino ha fatto finta che non fosse una bolla speculativa a gonfiare la borsa, ne ha anzi incoraggiato e forzato il rigonfio, salvo poi lasciarla d’improvviso scoppiare e, di nuovo, alla fine della scorsa settimana, tamponare i danni con altri supporti artificiosi. Ha fatto finta che il renminbi fosse alla conclusione di un processo di internazionalizzazione concordato col Fondo Monetario Internazionale  e che la sua svalutazione derivasse dell’eliminazione dei controlli valutari e degli interventi della banca centrale sul mercato dei cambi, salvo poi tornare a pilotare la valuta. Venerdì 28 agosto è stato ribadito l’annuncio di definitiva, libera flessibilità del cambio, ma con effetto dubbio perché la credibilità delle autorità è deteriorata.  
La modernizzazione dell’economia e della finanza cinesi non può che avvenire gradualmente. Ma richiede che l’arbitrio dirigista della politica non interferisca con snodi delicati del sistema. In particolare, alla banca centrale e ai regolatori finanziari la politica deve dare un mandato chiaro e garantire più indipendenza nell’eseguirlo. Altrimenti le loro azioni rimarranno discontinue e incoerenti. Il loro compito è difficile in un Paese con fenomenali problemi di transizione strutturale come la Cina. A Londra e New York si sollevano ora dubbi sulla loro competenza: ma il problema non è la preparazione bensì la scarsa trasparenza e indipendenza loro consentite da una politica che evolve troppo piano rispetto all’economia.    
Oltre a quello interno fra economia e politica c’è il contrasto esterno fra una Cina che si apre di più all’Occidente,  e un Occidente che stenta a guidare la propria crescita, che è squilibrata e instabile, dove la cooperazione fra le politiche economiche è inadeguata e la finanza fragile. La crescita cinese è stata sostenuta con troppo credito, generando bolle speculative in borsa e nell’edilizia. Forse che non è successo qualcosa di molto simile in Occidente? In parte è proprio l’espansività e i tassi d’interesse a zero delle politiche monetarie statunitense, inglese, giapponese e, più recentemente, anche europea, a sospingere la Cina verso crescite imprudenti di moneta e credito. Se anche loro facessero scivolare i tassi verso lo zero non ne verrebbe certo una miglior stabilità finanziaria. La Cina fatica a riconvertire il suo sviluppo dalle esportazioni ai consumi interni. Non ha forse un problema analogo la Germania? La Cina genera incertezza sul cambio dando adito a sospetti di svalutazione competitiva. E gli Usa, e il dollaro? Se la Cina apre di più ai movimenti internazionali di capitali entra oggi in un mare disordinato e in burrasca, dove non c’è coordinamento e dove gli altri Paesi emergenti, come Brasile, Cile, Turchia, India, da tempo soffrono e protestano per l’instabilità che devono subire dal fatto che le politiche della Fed americana non tengono conto delle conseguenze mondiali che ne derivano. Le spesso goffe esitazioni con cui da due anni viene rinviata la normalizzazione dei tassi d’interesse in Usa sono uno degli elementi che oggi crea volatilità sui mercati e rende più difficile la politica monetaria ovunque, anche in Cina. Se c’è la guerra delle valute non è certo colpa dei cinesi. 
Le dimensioni e l’evoluzione dell’economia cinese sono ormai tali che la cooperazione con Pechino è cruciale per la crescita stabile dell’economia mondiale. Una crescita che richiede dappertutto due aggiustamenti difficili: la riduzione dei debiti, pubblici e privati, cresciuti ovunque troppo;  la riallocazione delle risorse e la ri-regolazione dei mercati per favorire modelli di crescita più coerenti con l’evoluzione tecnologica, gli sviluppi demografici, l’ecologia, l’integrazione e il rimescolamento globale delle culture e dei mercati. Sono sforzi giganteschi, dove ogni Paese ha la sua parte da fare ma che non avranno successo senza un concerto internazionale più ambizioso.  
Ai complicati passi della Cina il mondo non deve guardare con ostile scetticismo, magari accompagnato dall’opportunismo furbesco che si chiede come sarà possibile fare a meno del suo crescere al 10% annuo. È urgente un’offensiva diplomatica che la coinvolga e ci coinvolga di più tutti, perché la nostra interdipendenza sta diventando elevatissima e imprescindibile. In particolare, è urgente una riforma radicale della missione e del governo del Fmi e della Banca Mondiale che li rendano più incisivi nel coordinamento globale delle politiche economiche e diano alla Cina i poteri e le responsabilità che le spettano.           
Franco Bruni, vicepresidente dell’ISPI e professore ordinario di Teoria e politica monetaria internazionale, all’Università Bocconi di Milano.
 

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