L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 4 settembre 2015

2015 crisi economica, la Cina si riposiziona e il dollaro Trema

SPY FINANZA/ Il crollo delle Borse cinesi? Colpa della Fed

Mauro Bottarelli
giovedì 3 settembre 2015












I keynesiani sono in fermento a gridano a gran voce a favore di un QE in piena regola da parte della Banca centrale cinese (PBOC). E attenzione, si stanno muovendo ai massimi livelli, non mi riferisco al Sole24Ore. A confermare come la macchina dei soldi facili stia facendo rombare i motori ci ha pensato l'influente capo economista di Citigroup, Willem Buiter, parlando la scorsa settimana al potente e prestigioso Council of Foreign Relations a New York. E cosa ha detto? Che l'economia cinese sta scivolando in una recessione imminente, che quindi occorre un'esplosione enorme di spesa fiscale da parte della PBOC per evitare un peggioramento della crisi e che il dollaro, altrimenti, rischia di sfondare il tetto, alimentando ulteriormente la crisi dei mercati emergenti. Insomma, l'Armageddon o poco meno. E la ricetta è sempre la stessa: curare eccesso di debito con altro debito. Per Buiter, se non si riattiverà la stamperia, l'economia cinese crescerà di meno del 4%, rispetto alle previsioni fantascientifiche del governo di un +7%, di fatto facendo crollare il tasso di crescita globale sotto il 2%, in quella che per molti economisti è un recessione globale tecnica.

Eppure, qualcosa non torna. Se lo stesso dipartimento equity di Citigroup ha detto che i crolli azionari cinesi di agosto sono più una tipica correzione di fine ciclo che un trend ribassista di grande entità, perché Buiter va a chiedere una ricetta stile Takahashi Korekivo nel Giappone anni Trenta di fronte a una delle consorterie lobbystiche più potenti del mondo? Non è che la Cina rappresenti una scusa, un alibi molto comodo per evitare che la Fed smetta di fornire metadone al mercato e che i trades di Citigroup, vedi l'esposizione ai derivati sui metalli preziosi, vadano a quel paese con allegate perdite per decine di miliardi? Mi viene un dubbio ed è venuto anche a un americano vero come Ron Paul, il quale l'altro giorno ha detto chiaramente di dare la colpa alla Fed e non alla Cina per i recenti tonfi sui mercati. Pechino, infatti, sta già dando vita a politiche di stimolo che esulano dal mero sostegno diretto agli indici equities, visto che nei soli mesi di giugno e luglio i governi locali hanno emesso bond per 200 miliardi di dollari nell'ambito del piano governativo centrale di swap sul debito, di fatto l'equivalente di nuovi prestiti da parte delle banche per aziende con l'acqua alla gola. Peccato che il debito locale cinese sia pari a oltre il 30% del Pil, quindi è facilmente a rischio bolla. E default sulle obbligazioni.

Di più, il ministro delle Finanze, Lou Jiwei, venerdì scorso ha dichiarato che il cap su quei bond potrebbe essere alzato da 310 miliardi di dollari a 500 miliardi, di fatto altra forma di stimolo. Inoltre, il governo ha pianificato di anticipare a quest'anno progetti infrastrutturali pubblici previsti per il 2016, insomma un salto nella spesa fiscale di più del 13% rispetto a quanto programmato e messo a budget nella seconda metà dell'anno: si tratta di lavori legati a infrastrutture per la distribuzione di acqua, case a basso costo per lavoratori migranti e ferrovie. In parole povere, la politica fiscale è già la leva primaria della Cina, anche se come vi ho spiegato ieri la svalutazione dello yuan comporta fughe di capitali e il supporto alla valuta sta drenando fondi dalle riserve che non andranno più all'acquisto di debito estero e altri assets. Ed è proprio la rottura di questa dinamica di riciclaggio globale del biglietto verde, a partire dai petrodollari, che arma le tesi dei vari Buiter del mondo, altro che ricette per uscire dai rischi recessivi.

Della Cina non fa paura il debito o la Borsa ma lo yuan. Operando come ha fatto, la PBOC ha limitato e di molto il ruolo del mercato nel breve termine per quanto riguarda la definizione del tasso di cambio giornaliero e questo cosa significa: semplice, un ruolo maggiore della Banca centrale nel supporto della moneta attraverso la liquidazioni di riserve valutarie, ovvero la vendita su scala imponente di debito Usa. Vi ricordo che solo nelle due settimane seguite alla prima svalutazione dell'11 agosto, Pechino ha venduto Treasuries per un controvalore di oltre 100 miliardi di dollari e se raggiunge quota 1 triliardo, il 60% dell'effetto di stimolo del QE3 della Fed sarà andato a farsi benedire. Quindi, il problema non nasce ora con la Cina ma dieci mesi fa con il crollo del prezzo del petrolio e il declino netto del concetto stesso di petrodollari, ovvero il surplus dei Paesi esportatori di greggio che rientra in circolo nel sistema finanziario attraverso l'acquisti di assets denominati i biglietti verdi: per la prima volta dopo venti anni, il 2015 ha visto quei Paesi drenare risorse dal sistema, non immetterle, Arabia Saudita in testa. La quale, come vi ho detto mille volte, ha scelto l'opzione petrolifera per mettere al tappeto i produttori shale Usa e proteggere la propria quota di mercato, essendo il 90% delle entrate fiscali di Ryad legato al petrolio esportato. Ma con il crollo del prezzo, come ho detto nei miei articoli di sabato e lunedì, la stessa Arabia non immette più dollari nel sistema ma, esattamente come la Cina, sta mettendo mano alle proprie riserve per tamponare il deficit di bilancio, 20% del Pil.


A far paura ai vari Buiter è il fatto che la Cina si metta ora al comando del plotone di venditori netti di assets Usa, debito in testa, non la sua crescita in rallentamento e vogliono un QE da parte della PBOC di modo che si riattivi il sistema globale di riciclaggio di dollari, evitando di mettere mano alle riserve vendendo assets Usa e invece stampando denaro fresco da parte della Banca centrale. E nel contesto, evitare alla Fed di dover essere lei a rimangiarsi la parole e attivare il QE4. In effetti, a tamponare la morte del petrodollaro ci avevano pensato proprio i fondi sovrani asiatici, i quali pesano per il 39% di tutti i fondi sovrani mondiali e la loro quota pareva destinata a crescere velocemente: insomma, i fondi cinesi (CIC e SAFE), di Hong Kong (HKMA), di Singapore (GIC e Temaske) e Corea del Sud (KIC), tutti presenti nei primi quindici posti della classifica mondiale, operavano riciclaggio asiatico del dollaro.
Ma cosa succede se una grande nazione asiatica, di colpo, diventa venditrice netta di assets denominati in dollari e su scala molto ampia? In quel caso, non solo il riciclaggio asiatico non va a tamponare quello di petrodollari ma innesca anche una liquidazione ulteriore, di fatto agendo come un accelerante in un incendio doloso. Certo, il calo da inizio anno delle riserve dei Paesi emergenti è pari solo al 2% di tutto lo stock di riserve ma, storicamente, chi sovraintende a quei fondi - i ministri delle Finanze e del Tesoro - sottostima l'impatto reale del processo di ribaltamento dell'accumulazione di petrodollari da parte dei Paesi esportatori.


Questo accade perché una parte sostanziale dei profitti petroliferi viene preventivamente piazzata nei fondi sovrani, quindi non appare come riserva valutaria (con l'eccezione della Russia, che invece le contabilizza come tali). Attualmente, le nazioni esportatrici di petrolio hanno circa 1,7 triliardi di dollari di riserve ufficiali ma circa 4,3 triliardi in assets nei loro fondi sovrani: nel periodo tra il 2009 e il 2014, i Paesi esportatori hanno accumulato circa 500 miliardi di dollari di riserve ufficiali ma 1,8 triliardi in assets dei fondi sovrani. Ora, invece, non solo calano le riserve ma anche i fondi sovrani non accumulano più e in alcuni casi vendono, magari attraverso un processo più lungo visto che gli assets che detengono tendono a essere meno liquidi. Insomma, in base a questo ragionamento, guardando alle riserve ufficiali dei Paesi produttori di petrolio, rischiamo di sottostimare il gap da mancato riciclo di petrodollari per qualcosa come 2,5 triliardi di dollari!



Certo, questo è il cosiddetto "worst case scenario" ma ricordatevi sempre che per la prima volta nella storia durante il secondo trimestre di quest'anno le riserve valutarie dei Paesi emergenti hanno virato in negativo, sintomo che i processi possono accelerare facilmente in condizioni precarie come quelle attuali. Capite perché gli Usa vogliono il QE cinese? E, soprattutto, perché hanno bisogno assoluto di un aumento del prezzo del petrolio? Stando a recenti calcoli di RBS, infatti, se il prezzo del barile resterà nella media da inizio anno di 52 dollari la barile, il calo del riciclo di petrodollari generato sarà del 60% rispetto alla media tra il 2011 e il 2014. Calcolando che il 30% del totale di petrodollari è investito sui mercati finanziari ogni anno, questo implicherebbe che nel 2015 ci sarebbero a disposizione per investimento circa 288 miliardi di dollari contro la media 2011-2014 di 726 miliardi, un terzo circa! E un minor potere d'acquisto dei Paesi esportatori si tradurrebbe in una domanda ridotta di assets denominati in dollari, soprattutto a reddito fisso: ricordate che tra investmente grade e alto rendimento, da inizio anno le aziende Usa hanno emesso debito rispettivamente per 918 e 220 miliardi, un record assoluto rispetto agli anni precedenti. Insomma, il circolo virtuoso per gli Usa e per il dollaro che denomina assets non solo è rotto ma sta andando in inversione, sia per il calo del flusso di petrodollari sia per la liquidazione di debito Usa da parte della Cina per sostenere lo yuan. Insomma, gli Usa del grande tradimento del libero mercato, gli Usa del QE infinito rischiano di non poter vivere più alle spalle degli altri, ovvero indebitandosi. E allora muovono i pupazzi prezzolati alla Willen Buiter e le consorterie come il Council on Foreign Relation per mettere nel mirino la Cina - che ha mille colpe e mille problematiche reali - e sperare che ancora una volta qualcuno salvi il loro disfunzionale sistema keynesiano di debito e spesa. Non fatevi prendere in giro dai media mainstream, la verità è questa e solo questa. Non perché lo dico io ma perché lo dicono i numeri.


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