L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 13 agosto 2015

Corrotto Pd, due partiti in uno a quando due partiti in due?

12/08/2015

IL DIVORZIO BREVE DEL PD

Rai, lavoro, scuola, Senato Tutti i motivi per lasciarsi

La sinistra non capisce più cosa fa il Nazareno La scissione democratica è davvero a un passo

Matteo Renzi alla presentazione del libro "Basta piangere!" di Aldo Cazzullo

La storia della segreteria di Renzi prova che i matrimoni imposti funzionano poco. Per quanto l’imposizione sia avvenuta nella maniera più sexy e «americana», ossia attraverso primarie. Nel dicembre 2013 il popolo dei militanti Pd, con il 67,8% dei consensi ha collocato l’allora sindaco di Firenze al timone di Largo del Nazareno. Lo stile del Segretario, incline ai neologismi, pronto a scambiare il totem della tradizione con icone pop, per nulla timoroso di rompere le catene che legavano, da sempre, la sinistra al sindacato, si è contrapposto da subito alle sensibilità di quel Pd più identitario e spodestato. Residuo di quella sinistra che per vent’anni ha trovato nel giustizialismo e nell’antiberlusconismo riparo dopo le macerie del Muro. Di scontro in scontro, ora lo scenario è da separati in casa, e chissà che non si vada verso un divorzio breve, nella stessa rapidità con cui, ogni giorno, si allarga il solco tra Renzi e la sua minoranza. Ecco cosa ha portato il Pd, dopo scissioni e abbandoni, sull’orlo della rottura.
 
L’UNITÀ Dopo quasi un anno, il quotidiano di Gramsci a giugno torna in edicola con un taglio tutto renziano. Tra le «punte», anche il vignettista Sergio Staino, icona della satira di sinistra. Stanco di ricevere continue accuse (che lui sintetizza con «se lavori su l’Unità vuol dire che ti sei venduto a Renzi, quindi sei un traditore della sinistra») scrive una lettera aperta, indirizzata soprattutto a Cuperlo ma, di fatto, a tutta la minoranza Pd. «Non vi sopporta più nessuno», afferma, accusando con toni durissimi l’opposizione interna di muovere a Renzi una guerra personale, simile a quella già ingaggiata contro Craxi e Berlusconi. A stretto giro la replica di Cuperlo: «Linguaggio e asprezza del giudizio lasciano il segno», scrive, spiegando che «la strategia per guidare l’Italia fuori dalla crisi peggiore della sua storia non è chiara quale sia».
 
LA RAI Spaccatura nel Pd in Commissione Vigilanza per l’elezione del Cda. L’indicazione del Nazareno verteva su Guelfi, Borioni e Siddi, poi eletti. La minoranza, invece, ha avanzato il nome dell’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli (che ha poi ottenuto due voti). Vero gesto di sfida al premier, definito «maleducato di talento» da De Bortoli, nell’ editoriale di congedo da Via Solferino. Commento di Matteo Orfini, presidente del partito convertito al renzismo: «La minoranza del Pd è ormai abituata ad esercitare veti».
 
IL JOBS ACT Fiore all’occhiello della propaganda renziana. All’inizio di quest’anno, approvati i decreti attuativi, dalla minoranza Pd arrivarono strali. Cuperlo: «I decreti attuativi sul Jobs act vedono da parte nostra un giudizio critico». Fassina, allora ancora nel Pd, parlò di «straordinaria operazione propagandistica del governo sul lavoro. I contratti precari rimangono sostanzialmente tutti. Il diritto del lavoro torna agli anni ’50». All’uscita dei dati Inps dell’altro giorno, che testimoniano una crescita dei rapporti di lavoro stabili, Renzi lancia il siluro: «Come era quella del jobs act che aumenta il precariato? L’Italia riparte, tutto il resto è noia».
 
LINGUAGGIO E PARTITO Avvezzo alla brevitas da social network, Renzi non ha mai risparmiato punzecchiature alla minoranza, ai limiti del dileggio. Dal celebre «gufi», onnicomprensivo di tutti coloro che, dentro e fuori il partito, contestano le sue misure, fino al «Fassina chi?». L’economista se la legò al dito e, nel dicembre 2014, in un’infuocata direzione Pd, criticò l’abitudine del Segretario «di fare caricature di chi la pensa diversamente». Ma fu Massimo D’Alema, all’assemblea di Sinistra Dem dello scorso marzo, a lanciare l’attacco alla leadership renziana, rea di aver trasformato il Pd in «un partito a forte conduzione personale, che ha una certa dose di arroganza».
 
ITALICUM E RIFORME In vista del passaggio alla Camera dell’Italicum, tutti i componenti della minoranza Pd in Commissione Affari Costituzionali (dieci in tutto) furono sostituiti. Tra loro, pesi massimi come Bersani, Cuperlo, Bindi, D’Attorre. Sulla legge elettorale e sulla riforma del Senato si gioca un agguerrito braccio di ferro. L’opposizione interna da un lato non ha mai digerito i capilista bloccati e, dall’altro, osteggia il Senato non elettivo. A Palazzo Madama le richieste di modifica sono state esplicitate nel famoso «documento dei 25» (poi diventati 28 in sede di presentazione emendamenti). Oltre all’eleggibilità dei senatori, viene chiesto di rivedere il meccanismo di elezione di Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale, e introdurre un’approvazione bicamerale per particolari leggi come bioetica e libertà religiosa.
 
TASSE Renzi ha fissato gli obiettivi di politica fiscale nell’Assemblea Pd del 18 luglio: «Nel 2016 via tutte le tasse sulla prima casa, nel 2017 via una buona parte dell’Ires, nel 2018 scaglioni Irpef». E ancora: «Se le riforme andranno avanti, saremo in condizioni di abbassare di 50 miliardi di euro le tasse in 5 anni». Pronta risposta di Bersani: «Ssacrosanto ridurre il carico fiscale ma c’è modo e modo e bisogna finalmente discuterne sul serio. Non si vorrà di certo tirare la volata al modo della destra», ha scritto sul Facebook l’ex segretario.
 
AZZOLLINI La «libertà di coscienza» lasciata dal Capogruppo Zanda ai Senatori Pd si è rivelata decisiva per salvare dall’arresto il Parlamentare di Ncd. Almeno una sessantina di democrats, infatti, si è pronunciata contro la misura cautelare. Fibrilla la minoranza. Gianni Cuperlo: «Ci siamo fatti del male». Dieci parlamentari di ReteDem, tra i quali la fedelissima di Prodi Sandra Zampa, ritengono necessario «tornare ad affrontare la questione morale».
 
LEGALITÀ NEI TERRITORI Altro fronte caldissimo, la presentazione della lista degli impresentabili, un elenco di candidati alle elezioni regionali con condanne (anche non definitive) per particolari reati stilato dalla Commissione Antimafia. La lista non impone alcun vincolo ai partiti, tuttavia la sua pubblicazione, a meno di due giorni dal voto, ha avuto grande impatto mediatico. Fra i nomi anche Vincenzo De Luca, candidato presidente Pd in Campania. Dal mondo renziano pioggia di critiche verso la presidente dell’Antimafia Rosy Bindi. Colpevole, secondo Orfini, di un’iniziativa «incredibile istituzionalmente, giuridicamente, ma anche culturalmente, perché ci riporta indietro di secoli, quando i processi si facevano nelle piazze aizzando la folla».
 
ALLARGAMENTO MAGGIORANZA Altro momento di scontro è stata la creazione al Senato del gruppo di Denis Verdini, che ha chiamato attorno a sé 10 parlamentari per mettere un puntello al governo sulle riforme. Da Gotor a Fornaro la minoranza è in trincea, e vede nell’operazione Verdini i prodromi del Partito della Nazione.
 
ESTERI Questione Grecia. Mentre Renzi è apparso decisamente schierato sul fronte della governance europea (leggi: Merkel), dalla minoranza, sono arrivate parole di elogio per la sfida lanciata da Tsipras alla Troika. «Tsipras ha posto il problema della sovranità», ha affermato Gianni Cuperlo. D’Attorre: «Aver lasciato solo Tsipras nella battaglia per il cambiamento delle regole è stato un grave errore di Renzi».
 
SCUOLA La riforma è stata uno dei leitmotiv della retorica renziana, tra lavagne, sfondoni («cultura umanista») e il solito profluvio di hashtag. Al voto finale alla Camera, lo scorso 9 luglio, cinque democrats scelgono il no (tra essi D’Attorre), mentre ben 24 (tra cui Bersani, Bindi, Cuperlo e l’ex Capogruppo Speranza) escono dall’Aula. I deputati di Sinistradem in una nota lamentano il mancato ascolto del governo su alcuni rilievi che avevano mosso.
 
TERRITORIO Altro punto dolente del Pd, Ignazio Marino e Rosario Crocetta rappresentano per Renzi un vero e proprio vicolo cieco. Le due amministrazioni, Comune di Roma e Regione Sicilia, azzoppate da scandali e divisioni, sono due esempi di autoconservazione della politica a scapito della gestione territoriale. Però Renzi, finora, si è sempre ben guardato di tirare il freno d’emergenza, forse per evitare un effetto domino. Il premier mal tollera Crocetta e Marino, ma di penultimatum in penultimatum, sono ancora lì.
Pietro De Leo 

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