L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 11 agosto 2015

Perù, libero mercato uguale sviluppo è il mantra dei mass media che servi obbediscono ai padroni

Perù. La fine del “miracolo” economico?

ago 11th, 2015 | By | Category: Economia, L'Analisi, Qui America Latina di Tommaso Ziller – 
peruChe sia giunto al capolinea del tumultuoso sviluppo economico dell’ultimo decennio o che sia solo una forte frenata all’insegna della normalizzazione, ancora non è dato sapersi.
Quello che si sa, scolpito dai dati macroeconomici forniti finanche da organismi che non sono soliti seminare il panico, tanto per usare un eufemismo, è il forte rallentamento economico che, iniziato nella seconda metà del 2012, prosegue inesorabile fino ad oggi: sembra un lontano ricordo la crescita del 7-9 % annuale sperimentata nel quinquennio precedente, salvo la ovvia parentesi negativa causata dallo scoppio della crisi internazionale legata ai derivati statunitensi. Oggi ci si accontenta del 5%, no, anzi, del 4%, forse di un modesto 2,9%, secondo le ultime proiezione del Banco de Crédito del Perù (Bcp).
Sì, ogni aggiornamento tende al ribasso o comunque all’aleatorietà, e le previsioni ottimistiche delle banche d’affari e commerciali, nonché quelle della Banca centrale peruviana (Bcr, Banco Central del Perù), si stanno smorzando, deviandosi verso dati più realistici, anche se non ancora allarmistici.
L’economia peruviana risente fondamentalmente di tre grandi zavorre: la dipendenza dall’estrazione di materie prime (è il terzo produttore mondiale di rame, ed il sesto di oro), la dollarizzazione dell’economia e la scarsissima industrializzazione. Il tutto aggravato da uno squilibrio sociale che, sebbene mitigato nel corso del decennio scorso, sta alimentando scontento fra le popolazioni non lambite dal cosiddetto “boom”. O lambite solo materialmente dai macchinari di movimento terra e da investimenti multimilionari in aree remote del paese, ricche di materie prime (oro in primis), ma anche secolare dimora di popolazioni autoctone che portano in sé una visione del mondo spesso inconciliabile con gli interessi delle imprese minerarie.
Veniamo alle tre variabili.
Il principale acquirente di materie prime del Perù (oro, rame, argento, zinco) è la Cina, che sta mostrando i primi segni di cedimento, nonché una nuova propensione ad incentivare il consumo interno, a scapito della produzione di scala destinata ai paesi occidentali. Ciò implica, unitamente alla recessione globale, un disimpegno sul fronte investimento estero e una riduzione sensibile degli acquisti di commodities, che ha fatto crollare, a titolo esemplificativo, il prezzo dell’oro sul mercato dai picchi di oltre 1900$ l’oncia nel 2011 agli attuali 1100$, comportando la sospensione di diversi progetti di esplorazione. Alcuni dei quali, vedi “Tìa marìa” o “Conga” tanto per citare i più controversi, arenati anche a causa della contrarietà delle popolazioni locali, poco persuase dalle rassicurazioni delle industrie minerarie sulla non invasività degli scavi, sulle reali opportunità di lavoro che offrirebbero e, soprattutto, sugli studi di impatto ambientale.
In passato, infatti, la non osservazione delle norme ambientali ha lasciato ferite aperte, come a Cerro de Pasco, un valico sulla cordigliera andina perforato dalle trivelle in cerca delle molto abbondanti vene d’oro che ricoprono il Perù. Lì il livello del mercurio, precursore chimico utilizzato per isolare l’oro dal resto dei minerali, è a livelli allarmanti, rintracciato in massiccio dosaggio nei bambini di età scolare.
Capitolo dollaro. Nonostante gli sforzi del Bcr per diminuire la dollarizzazione dell’economia peruviana (ossia la propensione a risparmiare ed investire nella moneta nordamericana, nata come reazione all’iperinflazione, con una media dell’823%, dati Bcr, frutto della politica populista ed irresponsabile del primo mandato presidenziale di Alan Garcìa Pérez nel periodo 1985-1990) , peraltro riuscita (si è passati dal 74% del 2004 al 34% del mese di agosto 2015), la moneta peruviana, il Nuevo Sol è arretrato del 7,5% nei confronti del dollaro americano, soffiando sulle braci dell’inflazione che, seppur controllata e modesta, ha comunque oltrepassato la soglia del 3% considerata tollerabile dal Bcr. Con ricaduta sui prezzi al consumo applicati dalla grande distribuzione, legata a doppio filo all’importazione di prodotti vari quotati in dollari.
Il terzo punto è l’occasione mancata di industrializzazione e diversificazione produttiva del paese. Il Perù, dotato di un solido surplus fiscale, ha anche accumulato delle riserve internazionali che hanno raggiunto la ragguardevole cifra di 60 miliardi di dollari, un fortino contro eventuali tempeste finanziarie esterne.
Una politica iniziata, dopo le traumatiche, e per alcuni necessarie, riforme ultra liberiste, licenziamenti copiosi nella pubblica amministrazione, deregulation economica, fortissime limitazioni alle libertà sindacali fra le altre cose, di Alberto Fujimori (condannato a 25 anni per avere coperto delle violazioni dei diritti umani e per malversazione di denaro pubblico) da Alejandro Toledo e proseguita da due successivi presidenti Garcìa (sì, sempre lui, che in un giro di valzer ha sposato una politica iper liberista) e Ollanta Humala, eletto con i voti delle zone rurali e povere, che ora reclamano le sue promesse di giustizia sociale, molte delle quali rimaste sulla carta anche per via dell’ostracismo dell’oligarchia del paese ed i suoi sgherri parlamentari eterodiretti.
Anni ruggenti che hanno fatto lievitare i fondamenti macroeconomici tanto da indurre nel 2012 il miliardario Bill Gates a non annoverare il Perù fra i paesi bisognosi di aiuti internazionali, in un’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo “El Pais”.
La politica monetaria espansiva statunitense aveva calamitato ingenti investimenti cavalcando l’impennata dei prezzi delle materie prime. L’indotto delle attività estrattive aveva certamente creato delle opportunità per alcuni professionisti locali ed esteso la platea della classe media che, con liquidità in mano, aveva puntato sull’acquisto di immobili scatenando un boom immobiliare (con prezzi quadruplicati nel giro di una decina d’anni anni) che solo ora sta tirando il fiato.
I guadagni facili hanno purtroppo impedito ad una classe imprenditoriale prevalentemente ingorda e poco lungimirante, di puntare sull’innovazione, sulla ricerca e sull’aumento della produttività, facendo leva invece su una manodopera economica anche se non specializzata, e per nulla sindacalizzata. Il piano B, in caso di cambiamento del vento, non era previsto.
Dotati di un bilancio pingue, i governi hanno effettivamente dato il via ad alcune opere pubbliche considerevoli, non ultima la metropolitana (per un importo di 5 miliardi di dollari) che verrà costruita da una cordata di imprese anche italiane, ma il grande gap infrastrutturale che divide Lima dal resto del Perù (e dalla cordigliera soprattutto) rimane tale, con ricadute sullo sviluppo della periferia e sulla distribuzione dei prodotti agricoli. Si era parlato di un tunnel per ovviare alle interminabili serpentine dei passi che collegano la costa alla cordigliera, ma ad oggi è rimasto nel cantiere dei sogni.
Il livello di povertà è sceso al 23%, ma il malumore fra i peruviani non sfiorati dal boom serpeggia perché il declamato “chorreo”, ossia la trasposizione dei floridi dati macroeconomici in miglior tenore di vita, è lungi da venire.
Oltre ai nodi infrastrutturali, vengono a galla i nodi strutturali della società: l’accesso ai servizi elementari ed universali di salute ed istruzione, mai decollati in un paese sostanzialmente classista in cui il privato, spesso a torto, è sinonimo di efficienza e, soprattutto, esclusività. Spesso l’oligarchia ha i suoi tentacoli proprio in scuole e cliniche private, che applicano rette da capogiro con l’intento di escludere chi sta fuori dal giro e perpetuare rendite di posizione.
Nessun ripensamento di un modello insostenibile, poco rispettoso dell’ambiente e del lavoro: il mantra libero mercato uguale sviluppo non si schioda dalla quasi totalità della stampa, che dà voce solo ai propri padroni ovviamente. E, per sfinimento, anche la povera gente a volte si beve il racconto, nella speranza, vana, di essere baciata dalla fortuna un giorno..
Dopo le vacche grasse, si stanno avvicinando anni di vacche magre: la maturità di un paese si misura anche su come affrontare la nuova contingenza, senza ricorrere ai consueti, ma ormai anacronistici e opportunistici appelli alla cooperazione internazionale, giustamente orientata verso scenari molto più drammatici.
Ma senza un cambiamento di rotta il Perù continuerà ad essere “un mendigo sentado en un banco de oro”, un accattone seduto su una panca di oro, per dirla con Antonio Raimondi.

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