L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 1 settembre 2015

Mai come adesso il popolo italiano deve essere vicino al popolo egiziano

EGITTO - 
L’avanzata di ISIS nella penisola, le proteste dei Fratelli Musulmani, le infiltrazioni di jihadisti dalla Libia. È un momento decisivo per il futuro dell’Egitto. Il commento di Maurizio Molinari, corrispondente de La Stampa dal Medio Oriente
Palestinians run as smoke rises after a house is blown up during a military operation by Egyptian security forces in the Egyptian city of Rafah, on the border of the southern Gaza Strip with Egypt
di Rocco Bellantone
Oltre che in Libia la sfida decisiva per fermare l’avanzata dello Stato Islamico in Nord Africa si gioca anche in Egitto. Gli ultimi attentati, compreso quello al consolato italiano al Cairo dell’11 luglio (il cui reale obiettivo non è stato ancora chiarito), dimostrano però che la strategia del pugno di ferro attuata dal presidente Abdel Fattah Al Sisi non basta a neutralizzare la minaccia jihadista. “Ciò che serve al governo egiziano – spiega Maurizio Molinari, corrispondente de La Stampa dal Medio Oriente – è aggiungere un’offensiva di riforme, anzitutto economiche, per elevare il tenore di vita dei più poveri. Senza dimenticare il fronte della risposta religiosa”.
La bomba esplosa lo scorso 11 luglio di fronte al consolato italiano al Cairo è stato un messaggio diretto che lo Stato Islamico ha mandato al nostro Paese?
L’attacco all’Italia punta ad allontanare il Maghreb – e più in generale il mondo arabo – dall’Europa. È la stessa logica che ha partorito la strage di turisti in Tunisia, sulla spiaggia di Sousse, e prima ancora quella al Bardo. Il duello è sull’idea di Mediterraneo: da un lato ci sono i terroristi che lo vogliono al- largare, dividendo il più possibile il Nord dal Sud al fine di indebolire i go- verni arabi fino a rovesciarli; dall’altro, ci sono Paesi come l’Italia impegnati a costruire opportunità di collaborazione con tutti gli Stati rivieraschi.
In Egitto ormai lo Stato Islamico non è più confinato nella sola Penisola del Sinai. Cosa non sta funzionando nella strategia antiterrorismo del presidente Al Sisi?
Al Sisi è alle prese con tre sfide contemporanee: ISIS nel Sinai, i Fratelli Musulmani nell’Egitto centrale, i ribelli islamici libici alle frontiere occidentali. Sono gruppi diversi, per tipo di attività e per modo di operare, ma in comune hanno l’ideologia jihadista, che punta a trasformare l’Egitto facendo leva su miseria e analfabetismo. Al Sisi è un generale che sta adottando il pugno di ferro militare contro gli jihadisti. Adesso ha iniziato a fare pressione sugli ulema (dotti religiosi, ndr) di Al-Azhar, affinché siano più incisivi nel fronteggiare i gruppi jihadisti dentro le moschee.
Worker of Egypt's Ministry of Finance Tax Authority holds a poster of President Abdel Fattah al-Sisi during a protest in front of the Syndicate of Journalists in CairoIl Cairo. In uno striscione il volto del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi
 Quale strada deve seguire l’Egitto per impedire il proliferare di cellule jihadiste?
L’esercito egiziano deve anzitutto impedire a ISIS di controllare
aree di territorio nel Nord
Sinai, per scongiurare lo scenario di uno Stato Islamico che si afferma e si sviluppa a macchie come sta avvenendo in Libia, o come è avvenuto nel 2014 in Siria. A tal fine, la priorità è comprendere quanti e quali clan o tribù di beduini collaborano con ISIS nel Sinai. È uno scenario pericoloso, perché consente a ISIS di poter contare su rifornimenti e logistica.
Bisogna bloccare il passaggio di jihadisti dal confine egiziano con i territori palestinesi?
Il confine di Rafah tra Gaza e Sinai è considerato dai militari egiziani uno dei maggiori punti di rifornimento di ISIS. Il Cairo sta costruendo una zona-cuscinetto lungo i confini con la Striscia, cooperando strettamente con Israele per migliorare la prevenzione anti-ISIS. Il controllo del territorio è indispensabile per arginare gli jihadisti. Ma da solo non basta. Servono buone amministrazioni e scuole funzionanti.
Palestinian man, hoping to cross into Egypt, stands behind a fence as he waits at the Rafah crossing between Egypt and the southern Gaza StripIl valico di Rafah, al confine tra l’Egitto e la Striscia di Gaza
La decisione degli USA di costruire una base per droni nel Nord Africa potrebbe facilitare il compito di Al Sisi?
La base americana di droni in Nord Africa avrà molteplici scopi, ma soprattutto rivela come il Comando Africa del Pentagono oggi abbia più facilità a trovare basi e strutture laddove, fino a pochi anni fa, gran parte dei Paesi della regione gliele negavano. Anche questa è una conseguenza del rafforzamento jihadista.
Che nesso c’è tra l’escalation di attentati in Egitto e la situazione in Libia?
Il nesso sono le infiltrazioni jihadiste dalla Libia. In Egitto vi sono 1,5 milioni di profughi libici – su un totale di circa 5 milioni di popolazione – che portano con sé il rischio dello sconfinamento di gruppi estremisti. Ciò che più si teme in Egitto è che Libia e Sinai divengano due “polmoni jihadisti” capaci di diventare le retrovie dei Fratelli Musulmani, al cui interno stanno già nascendo gruppi armati sempre più agili ed efficaci.

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