L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 11 agosto 2015

gli euroimbecilli sanno che si va incontro al disastro, nonostante ciò tradiscono i loro popoli

ITALIA -
Modelli e indici economici a confronto: Atene, Londra, Parigi, Berlino, Madrid e Roma crescono con lo spettro del declino economico e della disuguaglianza sociale

A woman is seen by a broken bank sign in Athens
di Brian Woods
Il Commissario per gli Affari Economici Pierre Moscovici ha presentato a inizio dello scorso maggio a Bruxelles le previsioni sull’economia dell’Unione nel 2015, che indicano una crescita media dell’Eurozona attesa attorno all’1,5%. Escludendo la Germania, per la quale si prevede una crescita dell’1,9% e sulla cui peculiarità si è a lungo parlato, ed escludendo anche la Spagna, che con il suo 21% di tasso di disoccupazione certo non sembra un modello replicabile, emergono due possibili sentieri alternativi di uscita dalla recessione.

Da una parte la Francia, con una crescita attesa dell’1,1% nel 2015 (1,7% nel 2016) e dall’altra il Regno Unito, con un +2,4% del PIL atteso nel 2015 (+2,6% nel 2016). A favore del modello britannico si sono levati, dopo l’inatteso successo elettorale del conservatore David Cameron, anche i sempiterni rigoristi e teorici dell’austerità italiani.

Secondo un’interpretazione molto in auge sui quotidiani nazionali, il successo elettorale di Cameron è il risultato delle politiche di austerità fatte di tagli di spesa (-14 miliardi di sterline nel 2014) e di riduzione di imposte e tasse. Va però aggiunto che il Regno Unito ha potuto attuare, fin dal manifestarsi in Europa della crisi dei mutui subprime (2009), una politica monetaria anticiclica di acquisti di titoli sul mercato secondario (375 miliardi di sterline), che ha ridotto il valore della sterlina contro l’euro, sostenendo così le esportazioni nell’Eurozona, e spinto allo 0,5% il tasso d’interesse, dove è tuttora. Questo ha permesso a Cameron di essere il primo ministro dai tempi di Attle, ad aver governato per un intero mandato in assenza di aumenti del tasso d’interesse, con un tasso d’inflazione a zero.

A pedestrian is reflected in an advertising board as he walks past a branch of The Royal Bank of Scotland in central London
 Uno sportello bancomat della Royal Bank of Scotland a Londra

Quindi, il modello francese basato sulla spesa in deficit, che ha consentito di limitare la riduzione del PIL (-2,9% contro il -5,6% della Germania) negli anni bui della Grande Recessione (2008-2009). La Francia, durante l’ultimo lustro ha accresciuto la spesa pubblica fino a raggiungere il 57% del PIL (+4%), portando il rapporto deficit pubblico/PIL al 4,4% e il debito pubblico a 2091 miliardi di euro (95% del PIL). Questa politica ha consentito a Parigi di contenere gli effetti della recessione, di arrestare l’esplosione della disoccupazione (10,5%), di tutelare il potere d’acquisto dei salari e di limitare i fenomeni di esclusione sociale.

Tutto ciò è stato realizzato solo violando il fiscal compact e senza pagare il dazio dello spread. Infatti, i rendimenti sui titoli a 10 anni hanno raggiunto i minimi storici (0,51% contro lo 0,23 della Germania) mentre quelli a più breve scadenza sono andati in territorio negativo, in conseguenza del Quantitative Easing della BCE. Il modello francese è però gravato dalla crescente ipoteca della bilancia delle partite correnti che, ormai in negativo da anni, manifesta la perdita di competitività dell’economia transalpina a vantaggio di quella tedesca.

European Central Bank President Draghi adjusts his glasses during a news conference in Frankfurt
 Il presidente della BCE Mario Draghi

Quello di Londra non è un modello esportabile, né tanto meno desiderabile. Il Regno Unito è il paese del vecchio continente con la più alta disuguaglianza sociale, con le minori prospettive di mobilità sociale e i salari minimi “da fame” (working poor). A testimonianza di ciò, basterebbe ricordare la rivolta di Tottenham del 2011, che poi si estese ad altre città inglesi, e l’esodo delle 500 famiglie che ogni settimana sono costrette ad abbandonare Londra per motivi economici, fenomeno definito da alcuni quotidiani una vera e propria “pulizia sociale in stile Kosovo”.

Non resta che il modello francese, ma senza un asse Parigi-Roma per una nuova politica economica espansiva basata sugli investimenti pubblici in deficit, non c’è alternativa al declino economico e sociale e all’esplosione della disuguaglianza e dell’esclusione.

La vicenda greca testimonia che non c’è alcuna ragione economica che legittimi i sacrifici imposti ai popoli dell’Eurozona se non la rigida osservanza di regole arbitrarie, la cui fondatezza è stata negata da esperti, premi Nobel ed economisti, e il cui unico effetto sarà la desertificazione industriale di intere aree geografiche.

http://www.lookoutnews.it/eurozona-previsioni-2015/ 

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