L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 agosto 2015

Infrastrutture digitali, fibra ottica, siamo ancora alla politica degli annunci dl pagliaccio al governo

Banda Larga: investimenti non si sa quando, ma subito mega-tagli a Poste italiane

di Angelo Curiosi Banda Larga: investimenti non si sa quando, ma subito mega-tagli a Poste italiane

(Il Ghirlandaio) Roma, 13 ago. - Strano Paese, l’Italia. Mentre Poste Italiane, per quotarsi in Borsa, ha dovuto definire per quella “palla al piede” che è il cosiddetto “servizio universale” e ha deciso di tagliare 600-700 milioni di costi da quella voce di bilancio, chiudendo alcune centinaia di uffici e passando alla distribuzione fisica delle lettere a giorni alterni (e non di sabato!) in molte zone… il governo stanzia 12 miliardi per portare in tutta la penisola la banda ultralarga. Per carità: il futuro è quello. Meno, molta meno, corrispondenza cartacea e tanto traffico Internet in più, in banda ultralarga. Solo che quest’ultima è di là da vedersi, mentre i tagli delle Poste sono a decorrenza immediata. Anche questa è politica economica.
Ma non solo politica economica: c’è anche una consumata arte dell’annuncio, dietro questa dinamica strabica del governo. Già, perché – come peraltro nessuno ha tentato nemmeno di nascondere, e ci sarebbe mancato – dei 12 miliardi promessi dal premier Renzi soltanto 7 sono pubblici. E di essi, quelli veramente già sbloccati sono 2,2 di cui fino a 1,9 in conto capitale o come partnership pubblico-privato. Sbloccati poi: si fa per dire. Stanziati, a futura memoria: nel senso che, a ben leggere le tabelle, lo scadenza cronologico di questi stanziamenti si rivela, come dire, molto proiettata in avanti. Nel 2016, solo 40 milioni di euro; nel 2017 e nel 2018, 350 milioni ciascuno; nel 2019, 400 milioni e poi 450 nel 2020-21, e infine 160 nel 2022: campa cavallo, che la banda cresce.
Ma cosa faranno crescere questi stanziamenti? Di sicuro, la sola rete: non è detto che crescano anche i servizi che dovrebbero utilizzarla. Infatti, la condizione alla quale questi soldi potranno essere spesi dallo Stato – secondo le regole europee – è che vengano concentrati sulle aree a cosiddetto “fallimento di mercato”, dove cioè i privati non avrebbero convenienza a “far da sé”: esattamente le aree in cui le Poste stanno smobilitando, sicure di non essere rimpiazzate dai loro concorrenti privati. Ma in questo modo si rischia il paradosso che le aree di mercato debole saranno finanziate dallo Stato e potranno essere ‘’infrastrutturate’’, mentre in quelle a mercato forte i privati dovranno far da sé, ma ovviamente non è detto che ne trovino poi davvero la convenienza. E se non ci trovano convenienza, è perché è prevedibile che la domanda dei servizi “abilitati” dalla banda ultralarga, in quelle zone, sia e resti debole. Antieconomica. Anche perché chi sono gli attori forti della banda ultralarga in Italia?
Questa è la domanda chiave. E questo è il ristretto panorama degli operatori, e il loro piano d’azione fin qui noto. Innanzitutto, Fastweb, che è per ora co-leader, con Telecom, nei collegamenti in fibra direttamente nelle case dei clienti (“fttb”, cioè “fiber to the building”, fibra fino al palazzo, o addirittura “ftth”, cioè “fiber to the house”, fibra fino alla casa), vuol far da sé e annuncia che porterà le sue linee al 30% della popolazione, con 500 milioni di investimenti. Tolta Fastweb, restano Vodafone e Wind e naturalmente Telecom. I primi due hanno sottoscritto un accordo preliminare con Metroweb, società semipubblica (controllata dal Fondo strategico italiano e dalla Cassa depositi e prestiti) per lavorare insieme. Le tre aziende hanno ipotizzato insieme un piano per cablare 500 città investendo 4-5 miliardi, compresi però degli aiuti che allo Stato, dopo le delibere Cipe, sembrerebbero non essere previsti. Inoltre, mentre Vodafone ha spalle finanziarie solide, Wind non ne ha e, dopo l’annunciata fusione con 3 Italia, sembra più che altro determinata a rientrare dalla sua strampalatissima posizione debitoria, 10,5 miliardi pari a 4,9 volte l’ebitda.
Certo, per stare nel giro, a Wind basterebbe “conferire” i suoi 2,4 milioni di clienti su telefonia fissa a qualsiasi aggregazione, considerando che anche Vodafone ne ha circa 1,5. Ma insomma, sono progetti tutti da verificare e concretizzare…Quindi, se il ruolo diretto della mano pubblica deve esprimersi – com’è ovvio che sia – attraverso Metroweb, che già dispone di una grande rete di fibra che affitta agli operatori telefonici, con chi lavorerà Metroweb? Con i suoi due promessi sposi o con Telecom? Al Sud i fatti dicono “Telecom”. L’ex Sip, infatti, si è finora aggiudicata tutti i bandi Eurosud, disertati dai concorrenti, candidandosi così a portare da sola la fibra in sette regioni (Lazio, Molise, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata, Sicilia), con 750 milioni di investimenti, di cui quasi 400 suoi…Riepilogando: di sicuro c’è il ruolo effettivamente dinamico recuperato nell’ultimo anno da una Telecom che oggi, con Giuseppe Recchi, presidente appunto da un anno, e Vincent Bollorè, primo azionista da un mese, sembra aver riscoperto un dinamismo di vecchia tempra; e i primi 2,2 miliardi stanziati dallo Stato, sia pure spalmati in 7 anni. Poco ma sicuro. E certamente utile, anche se insufficiente.

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