L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 agosto 2015

l'imbecille al governo segue pedissequamente gli ordini stranieri, non gli interessa gli effetti, vuole solo accreditarsi come il migliore servo

Le riforme di Renzi
e tutti i loro limiti

di Giuseppe Talarico
12 agosto 2015 POLITICA

 

E’ naturale e perfino ovvio chiedersi e interrogarsi in che modo e maniera muterà la geografia istituzionale del nostro sistema politico e democratico, qualora fossero approvate le riforme istituzionali sostenute dal governo Renzi. Come ha osservato uno studioso di grande valore nei giorni scorsi sul Corriere della Sera, il giurista e costituzionalista Michele Ainis, una volta approvate in modo definitivo, le riforme istituzionali comporteranno una mutazione profonda e radicale degli equilibri istituzionali e del sistema politico, di quello sociale e di quello economico.
Non vi è campo e aspetto significativo della vita pubblica e dello stato su cui il governo, in oltre un anno di attività istituzionale, non sia intervenuto, spesso con la volontà proclamata di innovare, riformare, cambiare, in modo da restituire efficienza al nostro Paese, rendendolo competitivo, in tal modo, nell’Era della globalizzazione finanziaria. Dalla Pubblica amministrazione, alla scuola, dalla rai alle prefetture e provincie, dalle camere di commercio aglio enti intermedi, il governo, con un metodo ispirato ad un decisionismo smisurato e spesso velleitario, ha posto in essere azioni riformatrici di diverso tipo e genere. Per le riforme istituzionali, dopo anni di discussioni accademiche e sterili, finalmente si è riusciti ad approvare una nuova legge elettorale e a rendere possibile, se la riforma verrà approvata dopo la pausa estiva ad ottobre, il superamento del bicameralismo perfetto e a rivedere profondamente il titolo V delle costituzione, per ridefinire le competenze delle regioni.
In particolare, su questa materia, attualmente in discussione nel parlamento che riguarda la modifica del bicameralismo perfetto e la nuova configurazione che dovrà assumere il Senato della Repubblica, si è aperta una disputa che divide i partiti e gli schieramenti politici. Infatti, se il Senato della Repubblica, come è previsto nella riforma del bicameralismo perfetto propugnata da Renzi e dalla maggioranza del Pd, verrà trasformato in una camera della autonomie locali, vi è il rischio che diventi una istituzione simile alla conferenza tra stato e regioni, di fatto già esistente. Inoltre, un senato non elettivo e la cui composizione verrà decisa con un sistema di elezione indiretta, associandone la lista dei componenti al voto per il rinnovo dei consigli regionali, proposta avanzata in questi giorni da chi si oppone alla riforma del ministro Boschi, rischia di essere una camera in cui confluiranno politici locali nominati dal Premier di turno.
Se da un lato è giusto pretendere il superamento del bicameralismo perfetto, per rendere più rapido ed efficiente il processo decisionale, dall’altro lato non bisogna dimenticare che vi è il pericolo che il sistema politico si venga a trovare sprovvisto di alcune fondamentali istituzioni di garanzia, necessarie per assicurare l’equilibrio tra i poteri, secondo la lezione immortale di Montesquieu Infatti la legge elettorale, appena approvata, prevede che il premio di maggioranza, qualora il partito più votato non raggiunga la quota del 40 per cento, sia assegnato alla lista e non alla coalizione. Il nuovo sistema elettorale, per come è stato disegnato e concepito, rischia di attribuire un potere smisurato e privo di limiti visibili al premier, in un sistema politico in cui la maggioranza di governo, in assenza delle istituzioni di garanzia, potrà decidere l’elezione del Presidente della Repubblica e occupare tutti i posti di potere.
Proprio in questi giorni in cui si discute della riforma del bicameralismo perfetto, che dovrà essere approvata dopo la pausa estiva in autunno, sia la minoranza del Pd sia le componenti del mondo moderato e liberale hanno invocato un confronto su questi temi delicati con il governo, che rischia di non avere i voti necessari per approvare la riforma istituzionale proprio al senato. In questo dibattito politico, in cui sono coinvolti tutti i partiti, è apparsa degna di nota e molto significativa l’analisi del costituzionalista Michele Ainis, il quale in un suo editoriale del Corriere della Sera con grande intelligenza si è chiesto se sia possibile ricavare un idea generale dall’insieme della riforme che il governo Renzi ha già approvato ed è impegnato a perseguire. Le riforme istituzionali, fino a questo momento discusse ed in via di approvazione, produrranno della conseguenze radicali e profonde, sicché il sistema politico muterà e cambierà moltissimo.
Vi sarà, secondo il giurista Ainis, una Personalizzazione, Verticalizzazione, e una Unificazione del sistema politico e istituzionale. Infatti la tendenza e l’orientamento che emergono dalla riforme proposte dal governo guidato da Renzi vanno in questa direzione. Già sono entrate in crisi le istituzioni collegiali, dai consigli comunali, alle assemblee regionali, alla stessa Camera dei deputati, che approva le decisioni adottate dal governo, spesso con il ricorso alla decretazione di urgenza senza che ne ricorrano i presupposti richiesti dalla costituzione. Se nella scuola il potere decisionale del Preside verrà accresciuto dalla riforma voluta dal governo, altrettanto accadrà nella governance della Rai, in cui il direttore generale avrà poteri enormi nei riguardi del consiglio di amministrazione.
Lo stesso Jobs Act, che ha ridotto i vincoli in materia di licenziamento previsti per tutelare il diritto al lavoro, finirà per rafforzare il potere dei manager nelle imprese private e nella amministrazione pubblica. Da queste riforme è naturale e ragionevole attendersi sia una destrutturazione del sistema istituzionale, con un forte ridimensionamento delle istituzioni di garanzia e dei corpi intermedi, sia una concentrazione del potere in poche mani. Alla fine, per cambiare un sistema politico che non funziona, vi è il rischio di avere una deriva oligarchica della vita politica e democratica, indicata come la più pericolosa delle insidie e minacce, in passato incombente sulle democrazie occidentali, da due grandi pensatori come Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto.
Come ha notato con la consueta lucidità e sensibilità culturale del vero liberale Piero Ostellino sul Giornale del 9 agosto in un suo eccellente editoriale, Renzi, con una oratoria e una facondia intrisa di un potere di fascinazione ingannevole, fino a questo momento ha prodotto riforme modeste e improvvisate, senza riuscire a scalfire e rimuovere le cause della crisi del sistema politico ed economico. La verticalizzazione e la Personalizzazione del sistema politico, comportando un rapporto diretto tra il leader del momento e la pubblica opinione, così come ha notato nel suo scritto pregevole il professore Ainis, rischia di dare vita ad un sistema politico, in cui vi sarà la riduzione, fino a renderle inefficaci, dei corpi intermedi e delle istituzioni collegiali, e una conseguente e pericolosa concentrazione del potere in poche mani ad ogni livello della vita pubblica.
Su questi temi è giusto e ragionevole attendersi un dibattito serio e aperto nel Parlamento della Repubblica e nelle sedi intellettuali e istituzionali in autunno, dopo la pausa estiva, quando si dovrà approvare la riforma del bicameralismo perfetto e rivedere il Titolo V della Costituzione.

http://www.opinione.it/politica/2015/08/12/talarico_politica-12-08.aspx 

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