L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 9 agosto 2015

Infrastrutture digitali, fibra ottica, sono passati mesi ma ancora impantanati, Telecom deve essere italiana

Banda larga: si riapre la partita Metroweb


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La mossa del Governo dà il via alle danze sulla banda ultralarga, mentre si riapre la partita Metroweb. Il provvedimento varato giovedì dal Cipe pone la prima pietra di un cammino ancora tutto da costruire, con alcuni punti fermi. Primo: si sbloccano 2,2 miliardi di incentivi, di cui fino a 1,9 miliardi di contributi in conto capitale o partnership pubblico-privato. Anche se lo scadenziamento temporale previsto è di 40 milioni nel 2016, 350 milioni per ciascuno degli anni nel 2017 e 2018, 400 nel 2019, 450 nel 2020 e ancora nel 2021, 160 nel 2022. Secondo: si è fatta chiarezza sul fatto che l’intervento pubblico dei primi 2,2 miliardi è destinato alle aree a fallimento di mercato, laddove il privato non avrebbe convenienza a investire. Cosa che spiana la strada al nullaosta della Ue. Terzo: è evidente a questo punto che occorre fare in modo che l’iniziativa privata non resti indietro rispetto a quella pubblica per evitare il paradosso di penalizzare le aree dove la domanda è superiore. E qui entra in gioco Metroweb.
Nel Centro-Sud Italia, Telecom si è aggiudicata tutti i bandi Eurosud, anche perchè non si è presentato nessun altro.
Con i bandi Eurosud si porterà la fibra in sette regioni (Lazio, Molise, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata, Sicilia), in particolare l’Fttc (fibra fino all’armadietto sul marciapiede) per tutti e l’Ftth (fibra fino alla casa/ufficio) per le amministrazioni pubbliche, mobilitando 750 milioni di investimenti, di cui quasi 400 a carico di Telecom, con contributo pubblico per la sola parte infrastrutturale oscillante tra il 60% e il 70%. In pratica l’incumbent si è dimostrato il naturale interlocutore del pubblico nelle aree a fallimento di mercato e, ancora ieri in conference call, l’ad Marco Patuano ha confermato l’interesse del gruppo a essere della partita non appena usciranno i nuovi bandi.
Quel che resta da risolvere è il nodo dell’iniziativa privata nelle aree classificate come concorrenziali, laddove sarebbe più difficile erogare aiuti dal lato dell’offerta (e quindi degli operatori) senza incappare nel veto della Ue. Un nodo che per il Governo si chiama Metroweb, lo strumento semi-pubblico designato a portare l’Ftth nelle aree concorrenziali e che parte dalla rete in fibra ottica meneghina. Non a caso il tema Metroweb è stato trattato nel corso del primo incontro tra il premier Matteo Renzi e Vincent Bolloré, presidente di Vivendi, diventata il nuovo azionista di riferimento di Telecom con il 14,9%. Finora tutti i tentativi di avvicinamento con l’incumbent sono falliti, nel frattempo Cdp ha cambiato vertice ma, a quanto risulta, anche il nuovo presidente Claudio Costamagna sarebbe scettico sull’ipotesi di un intervento diretto nel capitale di Telecom.
Lo stato dell’arte è il seguente. Da parte pubblica si accarezza ancora l’idea di una formula consortile, centrata su Metroweb, con la partecipazione di tutti gli operatori. Ma la posizione di Telecom non è cambiata: il no al “condominio” è rimasto. Metroweb da qualche mese ha in tasca due lettere d’intenti (non vincolanti) da parte di Vodafone e di Wind. La trattativa è rimasta in standby ma, a quanto risulta, si era arrivati a definire un piano industriale per portare la fibra in 400-500 città con un investimento previsto di 4-5 miliardi, contando però sugli aiuti pubblici nelle aree concorrenziali che allo stato sono tutt’altro che scontati. Vodafone ha sempre parlato della disponibilità a stanziare una cifra “consistente”, mentre la posizione di Wind è un po’ diversa (e non destinata a cambiare a breve con la prevista fusione con 3, che entrerà in fase operativa dopo gli ok regolamentari tra circa un anno). La compagnia telefonica nata da una costola dell’Enel dispone di 2,4 milioni di clienti fissi in rame, in aggiunta ai circa 1,5 milioni di Vodafone: l’idea, in sostanza, è partecipare all’iniziativa essenzialmente “conferendo” clienti da convertire all’Ftth. Sulla partecipazione all’equity non c’è ancora un risposta, ma del resto la nuova entità combinata partirà con una leva (net debt/Ebitda) di 4,9 volte, quasi doppia rispetto a Telecom, il che impone una disciplina di rigore finanziario fintanto che non saranno immessi mezzi freschi nelle casse aziendali.
Dunque, i casi sono due: o Metroweb finalizza l’accordo a tre con Vodafone e Wind (nel qual caso mancherebbe ancora da mettere a punto la governance). Oppure cambia cavallo e torna su Telecom. Con l’incumbent la storia era finita sulla proposta modello “Reggefiber”, la società che ha realizzato la rete in fibra olandese con la compartecipazione pubblico-privato, dove il privato era l’incumbent Kpn che, a completamento dell’infrastruttura, ha rilevato l’intero capitale della società. La rottura tra Telecom e il Fondo strategico azionista si era consumata su quel 20% di quota che la parte Cdp avrebbe voluto mantenere comunque. Questo resta però il punto di partenza di Telecom. Si potrebbe immaginare un ritorno alla soluzione ipotizzata dal consulente governativo Andrea Guerra, con l’opzione a favore della Cdp di scambiare a termine la quota in Metroweb per una quota di Telecom. Se non fosse che l’idea già ai tempi non aveva convinto il board Telecom, e nemmeno qualche investitore azionario di peso. Nel frattempo però il socio di riferimento di Telecom è cambiato, come pure il vertice della Cdp.
L’alternativa è che ciascuno vada avanti per la sua strada. Fastweb ha già chiarito di non avere interesse a deviare dalla sua, che la sta portando a coprire il 30% della popolazione italiana con la fibra fino a 100 mega, per il 10% con l’Ftth e per il 20% con l’Fttc potenziato con le nuove tecnologie (un piano da circa 500 milioni). Telecom, senza contare i potenziali benefici di una collaborazione Enel (un’opzione per il gigante elettrico comunque aperta a tutti gli operatori), è impegnata su un piano per coprire almeno il 50% di 100 città con l’Ftth entro il 2018, per un investimento previsto di 800 milioni. Infine, in questo scenario, ci sarebbe il polo Metroweb-Vodafone-Wind, che, se si chiuderà l’accordo, dovrà ancora calare le sue carte. 

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