L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 agosto 2015

gli indios sono veri gli altri sono replicanti del profitto e dell'inutilità delle merci

Il vescovo ecologista consigliere del papa
 
In Brasile vive sotto scorta perché non tace davanti alle violenze sugli indios e l’Amazzonia

 
© Holger Motzkau/ Wikipedia/Wikimedia Commons

di Laura Bellomi

Sono più di cinquant’anni che Erwin Kräutler, vescovo della diocesi di Altamira Xingu, in Brasile, rischia la vita perché sostiene gli indios e difende la Foresta amazzonica. Gli avvertimenti e le intimidazioni non sono mancati: nel 1987 un’auto killer tentò di ucciderlo e morì il sacerdote che era al suo fianco, Salvatore Deiana; nel 2005 toccò a una sua collaboratrice, suor Dorothy Stang, anche lei uccisa.

Monsignor Kräutler, lei vive sotto scorta da nove anni. Non ha paura?
«Non si può vivere con la paura, Dio è più grande della paura. Io parlo perché penso sia necessario parlare. Sono sotto scorta 24 ore su 24, ma le intimidazioni non mi hanno fermato: mi hanno tolto la libertà esteriore, ma non possono uccidere la libertà interiore, quella del cuore».

Perché c’è qualcuno che la vorrebbe vedere morto?
«Perché a molti farebbe comodo vedere cancellati gli indios. La difesa degli indigeni e dei poveri non piace a tutti. Io però mi sento sostenuto dal popolo, che mi dimostra gioia, gratitudine e simpatia».

Anche papa Francesco la tiene molto di conto e l’ha scelta come consulente per l’enciclica Laudato si’...
«Il 4 aprile dello scorso anno ho parlato con Francesco dell’Amazzonia, presentandogli la situazione degli indigeni. Mi ha detto che stava scrivendo l’enciclica e gli ho fatto notare che in un testo sull’ecologia non poteva mancare l’Amazzonia. Così mi ha chiesto qualche suggerimento e, tornato in Brasile, ho scritto delle riflessioni».

Le ha poi ritrovate in Laudato si’?
«Sì, tutto quanto gli ho suggerito si trova nell’enciclica, ad esempio nel capitolo 38».

Molti ritengono che questa enciclica sia un testo rivoluzionario. Come avete reagito in Amazzonia?
«L’aspettavamo da tempo. L’enciclica parla la lingua che parliamo noi sacerdoti in Amazzonia, così ha destato grande entusiamo. Il testo poi non è solo per i fedeli cattolici ma per tutto il mondo. Francesco l’ha pubblicata in vista della conferenza Onu sul clima, in programma a Parigi dal 30 ottobre all’11 novembre. Ecologia significa “discorso sulla casa”. Tutti gli uomini e le donne hanno l’obbligo di difendere la casa comune e il Papa lo dice in modo molto chiaro, è stato coraggioso a parlare così».


Cosa può fare un cristiano, una volta letta l’enciclica?
«Deve cambiare modo di pensare. Il Papa ci chiede di cambiare stile di vita, in Brasile come in Italia. Abbiamo fatto del mondo una pattumiera, ora nessun Paese può sentirsi escluso».

Cosa ha pensato la prima volta che è arrivato nella Foresta amazzonica?
«Nel 1965, quando sono arrivato, la situazione era molto differente e difficile. Dopo il Vaticano II è cambiato il tipo di missione: il Concilio ha chiesto di annunciare e comunicare l’amore di Dio a tutti i popoli e tutte le persone. E siccome non si può annunciare il Vangelo ai morti, ho capito che in Amazzonia bisogna innanzitutto difendere la vita degli indigeni».

Quale grido si alza da queste terre?
«La vita per la vita. In Amazzonia ci sono tanti popoli, otto per ogni regione, e tanti migranti: tutti vogliono vivere nella normalità». Perché l’Amazzonia è importante per tutto il mondo? «Perché regola il clima globale. Se l’Amazzonia non ci sarà più, la vita sarà impossibile anche in Europa».

Cosa è chiamata a fare la Chiesa in Amazzonia?
«Difendere i popoli e il creato. Annunciare il Vangelo qui significa far sì che tutti abbiano la vita e l’abbiano in pienezza». Gli indios la chiamano “grande cacicco”, cosa significa? «Il cacicco è il capo della tribù. Dandomi questo soprannome hanno voluto comunicare che appartengo alla famiglia degli indios».

Cosa possiamo imparare noi occidentali dagli indios?
«L’amore per la natura. Per gli indios il creato è donato da Dio ed è il luogo in cui risiedono gli antenati. La natura per loro ha innanzitutto valore umano, non economico. Hanno poi un grande senso di comunità: gli indigeni non dicono mai “io”, ma “noi”. E “noi” significa tutti, dai bambini agli anziani».

Come si svolge la sua giornata quotidiana?
«Sto a casa tre, forse quattro mesi all’anno, non di più. La mia diocesi è più grande di Italia e di una parte di Austria messe insieme: sono sempre in giro fra le 800 comunità della regione».

Quali sono le urgenze della sua agenda?
«Visitare il popolo. Quando sono diventato vescovo i fedeli mi hanno chiesto di essere un pastore di preghiera ma anche vicino alle persone. Per questo la mia vita è condividere con la gente, tenendo fede anche a quello che dice papa Francesco: il pastore deve avere l’odore delle pecore».

Il Papa ha chiesto alla Conferenza episcopale brasiliana una proposta per permettere alle comunità disperse di accostarsi all’Eucaristia con più frequenza. Ci sono novità?
«Dallo scorso aprile, quando il Papa ci ha chiesto una proposta concreta, una commissione sta ipotizzando alcuni cammini affinché tutte le comunità abbiano possibilità di partecipare all’Eucaristia più di tre volte all’anno. Per 800 comunità abbiamo solo 30 sacerdoti, e la regione è davvero molto estesa. La commissione sta lavorando, non ha ancora formalizzato un’idea».

Torniamo all’Austria degli anni Cinquanta in cui lei è cresciuto. Come è nata la sua vocazione?
«Avevo 18 anni, assieme ad alcuni amici ho fondato un gruppo della Gioventù operaia cattolica (Gioc) a Hohenems, dove vivevo. Poi ho scelto di entrare nella congregazione del Preziosissimo Sangue perché mio zio Erich era un loro missionario, fu anche vescovo in Brasile, proprio nello Xingu, la stessa zona in cui sono io».

Da ragazzo dunque sognava già di raggiungere lo zio in Brasile?
«Da giovane avevo tanti sogni, uno di questi era, senza dubbio, il Brasile. Per un periodo ho pensato anche di diventare medico, poi però è arrivata la chiamata da Dio».

A proposito del Brasile, lei ha più volte alzato la voce contro il governo di Dilma Rousseff. Quali sono le prospettive del Paese?
«Il Brasile vive un periodo molto difficile. Le alleanze fatte fra partiti diversi non hanno portato a nulla di buono. Il Paese necessita di una riforma agraria e di un’idea di sviluppo che comprenda sì crescita economica ma soprattutto sociale. Parliamo di qualità di vita, educazione, sanità, trasporti, abitazioni e sicurezza pubblica».

Monsignor Kräutler, cosa farà una volta in pensione?
«Un anno fa ho presentato la richiesta di pensionamento al Papa, ma si vede che Francesco ha altro a cui pensare. Aspetto un successore che continui il lavoro avviato. Vorrei rimanere in Brasile ma ho anche molte richieste di collaborazione dall’Europa. Inoltre continuo come segretario della Commissione episcopale per l’Amazzonia, per i prossimi quattro anni... Questo significa che a breve non andrò in pensione».

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