L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 9 settembre 2015

crisi economica 2015, la guerra del Capitalismo UltraFinanziario continua, la soluzione ottimale è la morte di milioni di uomini e la distruzione di merci e mezzi di produzione, la 3° Guerra Mondiale

ECONOMIA E FINANZA
FINANZA/ Le "bombe" sui mercati dimenticate da tutti
Giovanni Passali
mercoledì 9 settembre 2015

Purtroppo i tristi presagi evidenziati nello scorso articolo continuano a moltiplicarsi. Il mondo si sta avvicinando a grandi passi verso una crisi economica e finanziaria sistemica. Una crisi spaventosa, che fa pensare che il giornalista Ambrose Evans Pritchard avesse ragione, in un suo articolo all’inizio di questa crisi, quando affermò che sarà di tale portata che al confronto quella della Grande Depressione del ‘29 sembrerà una passeggiata nel parco (“look like a walk in the park”). Il grosso problema è sempre lì: 4 milioni di miliardi di derivati che sono pronti a esplodere e a polverizzare l’intero sistema finanziario e bancario mondiale. E non solo il sistema bancario ha permesso e favorito la crescita di un simile mostro, ma dallo scoppio della crisi nessuno ha fatto niente per risolvere la questione.

Occorrerebbe un accordo internazionale, una sorta di moratoria che congeli tali derivati e produca le risorse finanziarie per la ripresa dell’economia reale. Ma proprio qui è il punto dolente. I poteri forti, quelli che hanno in pancia i derivati e finora ci hanno guadagnato, vogliono continuare a guadagnarci e a far pagare a noi il conto, tramite il lavoro ormai tramutato in schiavitù. E così, per tenerci buoni, si inventano il problema del debito degli stati. Ma se quello è il problema, con un debito che è una o due volte il Pil (133% per l’Italia), come mai non è un problema circa 50-60 volte il Pil del mondo del volume dei derivati?

E siccome il vero problema è una guerra tra bande finanziarie, le guerre si sono già scatenate e gli eserciti reali sono già sul terreno e continuano ad armarsi. Con il silenzio complice dei media televisivi, impegnati a svelarvi le veline e le sveline (le veline svestite) o gli scandalucci nostrani. Ci si scandalizza e si fanno gli appostamenti se un politico sembra avere una storia con un’attricetta, ma nessuno vi dice dello scandalo pedofilia, che in Gran Bretagna a partire dal defunto Seville della Bbc (e coperto per oltre trent’anni da tutti) ora sembra coinvolgere mezzo parlamento inglese. Vi raccontano della Grecia sprecona che ora deve pagare il conto, ma nessuno vi ha raccontato dei mille carri armati Leopard2 acquistati dalla Grecia e prodotti e venduti dalla Germania (Paese che ne avrà poco più di trecento). Il problema è il debito greco al 180% del Pil, non i derivati della Deusche Bank pari a 5 volte il Pil tedesco. E nessuno vi racconta della più grande esercitazione militare Nato, in atto in questi giorni tra Romania e Bulgaria, sotto il naso delle frontiere russe, per provocazione e risposta della più grande esercitazione militare congiunta nel Pacifico con Russia e Cina.

Venti di guerra, questa è la soluzione dei poteri finanziari che vogliono scaricare il conto delle loro folli speculazioni finanziarie sugli stati e sui popoli. Una guerra che è già iniziata sul fronte finanziario. E non mi riferisco tanto alla svalutazione cinese, ma alla massiccia vendita di titoli di stato Usa da parte di Pechino, sia ufficialmente e nascostamente, attraverso i fondi di origine cinese che hanno operato tramite la borsa belga. Questo è il bello della globalizzazione, con il computer puoi agire ovunque e colpire ovunque.

In questo quadro, il Ministro Padoan è passato al Meeting di Rimini a raccontare la sua favoletta che la ripresa è possibile e sui tagli delle tasse ci stanno lavorando (“tenendo conto degli equilibri di bilancio”, cioè anche questa volta non faranno nulla). E Renzi è andato a raccontare la favoletta dell’Italia che esce dal pantano grazie alle riforme. Usciremo dal pantano, per entrare in trincea. Solo che nessuno ha ancora costruito le trincee. Dobbiamo iniziare a farlo, ma sul serio.

Le nostre trincee devono essere quelle della solidarietà e dell’amicizia. E ripeto quanto ho sempre detto, ripetendo la citazione di MacIntyre, che profeticamente scriveva nel 1980: “Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura [intende i barbari dopo lo splendore dell’impero romano], non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso”.

San Benedetto, quello del motto “ora et labora”. Ecco, ora è il tempo soprattutto dell’”ora”. Occorre davvero pregare, come ha sempre raccomandato la Madonna a Medjugorje. Ma non solo a Medjugorje.



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