L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 13 agosto 2015

Perù, i beni di "Pachamama" sono di tutti e non delle multinazionali che fanno crassi profitti e lasciano briciole ai corrotti politici

Risorse minerarie
Perù: ll futuro dei minerali e del Paese
Problemi e opportunità nell'estrazione mineraria

minerali perù

Lima – Il tema di questa settimana è un argomento abbastanza completo che non si può certo esaurire in un articolo giornalistico. Chi appoggia il settore minerario adducendo che lo sviluppo del Paese è legato alla storica attività estrattiva di metalli e idrocarburi, realtà che hanno contribuito a riempire le casse dello stato e allo stesso tempo hanno attratto voraci appetiti sulle risorse che hanno generato. Dall’altro lato della barricata partiti e settori sociali legati ai movimenti ecologisti e a gruppi d’interesse, appoggiano la drastica riduzione dell’attività estrattiva, dato l’alto numero d’incidenti ecologici avvenuti nel passato e al basso impatto economico che le tasse sulle imprese private hanno avuto sui servizi e sullo sviluppo del welfare delle regioni e dei comuni interessati dalle miniere.
L’estrazione di minerali e metalli in America Latina subì un’importante riforma nel ventennio 1980-2000. Oggi il settore estrattivo sta attraversando un momento difficile, che vale per tutti i paesi della regione iberoamericana e in particolare per i paesi andini come il Perù, dove la contrazione a livello mondiale dei mercati asiatici ed europei, tende a creare non pochi problemi ai produttori e alle ormai ‘antiche’ politiche economiche dei governi. In America Latina la ripresa della produzione di minerali e metalli aumentò notevolmente a partire dal 2003, quando l’economia mondiale riprese con un certo dinamismo a crescere e a richiedere materiali per le costruzioni, per i ricambi tecnologici, per il settore automobilistico, per la ricerca spaziale ecc.. La Repubblica Cinese, l’India, gli Stati Uniti d’America, il Giappone e molti Paesi del Sud-est asiatico, cercarono alleati strategici e produttori di materie prime con i quali rifornire i propri mercati interni. Tra le varie regioni al mondo, l’America Latina era considerata – e lo è tutt’oggi – un ‘boccone’ prelibato per i suoi grandi giacimenti di rame, zinco, litio, oro, argento, platino ecc.. e per gli idrocarburi come il petrolio e il gas (in Perù nella zona di Ucayali, Talara e nell’Oceno Pacifico). La conseguenza di quella corsa all’esplorazione e sfruttamento dei giacimenti di metalli e minerali produsse un crescita significativa dei prezzi e una maggiore spesa destinata alla perforazione o all’espansione delle miniere a cielo aperto. Questo mercato emergente e dinamico beneficiò i principali Paesi produttori della regione latinoamericana, dato che la maggioranza dei prezzi dei metalli e dei minerali mostrarono una sostenuta tendenza all’aumento e dettero l’opportunità alla classe media e medio-bassa di aumentare i propri ingressi e migliorare le proprie opportunità di ascesa sociale. Caso emblematico fu l’aumento dei prezzi del rame e dell’oro, la maggiore domanda di ferro e acciaio che fu stimolata dalla gigantesca crescita della Repubblica di Cina.
Nel 2006, quando l’economia globale viveva ancora un periodo di calma e bonaccia, uno studio della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), appartenente alle Nazioni Unite, ipotizzava, con un certo grado di fiducia, che il settore della produzione dei minerali e dei metalli si sarebbe espanso e sarebbe cresciuto in maniera molto più lunga e profonda – più di un decennio – grazie all’impennata della domanda mondiale. In questo senso, i fatti storici hanno confutato l’ipotesi fatta dalla commissione, dato che oggi il settore minerario della regione andina e iberoamericana soffre una notevole caduta dei prezzi sul mercato mondiale e delle esportazioni, contando, inoltre, una considerevole perdita di consenso in una vasta porzione delle classi più povere e svantaggiate dell’opinione pubblica peruviana e latinoamericana, a causa dell’inquinamento ambientale e sanitario che politiche inefficenti non hanno saputo combattere e risolvere a livello locale. Un caso emblematico è la recente protesta, con tanto di morti e feriti, per il progetto Tio Maria nella provincia di Islay nella regione Arequipa (fonte: La Repubblica).
In merito ai prezzi e all’evoluzione storica del mercato estrattivo di minerali e metalli, lo schema che vigeva negli anni ’80, riguardante la cooperazione internazionale che regolava il commercio internazionale dei prodotti primari, fu soppiantato negli anni ’90 dalla ristrutturazione delle economie nazionali e dalla strategia dei nuovi mercati mondiali, dove la contrattazione dei prezzi iniziò a giocarsi tra domanda e offerta, abbandonando le posizioni unilaterali o di gruppo che affettavano il libero mercato internazionale. Di fatto, si considerarono il patrimonio e le risorse naturali libere e disponibili, inquadrate dentro il libero mercato (in alcuni casi, con in governi Humala e Morales, Perù e Bolivia hanno adottato questa politica anche a scapito di sciupare il proprio patrimonio ambientale, come ha sottolineato in una nostra intervista l’analista politico Ivan Fortun), elementi che portarono alla riduzione del ruolo dello Stato nell’attività estrattiva e alla cancellazione delle politiche nazionaliste e difensive di fronte agli investimenti stranieri con all’abbandono dell’esclusività statale nello sfruttamento delle risorse nazionali. Le imprese transnazionali d’estrazione mineraria acquisirono di nuovo quel protagonismo che abbandonarono negli anni ’70, grazie all’eliminazione di tutte quelle barriere legislative e logistiche (in questo ultimo caso con l’aiuto e l’investimento di capitali privati) e alla costruzione del consenso verso la necessità d’investimenti stranieri (canadesi, statunitensi, olandesi, tedeschi, italiani, spagnoli, francesi ecc..) data la necessità di soldi per l’esplorazione di nuovi giacimenti, per ampliare e modernizzare un settore che aveva sofferto ritardi dovuti alla diffusa nazionalizzazione dei decenni precedenti.
In Perù, la produzione mineraria, che fino agli ultimi anni del secolo XIX era interamente basata sui metalli preziosi come oro e argento, venne destinata ai mercati stranieri, anche se il circuito interno di produzione manteneva effetti importanti nell’economia locale. Il ritardo tecnologico del paese in merito all’estrazione e alla ricerca di nuove miniere, iniziò a cambiare a fine del XIX secolo in epoca post-coloniale grazie agli investimenti stranieri e all’importazione di competenze nel campo, materiale rotabile, pompe, sistemi fognari e illuminazione per le gallerie sotterranee (fonte: La mineria en la historia de Perù, Carranza C.). Una zona emblematica nel campo dell’estrazione mineraria in Perù è la zona di Cerro de Pasco, che agli inizi del XX secolo passò da 3.000 lavoratori a ben 18.000. La maggior parte di questi lavoratori proveniva dai paesini rurali delle Ande centrali e grazie ai loro risparmi, dati dal duro lavoro negli accampamenti minerari sulle alte vette, si finanziarono diverse opere di elettrificazione, opere viali ecc.. Inoltre, lo stato, ottenne un aumento di entrate fiscali, che oggi prende il nome di canon minero. 
Oggi, la produzione mineraria del Perù si concentra nel rame, zinco, oro, argento, piombo, ferro, stagno e mobildeno. Le produzioni più importanti a livello di quantità estratta nel 2014 sono state quelle del rame con 1.379.626 tonnellate e dello zinco con 1.318.660 tonnellate. Le tre più grandi imprese che estraggono rame nel paese sono la Cia Minera Antamina S.A. (1.379.626 t), Southern Perù Copper Corporation (326.382 t) e la Soc. Minera Cerro Verde S.A.A. (312.336 t), mentre per l’estrazione dell’oro in miniere all’aperto, che usano esplosivi per rompere la roccia e acidi come il cianuro per estrarre l’oro, troviamo al primo posto la Minera Yanacocha S.R.L. di Cajamarca: la produzione è caduta dal 2010 al 2014 da 1.462 t a 970 t. L’oro viene estratto in ben 11 regioni peruviane tra le quali le più produttive sono state nel 2014 La Libertad, Cajamarca, Arequipa, Ayacucho, Tacna, Moquegua e Madre de Dios. Nel ranking mondiale di produttori, il Perù si trova al 7 posto per la produzione d’oro e al 3 posto per la produzione di rame, argento, zinco e stagno. Le esportazioni di oro e rame sono cadute dal 2012 al 2014, che fu l’anno più propizio per il settore, di almeno 4 milioni di dollari per l’oro e quasi 2 milioni di dollari per quanto riguarda il rame. Per esempio, le esportazioni di rame verso la Cina sono aumentate di più di 2 milioni di dollari, mentre invece sono cadute da 510.552 mila dollari a 392.220 mila dollari verso l’Italia e molti altri paesi asiatici ed europei. Gli investimenti minerari sono passati dal 2005 al 2014 da 9.727.000 di dollari a 8.654.00, mantenendo la tendenza al ribasso anche per i primi mesi del 2015 (fonte: INEI). Fatto che conferma la problematica del settore legata all’andamento negativo a livello internazionale e alla cattiva gestione sul piano economico dei vari livelli locali e a livello nazionale del governo Humala. 
Un dato positivo dell’economia peruviana è stata la crescita dal 2004 al 2014 a una media annuale del 6%, situazione che a diminuito la povertà dal 48% al 30% nei settori sociali più svantaggiati (fasce socio-economiche comprese tra D ed E). Anche se queste buone notizie non hanno eliminato o diminuito la disuguaglianza in Perù, cioè la distribuzione della ricchezza, come afferma l’economista Waldo Mendoza (fonte: losandes). L’attività mineraria e d’estrazione degli idrocarburi hanno certamente contribuito al miglioramento delle condizioni delle classi più povere, anche se è chiaramente provabile che la qualità di vita delle fasce meno abbienti e non incluse nella classe media, non ha subito grandi miglioramenti.
Se dovessimo cercare un motivo a questa situazione, che non sia solo politico, dovremmo trovarlo sicuramente nella stessa società, nella classe imprenditoriale e anche nelle scuole– non solo per il settore minerario e degli idrocarburi, ma anche per quello agroindustriale e artigianale – perché se c’è una cosa che manca in questo paese è proprio lo sviluppo del valore aggiunto che darebbe la manifattura ai prodotti primari e soprattutto la poca investigazione scientifica nei vari campi industriali e nelle università. Se l’idea per i prossimi governi futuri, è quella di ‘crogiolarsi sugli allori’ e vivere di rendita grazie ai grandi possedimenti di materie prime del paese, c’è il rischio di dover fare grandi passi indietro e vanificare gli sforzi di migliaia di peruviani che ogni giorno salgono a più di 4.000 metri per portare a casa la pagnotta e soprattutto chiudere le porte in faccia alle grandi possibilità che il futuro riserva per il paese.


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