L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 14 ottobre 2015

Dopo Expo, si comincia a tessere la tela

Le manovre sul destino del sito
Expo, la grande sfida è il futuro dell'area
Daniela Fassini
13 ottobre 2015













Sono ore cruciali per il dopo-Expo. Non c’è solo l’eredità immateriale dell’Esposizione universale, rappresentata cioè dalla Carta di Milano e dai sei mesi di incontri e dibattiti per combattere la fame nel mondo e contrastare i paradossi alimentari del millennio. Governo, istituzioni e società civile sono chiamati infatti a decidere sul futuro dell’area che oggi ospita i padiglioni di 140 Paesi. Il rischio che Palazzo Italia (l’unico edificio, insieme a Cascina Triulza, a rimanere sul sito dopo il 31 ottobre) si trasformi in una cattedrale nel deserto è quello che nessuno vuol correre in questo momento. Ma sono in molti a temerlo. Sulla partita del dopo Expo, il futuro cioè di quel milione di metri quadrati (pari a circa 184 campi di calcio) spalmati fra i comuni di Rho e Milano, si è infatti già ai tempi supplementari. «Pubblico e privato devono iniziare subito a lavorare insieme» sollecita il Commissario unico, Giuseppe Sala, che, già diversi mesi fa, addirittura prima ancora di iniziare a costruire i padiglioni, aveva incalzato tutti a prendere «in fretta» una decisione sulla seconda vita di quell’area. Ora è arrivato il momento. C’è così un’altra sfida da giocare, a Milano. Sul piano progettuale, forse più importante di quella che fra due settimane chiuderà i battenti. Perché l’area su cui sorgono oggi i padiglioni «può diventare un’occasione per l’Italia e per Milano». 


«È uno spazio tra i più tecnologicamente avanzati d’Europa e dobbiamo farlo diventare un luogo in cui praticare innovazione», è convinto il ministro per le politiche agricole e delegato del governo per Expo, Maurizio Martina. «In questo contesto il governo deve certamente fare la sua parte, accanto alle altre istituzioni, al mondo universitario e a quello delle associazioni d’impresa». Intanto sul tavolo ci sono già due progetti. Uno dell’Università Statale di Milano, per realizzare un nuovo polo scientifico con tanto di cittadella (che includa residenze, campus sportivo e mensa) e trasferire lì parte degli edifici oggi situati a Città Studi, in centro città. Il secondo progetto, portato avanti da Assolombarda, riguarda invece la creazione di un’area destinata alle giovani imprese. Start-up tecnologiche e all’insegna dell’innovazione. Una sorta di Silicon Valley che dialoghi con il polo universitario. I due progetti infatti si interfacciano e possono dialogare. 
L’uno con fondi pubblici e l’altro con l’intervento di aziende private. Il futuro dell’area, così disegnato, piace a tutti. E a Roma «stanno studiando bene il dossier» perché anche il governo entrerà in Arexpo, la società costituita nel 2013 per l’acquisizione dei terreni su cui si sta svolgendo l’Esposizione universale. Arexpo oggi è compartecipata di Regione Lombardia (35%), Comune di Milano (35%), Fondazione Fiera di Milano (28%), Città metropolitana (2% - ereditato dalla Provincia) e Comune di Rho (1%). 

L'ipotesi che si fa strada è quella che il governo rilevi la quota di Fondazione Fiera e faccia un aumento di capitale per raggiungere le stesse quote societarie di Comune e Regione. Sul piatto ci sono però investimenti importanti: il progetto per la riqualificazione dell’intera area ha un costo che si aggira intorno al miliardo di euro, che dovranno essere coperti in parte con soldi pubblici e in parte con investimenti privati. La società deve anche rientrare dell’investimento di 300 milioni per l’acquisto delle aree. Per il governo, il veicolo finanziario potrebbe essere quello della legge di stabilità, che giovedì approda in Consiglio dei ministri.

Comune e Regione tirano un sospiro di sollievo: dopo l’investimento già oneroso per l’acquisizione dei terreni, il progetto di sviluppo futuro dell’area rischiava infatti di rimanere al palo. L’ingresso del governo, secondo il presidente di Regione Lombardia, Roberto Maroni, rappresenta «un passaggio fondamentale per trasformare la società, che oggi è di gestione immobiliare, in una società che dovrà realizzare progetti, opere e infrastrutture». 

In attesa però che il governo definisca il suo ingresso (oggi a Roma è prevista una riunione con Comune e Regione per fissare le modalità) sul progetto futuro dell’area, alcuni 'paletti' fissi ci sono già. Come quello ad esempio che il 56% di quei terreni sarà destinato a verde pubblico: un grande parco tematico, con aree attrezzate per i più piccoli e itinerari ciclo-pedonali. 

Magari sarà realizzato anche un percorso-salute e tracciati per i runner. L’area sarà facilmente raggiungibile da tutti. Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Perché quello che sarà, l’ex sito espositivo di Expo rimarrà comunque l’area più infrastrutturata del Milanese: collegata con l’alta velocità, la metropolitana, due autostrade e l’aeroporto di Malpensa poco distante. 

Sull’area resteranno in piedi solo due degli oltre 100 edifici attualmente presenti sul sito espositivo: Cascina Triulza e Palazzo Italia. Dopo il 31 ottobre, quando cioè calerà il sipario sull’Esposizione universale, oltre duemila persone si dovranno rimboccare le maniche e iniziare a smantellare tutto il resto (i padiglioni dei Paesi partecipanti e le strutture di servizio - bar, ristoranti, conference centre, centro stampa e tv). Solo Palazzo Italia e Cascina Triulza resisteranno alle ruspe. Il Padiglione del Belpaese e quello che oggi ospita la società civile e il mondo dell’associazionismo hanno infatti una seconda vita, già decisa. 

E se per il primo, Palazzo Italia, c’è anche la tentazione di prolungare la mostra espositiva al suo interno fino almeno all’Epifania (sono in molti a chiederlo, a partire dalla commissario di padiglione, Diana Bracco, ai sindacati) per il secondo ormai già tutto è deciso: dopo l’Expo Cascina Triulza rimarrà al Terzo settore. L’antico edificio di proprietà del Comune (l’unico già esistente sul sito espositivo prima dell’Expo e ristrutturato per l’occasione) sarà infatti assegnato all’associazionismo per dar vita a nuovi modelli di sviluppo tra pubblico, privato e Terzo settore. 

Palazzo Italia, inoltre, una volta smantellata la mostra al suo interno, è destinato a rimanere anche nel periodo post-Expo come polo dell’innovazione tecnologica al servizio della città. Ma, ad oggi, a soli due settimane dal sipario che calerà il prossimo 31 ottobre, rischia di rimanere solo su quel milione di metri quadrati, almeno per i prossimi 4/5 anni. Rischia così di trasformarsi in un edificio, molto bello e costoso, che però non serve a niente, fintanto che non sarà realizzato il progetto definitivo, quello futuro. «Abbiamo tutti la responsabilità di lavorare perché in quel sito rimanga un progetto forte, ambizioso, nazionale, all’altezza di questi sei mesi strepitosi» ripete come un mantra il ministro Martina. 



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