L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 7 settembre 2015

dobbiamo utilizzare la Fallaci e distinguere nettamente tra l'Islam e gli islamisti, lei ha mai rappresentato questa distinzione? negli anni 90 non l'aveva

Cultura. L’Oriana secondo Buttafuoco: “Resta solo l’autunno d’odio della Fallaci”

Pubblicato il 5 settembre 2015 da Pietrangelo Buttafuoco*
Categorie : Libri

fallaci






È più da brandire che da leggere “Le radici dell’odio”. È un libro dal marchio solido, nientemeno che Oriana Fallaci, e prende corpo più negli umoni dell’opinione pubblica che nella riflessione della coscienza critica. La sostanza è presto detta: dietro il terrorismo c’è l’islam e la religione dei musulmani è quella dei tagliagola il cui cavallo di Troia, per aprirsi le porte in Occidente, è l’immigrazione. Il comizio è tutto qua e quel bambino morto portato dalla risacca, allora – l’immagine che, da qualche giorno, ci devasta nel fondo del cuore – non è un bimbo. È il legno equestro nel cui capiente ventre si nasconde l’esercito degli Ulisse armati di scimitarra per prendersi il mondo di libertà da noi creato. Il canovaccio è presto pronto. Perfetto per berciare in un talk show.
Le ragioni, dunque, ancora prima dell’odio. “Quando tocchi con dito, il distacco è impossibile” scrive Oriana Fallaci impegnata a raccontare un’ampia fascia della crosta terrestre dove “non esistono zitelle nè matrimoni d’amore” e dove gli uomini che si regalano in godimento ad altri uomini vengono ammazzati.
Non è il Sud Italia dagli anni ’50. È il Medio Oriente dei ’70. Lo Scià di Persia, restituito al suo trono, arriva a palazzo in macchina ma con l’auto portata a spalla dal popolo. Lei dice a lui di “essere nel libro nero dell’Iran” per via delle sue corrispondenze dal Vietnam ostili agli Usa e lui, cortesissimo la spaventa: “La faccio mettere nel libro bianco”.
La (grande) corrispondente che fu 
Formidabile cacciatrice di dettagli, Oriana Fallaci affronta Cassius Clay, ovvero, Mohammad Alì e questo ommone dell’islam negro col pugno chiuso dei comunisti (“le dita non servono mica”) rutta ruminando un cocomero e senza neppure salutarla le offre un’inaspettata civetterie: “Ho la faccia liscia come una signorina, mi merito tre donne per notte”.
Potrebbe anche esaudire un interesse questo libro ma è stato costruito nella forma di un comizio scritto,, mescolando reportage che hanno fatto la storia del giornalismo a pagine di un autunno, quello di un mito qual è la Fallaci, definitivamente spentosi nell’ossessione anti-islam. “Può il codice penale”, chiede a se stessa, “processare per odio?”. S’inebria a tal punto d’odio, la giornalista che insegnò la pietà con Lettera a un bambino mai nato, da farne un blasone per la nuova Crociata. Imam Khomeini, pur tra i tramestii di una conversazione aspra, le sorride. E le dice: “Scriva il contrario, se vuole. La penna ce l’ha in mano lei”.
L’odio c’è, dunque. Non c’è l’islam. C’è l’esotismo, la politica e il mestiere dell’inviato con il quale Oriana Fallaci costruisce epiche più che articoli, ma una sola pagina di cronaca che confermi l’ultima parte del volume – i testi delle conferenze presso i circoli neocon o gli articoli di recente polemica anti islamica  non c’è. “Il modo in cui si è trattati”, scrive, “spegne ogni pietà”. George Habash, il capo del Fronte popolare arabo, autore di stragi efferate, dirottamenti e attentati contro gli ebrei anche in Europa (a Monaco, nel 1972) è cristiano e comunista e il lettore – se mai se ne troverà uno tra quelli che i libri li brandiscono invece che leggerli – viene a saperlo grazie alla Fallaci. La precisa domanda rivolta a Rashida, responsabile di una strage in un supermercato di Tel Aviv – “credi in Dio?” nella risposta è già una smentita al progetto editoriale. “No, non direi” dice Rashida. I fallacisti che vanno in automatico non saprebbero reggere di fronte a certi colpi di scena. La terrorista non sa cosa sia il Corano, crede piuttosto in Marx, il Lenin e anche in Mao Tze Tung e la ragazza accanto a lei – elegante e sempre a proprio agio nelle diverse mise da radical chic del Medio Oriente – nella prosa della Fallaci si rivela tra “i ricchi comunisti à la page”, non certo adatta alle madrasse.
islam
Il cortocircuito del libro da brandire e non da leggere

Le sragioni, dunque, ancor più che le “radici”. Sono quelle di questo libro che nel sottotitolo – La mia verità sull’Islam – in luogo di una gaffe infelice dell’editore svela un lapsus più che volontario del mercato cui è destinato.
“La mia verità”, infatti, sta a mezzo tra la Pravda sovietica e il Mein Kampf hitleriano e tutte le ragioni di una protagonista straordinaria qual è Oriana Fallacci – i magnifici reportage degli anni ’70, ma anche le invettive, un genere più che nobile – in una confezione così congegnata, a uso dei galoppini, vanno a parare in una sola destinazione: la bieca bottega politicante.
L’odio resta, si ravviva. “Occhio-per-occhio-dente-per-dente è epitome di ogni orgoglio”. Così scrive la Fallaci ed è vero. Si scrive una frase, si prende una posizione, e magari non si considera che l’inchiostro va ad attingere da un calamo in cui si fa oblio di un intero villaggio distrutto, del sangue versato a seguito di un interrogatorio dove il prigioniero ne esce fuori mutilato – scene spaventose patite dagli arabi in fuga – e senza guadagnarsi la nostra pietà. Ma (e lo scrive lei non Bin Laden) “l’ignoranza sulla Palestina non è ammessa, non è la lontana Amazzonia”. L’odio, a suo modo, digerisce ma rutta. Fallaci, a suo modo, dichiarandosi atea si proclama cristiana.
Le pagine forse più penose sono quelle dedicate alla sua Firenze. La cristianissima città che fu faro d’incontri con Giorgio La Pira e baluardo spirituale con Attilio Mordini, degradata alla retorica pazzotica dei senegalesi che pisciano sul Battistero.
Fate un esperimento. Fate leggere i pezzi in cui si racconta la Palestina omettendo però l’autrice. Fate ascoltare i racconti dei campi profughi senza svelare la titolare del taccuino – telefonante a un convinto occidentalista, dichiaratamente fallaciano – ebbene, io ho chiamato una signora, un’aspirante parlamentare, le ho letto per intero pagina 55 (palestinesi definiti “i nuovi ebrei della terra”) e poi pagina 73 (palestinesi che rischiano di diventare come “gli Apache relegati nei musei”) e la signora mi ha sciorinato addosso tutti gli insulti tipici della retorica destrorsa. Alla domanda “Chi è l’autore” – ha risposto (giuro): “Giulietto Chiesa!”. Fatelo tutti questo esperimento: tanto non leggono, brandiscono.

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