L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 10 settembre 2015

Noi non abbiamo governati ma populisti demagogici, fanfaroni e bugiardi, corrotti e falsi

Lo dice il professor Marco Tarchi, politologo alla Cesare Alfieri di Firenze

Renzi è un populista addolcito

Lo fa per togliere spazio a duri come Grillo e Salvini
 di Goffredo Pistelli 

Marco Tarchi, 63 anni, romano di nascita ma fiorentino d'adozione, politologo alla Cesare Alfieri di Firenze, è considerato il massimo esperto di populismi. Di recente ha portato il libreria, per il Mulino, una version aggiornata ed ampliata del suo L'Italia populista, dal qualunquismo a Beppe Grillo. E parlando proprio di populismo, nei giorni scorsi, in un'intervista al Fatto, la politologa bolognese, Elisabetta Gualmini, ha detto che neppure i metodi di Matteo Renzi ne sono esenti. Col piccolo dettaglio che Gualmini è vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, nella giunta guidata dal piddino Stefano Bonaccini.
Domanda. Partiamo proprio dall'affermazione di Gualmini. Possiamo dire che i metodi di Renzi siano populisti?
Risposta. Più che di un metodo, parlerei di uno stile. Pur essendo un politico che si è formato alla vecchia scuola partitica e grazie ad essa ha ottenuto i suoi primi successi, essendo attentissimo alle regole del marketing, Renzi attinge a piene mani al repertorio del populismo, dei suoi luoghi comuni e del suo lessico, sia pur leggermente addolcito, per sottrarre ad avversario pienamente populisti come Beppe Grillo e Matteo Salvini spazi e consensi.
D. Per esempio?
R. Basta pensare a come se la prende con i «professoroni», definiti anche «mangiatartine», che si permettono di criticare qualcuno dei suoi progetti di riforma. O a quando ha bacchettato come dei fastidiosi perditempo i tecnici del Senato che contestavano i suoi calcoli sui costi di un provvedimento legislativo. O, ancora, quando riprende quasi ossessivamente il detto popolare «alla faccia dei gufi!», ogni volta che vuol far credere di aver superato un momento di difficoltà, o quando vuol mettere in risalto la propria natura di «uomo del fare» insofferente dei vincoli che i processi istituzionali e burocratici frappongono alla messa in atto dei suoi progetti.
D. Un certo populismo era ravvisabile forse anche nei toni delle prime Leopolde? Mi riferisco a certe puntate antipolitiche, a certe uscite sulla giustizia, a volte garantiste a volte giustizialiste?
R. Non sono tanto i temi a definire lo stile populista renziano che, è il caso di sottolinearlo, è studiato e strumentale; non deriva, come negli avversari che ho prima citato, da una mentalità populista sentita e vissuta, quanto i toni. E su questi Renzi punta già da tempo, pur avendone intensificato l'uso dai tempi della prima Leopolda ad oggi: parla il linguaggio dei populisti nelle sedi istituzionali, facendone paradossalmente uno strumento dell'élite per prendere in contropiede i contestatori.
D. Anche qui, professore, le chiedo qualche esempio.
R. Lo si può così ascoltare mentre afferma, senza temere l'effetto di assonanza con le esternazioni di uno dei suoi recenti predecessori alla presidenza del Consiglio, che «ci sono discussioni alle quali il cittadino normale è abbastanza allergico», oppure che «l'Europa non può diventare la patria delle burocrazie e delle banche» e «si deve difendere dall'assalto della tecnocrazia». Esprimere punti di vista che ci si attenderebbe di sentir pronunciare da Marine Le Pen, è evidente, non lo imbarazza minimamente.
D. Addirittura...
R. Né si sente a disagio nel rappresentare a tinte fosche, quando non a ridicolizzare, si pensi al celebre uso del termine «rottamazione», quella classe politica vecchio stile a cui di fatto deve tutto ciò che gli ha consentito di arrivare a fare prima il presidente della Provincia e poi il sindaco di una città importante, trampolino di lancio che era indispensabile per la coltivazione delle sue enormi ambizioni. Si può dire...
D. Si può dire?
R. Si può dire che, per nascondere il fatto di essere da sempre un uomo dell'establishment, Renzi attinge proprio al repertorio dei più accaniti avversari di quello stesso establishment. Per dirla con un'altra metafora: spara sul quartier generale, sì, ma dopo esservisi chiuso dentro.
D. Allarghiamo il discorso, allora. Esiste un populismo di sinistra in Italia? Il buonismo di cui, talvolta la sinistra è accusata, può essere in qualche modo populista? Mi riferisco per esempio a una certa attitudine verso l'immigrazione, nel rifiuto di distinguere fra profughi e immigrati economici...
R. La sinistra ha nel suo seno una lunga storia di intrecci non solo con lo stile, ma anche con la mentalità populista. Il che non dovrebbe stupire, perché è la parte politica che da sempre ha dichiarato la sua volontà di prendere le parti del popolo, di difenderne le istanze, di farne ascoltare la voce. Sino a quando non ha iniziato a prendere dimestichezza con le élites, e ad esserne accettata, la sinistra, in molte delle sue correnti, ha fatto largo uso di argomentazioni populiste, condite con un alto tasso di demagogia. Mentre però l'esaltazione degli umili e degli ultimi può, in linea di massima, accordarsi con uno dei tanti modi di esprimere la mentalità populista, quello che vari studiosi hanno definito il riferimento al «popolo-classe» o, come mi pare più corretto dire, al «popolo-plebe», il buonismo mi sembra difficilmente accostabile a questo modo di vedere le cose.
D. Perché?
R. Perché i populisti sono, e ci tengono ad apparire, fortemente realisti; difficilmente indulgono a considerazioni sentimentali quando si trovano di fronte a fenomeni che li impauriscono o li minacciano. Ciò spiega perché, in materia di immigrazione, adottino quasi sempre atteggiamenti di diffidenza e timore che possono spingerli alla xenofobia che ha poco o nulla a che vedere con il razzismo, come ha ben spiegato Giovanni Sartori: è una forma di paura dell'estraneo, non di disprezzo causato da una convinzione di superiorità nei suoi confronti.
D. Dove si riscontra allora il populismo di sinistra?
R. Nella retorica della «gente», per principio moralmente sana, laboriosa e onesta, che viene contrapposta alle classi dirigenti, inevitabilmente dipinte in blocco come corrotte ed egoiste. Di questo modo di pensare, da Tangentopoli in poi, hanno dato esempi numerosi esponenti della sinistra italiana: si pensi all'«antipolitica positiva» vantata da Paolo Flores d'Arcais, ai girotondi dei seguaci di Nanni Moretti, alle «piazze elettroniche» di Michele Santoro e via dicendo. Spezzoni di questa corrente si sono diffusi in vari ambiti, dal dipietrismo al vendolismo fino ai meetup del M5s.
D. Oggi, invece?
R. Oggi se ne può riconoscere la presenza nei gruppi più o meno organizzati che si sforzano di emulare le esperienze di Syriza in Grecia e, soprattutto di Podemos in Spagna: due realtà che non si possono definire tout court populiste ma in cui tracce di questo mentalità sono ben visibili. Ce ne sono anche di più nel Front de gauche francese di Jean-Luc Mélenchon, ma poiché questo ha molto meno successo del suo dirimpettaio e avversario, il Front national della Le Pen, è più raro che nella sinistra italiana lo si prenda ad esempio.
D. La protesta sulla scuola, con l'accorato riferimento alla deportazione, può in qualche modo essere considerato populista, perché parla anch'essa alla pancia del Paese.
R. Non direi. Occorre fare attenzione a non equiparare populismo, demagogia e rivendicazionismo protestatario. Sono fenomeni spesso connessi ma che hanno caratteristiche distinte. Forse è bene fare chiarezza: anche se non esiste ancora un accordo completo fra gli specialisti, una definizione scientificamente fondata del populismo va data.
D. Facciamolo
R. Tirando le somme, io nel mio recente libro l'ho formulata così: il populismo è quella mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l'integrità all'ipocrisia, all'inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato, come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione.
D. E dunque?
R. Dunque, in questa mentalità, dunque, predomina l'idea che esista un popolo coeso, includente, che solo i suoi nemici hanno frantumato in gruppi in concorrenza o reciprocamente ostili e che bisogna riportare alla perduta unità. Per questo, le istanze specifiche, che alcuni definiscono corporative delle singole categorie mal si accordano con la mentalità populista. Quanto alla «pancia del Paese», da quando esiste un'opinione pubblica che può esprimersi attraverso i sondaggi e far capire cosa una maggioranza degli elettori pensa e desidera, tutte le forze politiche la rincorrono e le parlano.
D. La pancia interessa, alla fine.
R. Chi non vuole farlo perché pensa che possa ancora avere successo la politica che «fa il bene del popolo anche contro la sua volontà» e ragiona secondo il vecchio motto del «ragazzino, lasciami lavorare» è destinato a brucianti insuccessi. Mario Monti lo ha imparato a sue spese e non è andata granché meglio a Enrico Letta. L'approccio tecnocratico, nell'epoca del marketing, non fa presa sulle masse.
D. C'è, infine una competizione fra populismi in Italia. Sull'immigrazione per esempio, l'idea di respingere in mare non è speculare a quella dell'accoglienza sempre e comunque?
R. Che ci sia una competizione fra populismi è fuor di dubbio. Citavo prima la concorrenza fra Grillo, Salvini e Renzi, ma anche altri soggetti – Giorgia Meloni, Nichi Vendola, per non parlare dell'ormai semiscomparso Antonio Di Pietro e di qualche esponente minore di Forza Italia – ricorrono ben volentieri ad un armamentario argomentativo o stilistico di questo tipo. Sull'immigrazione, però, i ruoli a me sembrano ben distinti.
D. Vale a dire?
R. Chi si oppone con decisione, a prescindere dai toni, ai flussi migratori, assai spesso lo fa in nome di una mentalità populista: si oppone a quella che considera una minaccia sia al suo stile di vita («hanno abitudini e credenze inconciliabili con le nostre»), sia al suo livello di vita («ci rubano il lavoro, ci costa troppo mantenerli se sono disoccupati»). Chi è schierato per l'accoglienza sempre e comunque, spesso esprime invece una mentalità demagogica («siamo tutti uguali, e se c'è qualche differenza non è che un arricchimento per noi»).
D. Approcci assai differenti.
R. I primi sono considerati dai secondi come degli egoisti rozzi e insensibili, Renzi è arrivato a definirli «bestie» perché non si commuovono davanti alla foto di un bambino annegato. I secondi sono considerati dai primi come degli irresponsabili masochisti o peggio, Salvini ha replicato dando del «verme» al presidente del Consiglio che speculerebbe cinicamente su quel bambino e quella foto. Non mi sembra che simili posizioni si possano conciliare.
twitter @pistelligoffr

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