L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 11 agosto 2015

Renzi e l'inutilità dell'opposizione interna

10/08/2015

SCONTRO SULLE RIFORME COSTITUZIONALI

"Matteo farà la fine degli Usa a Saigon"

Parla Corradino Mineo (Sinistra Pd)


Senato. Conferenza stampa della minoranza PD
Senatore Corradino Mineo, voi della minoranza Pd contro cosa vi state battendo in Senato?
«Contro una riforma fatta male, che non funzionerebbe comunque: basta leggere gli autorevoli pareri sui ricorsi alla Consulta che ci sarebbero. È una riforma pericolosa perché sostituisce un ruolo che deve essere elettivo con cento nominati. È indispensabile cambiarla».
Non è dello stesso avviso Matteo Renzi.
«Siccome la logica della politica spettacolo del premier è che non si può mai tornare indietro lui e i suoi si impegnano in operazioni confuse e contraddittorie, qualche volta ricattatorie, per cambiare senza cambiare».
Parla del compromesso sull’elezione dei senatori dal listino regionale?
«Non è un compromesso. Si può fare una legge costituzionale così? Le questioni sono: nel momento in cui c’è una legge ultramaggioritaria, che permette il premio di maggioranza anche con pochi voti, è evidente che se il Senato esiste deve essere un contrappeso, autorevole, eletto dal popolo. Oppure lo sciogliamo, ma mettiamo in sicurezza i contrappesi, le istituzioni di garanzia: il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Questo è un ragionamento costituente».
E quello di Renzi comìè?
«È decostitutente! Distrugge gli equilibri costituzionali in favore di un caos che favorirà il più forte. E il più forte non è il leader più apprezzato dagli italiani, ma quello che riesce a convogliare su di sé una minoranza di blocco. Un Paese non si può gestire come una società per azioni».
Vede il rischio di una deriva autoritaria?
«Vedo il rischio, per questo modo di procedere per annunci e nel nome del bastone e della carota, che rompiamo l’equilibrio delicato della Costituzione del ’48. Si può anche sopprimere il Senato, ma la Costituzione deve restare. La condizione è che il potere del premier, enormemente accresciuto grazie alla pessima legge che è l’Italicum, venga compensato da altri poteri. Invece, con questo modo di procedere demagogico, noi scassiamo la Costituzione, creiamo il rischio che una piccola minoranza possa avere cinque anni di potere incontrastato».
Qualche giorno fa diceva: Renzi dovrebbe ringraziarci per le critiche. E invece blinda la riforma.
«Perché è in difficoltà. È in calo di consensi e sa che contiamo poco in Europa. In queste condizioni si gioca il tutto per tutto: convincere gli italiani che tutto quello che c’è è insalvabile e che solo con un’operazione dall’alto, da Palazzo Chigi, si può mettere rimedio a questa ingovernabilità. È un’operazione pericolosissima».
Anche per il Pd. Vede un rischio scissione imminente?
«Qui abbiamo un premier che usa il Pd come un ufficio stampa. Che cosa devi scindere? L’ufficio stampa è per sua natura monocratico. L’altro problema del Pd è che ci sono molte critiche ma il grosso del vecchio Pd non se la sente di affrontare la sfida lanciata da Renzi. Così facendo alimenta la campagna delegittimante di Renzi stesso sui sabotatori».
Come si sta nei panni di un «vietcong» sabotatore?
«Renzi ebbe la faccia tosta di dirmi che i senatori perdono tempo per non perdere la poltrona. Dichiarazioni del genere servono a non affrontare la questione di merito. Lo dico a Renzi: perché non dice chiaramente che il Presidente della Repubblica con questo complesso di riforme finirà alla mercé di chi vince le elezioni?».
Renzi sulla riforma rischia di fare la fine degli americani a Saigon?
«Spero di no. Non è utile al Paese che ci sia una precipitazione della crisi. Certo se lui va come un direttissimo contro un muro questo rischio c’è. Anche se noi perdessimo la battaglia, anche se lui riuscisse a portare a casa una pessima riforma del Senato, questo modo di fare, questo uso del "napalm" prima o poi gli si ritorce contro».
Ant. Rap.

Nessun commento:

Posta un commento