L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 10 agosto 2015

Una volta eliminata l'ideologia, al Pd non gli è rimasto altro che consorterie, clientele, cordate, clan

La sinistra Pd rivuole indietro la Ditta

Scritto da Stefano Rizzi
Pubblicato Domenica 09 Agosto 2015, ore 8,15

Oggi la battaglia sul Senato, ieri quelle contro la riforma della scuola e il Jobs act. Quali sono le reali intenzioni della minoranza? Spodestare Renzi "l'usurpatore". Parla il vietcong Fornaro: "Lavoriamo a un'alternativa a questa guida del partito"

A chi gli è più vicino confida di viverla male questa situazione. Sulle barricate nessuno è mai stato comodo, ma prendersi pure battute al vetriolo dall’alto e qualche accusa che rasenta l’insulto dal basso, puoi mica pensare di viverla bene, anche se sei convinto fino al midollo di essere nel giusto, anche se sei in quello che “sarà un Vietnam”. “Vogliamo essere considerati, non derisi”. Quando parla al plurale, Federico Fornaro lo fa per rappresentare quella sinistra del Pd di cui si conferma, ogni giorno di più, uno tra gli esponenti più in vista e più intransigenti nel tenere la linea. Non Pier Luigi Bersani, non Gianni Cuperlo, non Roberto Speranza:  il primo a pronunciare l’ennesimo niet sulla spinosa questione della riforma del Senato è stato proprio il parlamentare che dell’ortodossia dell’uomo di Bettola è il principale custode, che mai è stato comunista, semmai socialdemocratico in gioventù. Destinatario il presidente del gruppo dem a Palazzo Madama Luigi Zanda che, dalle colonne del Sole, aveva avanzato un’ipotesi di mediazione tra la richiesta della sinistra dem di una Camera Alta elettiva e il testo del Ddl Boschi che stabilisce, invece, senatori  nominati dalle Regioni.

“Prevedere forme di elezione strutturalmente diretta dei consiglieri regionali, segnalati agli elettori in un listino ah hoc ed esplicitamente candidati a fare i senatori”, aveva spiegato Zanda nell’intervista, aggiungendo un appello alla minoranza interna: “Il confronto e il dibattito fanno parte della storia del centrosinistra e la discussione per noi è un valore aggiunto", precisando però che “la battaglia si fa nel partito, non sui provvedimenti in Parlamento”. Un chiaro riferimento ai 17 emendamenti presentati dai 29 senatori della sinistra. E da questa costola, sempre più fonte di fitte e fastidiosi disturbi per il partito di Renzi, la risposta non si fa attendere: “Sul tema del Senato elettivo si scelga la via maestra e non inutili scorciatoie. Noi chiediamo che sia previsto in Costituzione che il Senato venga eletto dai cittadini" detta Fornaro alle agenzie, bocciando senza appello anche il tentativo del pontiere Zanda, di ammorbidire il testo del Ddl con un listino per i senatori-consiglieri alle regionali fatto tramite legge ordinaria.

Le Camere ormai chiuse, tutto rinviato a dopo le ferie ad un settembre che politicamente si annuncia più caldo di quanto non lo sia questo agosto canicolare, l’unico posto dove le correnti continuano a farsi sentire è proprio il Pd. Venti di guerra, anzi. “Sulla elettività del Senato non transigiamo e non si media” taglia corto il senatore che come un panzer – e la corporatura in questo caso aiuta – respinge ogni tentativo di ammorbidimento che da Palazzo Chigi e dal Nazareno – via presidenza del gruppo a Palazzo Madama – possa arrivare. Tra i pali come quando giocava sui campetti dell’Alessandrino, Fornaro, qui, non si mente neppure i guanti. “Accumunare i 17 emendamenti sulla riforma costituzionale presentati al Senato dalla minoranza Pd con la scellerata iniziativa della Lega, autrice di oltre 500mila interventi emendativi, rappresenta un goffo tentativo di mistificazione della realtà e una maldestra manovra per sfuggire al merito delle questioni”. Eccola la prima risposta al calcio nei garretti arrivato da chi – e sono in maggioranza – nel partito e nel governo (che poi spesso coincidono) tacciano lui e la minoranza che rappresenta come replicanti signor no.

“Il governo non dovrebbe dimenticare che le riforme sono da sempre affidate alla dialettica parlamentare ed è sbagliato caricare di significativi anti-governativi una naturale e costituzionalmente corretta iniziativa dei parlamentari”. Messaggio in chiaro: non abbiamo nessuna intenzione e non ci passa neppure per l’anticamera del cervello di far cadere Renzi. “I 17 emendamenti della minoranza non sono contro il governo, che in Senato abbiamo sostenuto lealmente in ogni occasione di voto di fiducia, ma, al contrario, vogliono essere un contributo per una riforma costituzionale che partendo dal superamento del bicameralismo paritario, attribuisca ad un Senato (con 100 senatori) eletto dei cittadini un ruolo definito e soprattutto utile”.

Il non detto nelle dichiarazioni ufficiali riguarda quella che poi è la questione nodale: come se ne esce da questo muro contro muro interno al Pd, ma che alla fine vede proprio la minoranza trovare sponda – non cercata e tenuta lontana finché si vuole –  in quei partiti che dall’opposizione chiedono la stessa cosa, ovvero di far votare i cittadini per il nuovo Senato? Se Renzi lo ascoltasse, Fornaro gli direbbe di fare come s’è fatto per l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. L’attuale presidente non era il primo nome che il premier avrebbe voluto al Colle, ma quando è stato eletto, Matteo ha portato a casa il risultato. Insomma, per la minoranza dem se sul Senato Renzi e la Boschi cambiassero rotta e aprissero alle elezioni, alla fine porterebbero a casa più di quanto faranno sempre nel caso riescano a incassare i voti che servono. Una visione di parte, ovviamente. È evidente che sarebbe difficile da spiegare un repentino dietrofront, aprendo del tutto – visto che l’apertura parziale di Zanda è stata respinta – alle istanze della minoranza dem e delle opposizioni parlamentari. Senza dire, poi, della lettera di Giorgio Napolitano in cui il presidente emerito invita a non ripartire da zero. Napolitano che ieri è stato oggetto di una critica – garbata nei toni ma dura nei contenuti – di un altro senatore della sinistra dem Massimo Mucchetti che non ha affatto gradito l’intervento del predecessore di Mattarella, letto come un soccorso a Renzi.

Sulle barricate, sempre. Fino a quando? “Nel 2017 ci sarà il congresso, noi non ce ne andiamo dal Pd che è casa nostra. Lavoriamo a un’alternativa a questa guida del partito, a un partito che sia l’erede dei valori dell’Ulivo” dice il vietcong Fornaro. Di elicotteri sul tetto dell’ambasciata non se ne vedono ancora.
 http://www.lospiffero.com/buco-della-serratura/la-sinistra-pd-rivuole-indietro-la-ditta-23058.html

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