L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 4 settembre 2015

un governo che basa la sua azione sui continui ricatti alle istituzioni, Parlamento, Presidenza del Senato, Presidenza della Repubblica deve andare via a calci nel sedere

Jobs Act, “un ricatto istituzionale a Mattarella. O firma a scatola chiusa o scade la delega”


Lavoro & Precari

L’esecutivo entro il 26 agosto doveva consegnare al Quirinale i testi degli ultimi quattro decreti della riforma del lavoro. Ma il governo li ha ritoccati fino all'ultimo: il Consiglio dei ministri li ha approvati solo oggi
di Stefano De Agostini | 4 settembre 2015

Un grave vulnus contro le prerogative del presidente della Repubblica”, che lo mette “davanti a un ricatto: o firma a scatola chiusa oppure salta il termine di esercizio della delega”. Gianluigi Pellegrino, avvocato costituzionalista, commenta così l’ultimo passo falso in cui è incappato il governo in tema di Jobs act, svelato ieri dal Fatto Quotidiano.

Dopo l’errore sui numeri dei contratti stabili attivati nei primi sette mesi dell’anno, ecco il nuovo scivolone dell’esecutivo in tema di lavoro. Ma stavolta la situazione appare ben più grave: dietro quello che può sembrare un banale ritardo burocratico, si cela unaviolazione della legge che compromette gli equilibri dei poteri istituzionali, in particolare con il Colle.

L’esecutivo, infatti, entro lo scorso 26 agosto doveva consegnare alQuirinale i testi degli ultimi quattro decreti della riforma del lavoro. A stabilirlo è una norma del 1988, la legge 400: “Il testo del decreto legislativo adottato dal governo è trasmesso al presidente della Repubblica, per la emanazione, almeno venti giorni prima della scadenza ”. L’ultimo giorno utile per l’entrata in vigore dei decreti del Jobs act è fissato al 16 settembre e, andando a ritroso di venti giorni, si arriva al 26 agosto. Il termine è stato ampiamente superato, ma il governo ha ritoccato i testi fino all’ultimo momento:solo oggi, il Consiglio dei ministri li ha approvati in via definitiva.
Pubblicità

Così, di fatto, i decreti non sono ancora sulla scrivania di Sergio Mattarella. E l’esecutivo Renzi ha violato una norma dello Stato. “La legge 400 – spiega Pellegrino – impone quel termine per consentire al Presidente della Repubblica un esame serio e dargli il tempo di eventuali osservazioni in punto dicostituzionalità anche quanto al rispetto della legge delega. Violare quei termini vuol dire mortificare le prerogative del Capo dello Stato”.

Insomma, se i decreti saranno approvati oggi, il Quirinale avrà a disposizione solo dodici giorni, praticamente la metà del tempo previsto, per esaminare ben quattro testi legislativi. E stiamo parlando della riforma del lavoro che, nel bene e nel male, toccherà i destini di tutti gli italiani.

“Ciò che è gravissimo è il vulnus al presidente della Repubblica – prosegue l’avvocato – In termini oggettivi, è un modo per innescare una sorta di ricatto istituzionale: o firmi così come è o sei tu a far scadere la delega”. Il governo Renzi, sostiene il costituzionalista, ha di fatto messo il Colle con le spalle al muro e ne ha svilito il ruolo stesso: “L’esecutivo in tal modo finisce con il ridurre a orpello le prerogative del presidente della Repubblica”.

In poche parole, il governo trasforma la firma della prima carica dello Stato in un autografo, un abbellimento superfluo sul cavallo di battaglia di Matteo Renzi. “Mi meraviglia – afferma Pellegrino – che Mattarella non se ne lamenti, soprattutto riguardo a un atto di particolare importanza come questo sulla disciplina sindacale e del lavoro. È davvero singolare che non difenda le sue prerogative, che poi sono nell’interesse dei cittadini e della legge, affinché il governo non abusi del potere delegato. È una questione di fondamentaleequilibrio tra poteri che è persino più rilevante di singoli profili di costituzionalità”.

Al di là dei rapporti tra il Colle e Palazzo Chigi, la questione va considerata anche sotto il profilo della validità dei decreti, a rischio di illegittimità ancora prima di venire alla luce.

Il ministero del Lavoro, interpellato dal Fatto Quotidiano sulla possibile invalidazione dei decreti legislativi, ha risposto: “Per quanto ci risulta, è un rischio che non esiste”.

Ma la questione è tutt’altro che chiusa e la senatrice Paola De Pin, ex M5S passata ai Verdi, ne ha chiesto conto al governo con un’interrogazione parlamentare: il timore è quello di una valanga di ricorsi per sollevare la questione di incostituzionalità. “Il mancato rispetto di quella norma – precisa l’avvocato Pellegrino – non è una causa di per sé di incostituzionalità dei decreti che verranno varati, perché una legge non può violare la legge. Piuttosto, si tratta di uno sgarbo al presidente della Repubblica in danno di prerogative poste a tutela di tutto il Paese”.

da Il Fatto Quotidiano del 4 settembre 2015

Nessun commento:

Posta un commento