L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 3 settembre 2015

2015 crisi economica, non hanno investito nell'economia reale ma solo su quella finanziaria che si è gonfiata oltre misura

Non è solo la frenata dell’economia cinese a provocare l’attuale caduta delle borse


Ma è veramente solo la Cina la causa di questo calo dei mercati azionari? Vi è più di un motivo per dubitarne e per temere che vi siano concause che vengono sottaciute, perché metterebbero in luce che non stiamo assistendo solo ad una temporanea correzione dei mercati.
Il primo interrogativo riguarda il crollo dei prezzi delle materie prime ed in particolare del petrolio. A destare numerosi sospetti sono due notizie diffuse negli scorsi giorni. La prima notizia è che la produzione di petrolio americana sta diminuendo. Questo annuncio ufficiale contraddice la vulgata, secondo cui i protagonisti del boom dello shale oil, confermando le capacità imprenditoriali e tecnologiche proprie del popolo americano, stavano felicemente superando le difficoltà dovute al forte calo del prezzo del petrolio. La seconda notizia è addirittura ancora maggiormente chiara su quanto sta effettivamente bollendo in pentola. L’Office of the Comptroller of the Currency (OCC), ossia le autorità che sorvegliano le attività bancarie statunitensi, stanno esercitando pressioni sugli istituti di credito americani, affinché spostino i crediti concessi al settore energetico dalla categoria di crediti a rischio o insolventi agli uffici incaricati di vendere immediatamente quanto è possibile in modo da diminuire le perdite (vedi Financial Times del primo settembre u.s.). Tradotto in parole semplici l’enorme bolla finanziaria creatasi negli Stati Uniti attorno ai nuovi metodi di estrazione del petrolio e del gas sta esplodendo. La quantità di miliardi di dollari investiti nello shale oil e nello shale gas è nettamente superiore a quella investita nei mutui subprime che diedero sette anni fa il la alla crisi finanziaria che tocco’ il suo apice con il fallimento della banca d’investimento americana Lehman Brothers. L’abile notizia del calo della produzione americana ha provocato un effetto immediato, ossia un rimbalzo del prezzo del petrolio (non si sa quanto duraturo).
Si deve dunque sottolineare che il crollo del prezzo del petrolio comincia a far paura a Washington e a Wall Street. Quest’ultima negli ultimi anni ha spinto al rialzo i prezzi delle materie prime (su cui ha abbondantemente lucrato), invocando la insaziabile domanda cinese e sostenendo la teoria di un superciclo delle commodities, favorendo un’esplosione degli investimenti in questo settore e quindi un fortissimo aumento dell’offerta. Il settore finanziario ha pure lucrato sulla caduta di questi prezzi, ma ora si ritrova a fare i conti con le insolvenze determinate da questi investimenti in eccesso. E’ la stessa storia dei subprime prima si sono promossi e venduti a tutti, poi quando i prezzi del mercato immobiliare americano hanno cominciato a scendere è scoppiata la crisi degli strumenti in cui erano stati impacchettati questi crediti. In questo contesto la frenata dell’economia cinese è solo il detonatore che sta portando allo scoppio dell’enorme bolla formatasi nel settore delle materie prime e soprattutto in quello energetico. Insomma adesso arriva la fattura per l’intera economia mondiale a conferma che Wall Street ha perso il pelo, ma non il vizio.
Il secondo grande interrogativo riguarda la Federal Reserve. La banca centrale americana dovrebbe infatti alzare i tassi di interesse, soprattutto dopo gli ultimi dati che attestano un rafforzamento della crescita dell’economia americana. Questo passo non è tuttavia certo. Infatti i banchieri centrali statunitensi temono che un piccolo rialzo dei tassi, tenuti per anni a livelli di poco superiori allo zero, possa far crollare la borsa. Questo atteggiamento indica che la preoccupazione principale della Federal Reserve non è l’economia reale, ma il sostegno ai mercati finanziari e soprattutto che vi sono forti timori che i mercati finanziari possano sopportare anche solo un piccolo ritocco dei tassi. Non si tratta di segnali di poco conto.
Il terzo grande interrogativo riguarda l’entità dell’indiscutibile frenata dell’economia cinese. Quella che da alcuni giornali occidentali è stata presentata come una crisi gravissima, non è percepita allo stesso modo da milioni e milioni di cinesi che non sono lontanamente sfiorati dalla paura di un futuro neo e che continuano imperterriti la loro vita di tutti i giorni. La caduta della borsa di Shanghai, che ha perso circa il 40% dai massimi dello scorso giugno, non sembra avere grandi riflessi sulla stragrande maggioranza della popolazione ad eccezione di quel 6% di cinesi che giocava in borsa. Questo non vuol dire che non vi siano problemi: l’economia sta frenando e la crescita è sicuramente inferiore a quel 7% indicato dal Governo. Quanto deve preoccupare è invece la lotta di potere che è in corso all’interno della leadership cinese. Questo scontro è la causa prima delle azioni goffe e confuse degli ultimi giorni. E proprio dall’esito di questa battagli tra Xi Jinpin e la grande maggioranza dei quadri del Partito Comunista (irritata per la centralizzazione del potere, per la campagna contro la corruzione e per le riforme del settore finanziario e delle industrie di stato) dipenderà la risposta di Pechino alle attuali difficoltà economiche. Questo potrà avvenire solo dopo la grande parata militare del 4 settembre voluta per sottolineare i 70 anni della vittoria sul Giappone.
In conclusione, la Cina è solo il detonatore delle attuali turbolenze dei mercati finanziari che hanno cause ben più profonde e più pericolose che ricordano quelle della crisi finanziaria di sette anni fa. Insomma, non si è veramente ripulito il settore finanziario e rischiamo ben presto di dover pagare un conto salato di questa pavida scelta delle autorità politiche dei Paesi occidentali.
Alfonso Tuor | 2 set 2015 

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