L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 13 ottobre 2015

Gli ebrei, il popolo eletto, vogliono convivere con i popoli arabi mentre continuano implacabilmente a fare violenza fisica, psicologica e culturale

LapoesiapoliticafemminileinPalestina

+
-


La poetessa Fadwa Tuqan ha scelto i versi per smascherare sia la mentalità patriarcale della sua società che la devastazione imposta dall’occupazione israeliana, l’umiliazione, la spersonalizzazione. E poi la lotta.
tuqan
di Cecilia D’Abrosca
Roma, 12 ottobre 2015, Nena News – Fadwa Tuqan, donna, poetessa,palestinese. L’essenza è contenuta e racchiusa nelle parole che la definiscono. Figura determinante e pioneristica nell’ambito della letteratura internazionale, femminile, palestinese,di resistenza e di conservazione dell’identità culturale di un popolo.
Fadwa Tuqan è una donna che sceglie come forma di espressione la poesia; attitudine che determinerà ed orienterà il significato della suo impegno politico ed il suo percorso di affermazione come donna, in relazione al contesto alto borghese, conservatore, che preclude alle donne appartenenti alle famiglie più in vista l’esistenza di una vita al di fuori di quella familiare. In Palestina fare poesia non è solo una scelta, nè una modalità della produzione letteraria, ma è l’urlo dei resistenti. Le vicende storico-politiche entrano in commistione con la letteratura e vi si fondono, sprigionandosi in un linguaggio doloroso teso ad esprimere il volto dell’occupazione israelianae dei sentimenti che ne scaturiscono, quali l’umiliazione, la soggezione, la spersonalizzazione.
La poesia è simbolo della lotta all’autoaffermazione: pochi sono i palestinesi impegnati nella denuncia delle condizioni di vita nei Territori Occupati, o gli appartenenti a movimenti o organizzazioni politiche che, non scelgano la poesia, il verso, per denunciare e creare identificazione, nonché rafforzare il vincolo identitario tra i membri della comunità. Poesia come veicolo di significato condiviso socialmente e storicamente. Poesia di rivolta, di resistenza, di liberazione, temi che convogliano attorno ad un unico lemma: Palestina.
Essere “poeti palestinesi” significa realizzare la cronistoria del proprio popolo, raccontare eventi, fissare momenti o date spartiacque che restituiscano, in maniera inalterata nel tempo,l’animo combattivo e resistente dei palestinesi, la loro volontà di reazione e il desiderio di libertà; fortemente voluta perché assente .Il poeta è colui il quale riempie di significato concetti che appaiono in quella realtà, più che altrove, privi di senso, mi riferisco al tempo, all’uguaglianza, all’identità. Nel caso del contesto palestinese il confronto è con una “poesia critica”, che assume diverse denominazioni, “poesia sociale”, “poesia della coscienza”, che ha come tratto peculiare quello di non rappresentare un’evasione dalla realtà, ma di intervenire su di essa e trasformarla. Si comprende che, gli autori di questo tipo di produzione poetica siano molte volte censurati, disprezzati, perseguitati dal potere dominante,poiché non si tratta di un tipo di poesia “neutrale” ottenuta dal compromesso etico dei suoi autori.
La storia della Palestina s’intreccia alla letteratura e alla poesia. In seguito alla guerra Arabo-Israeliana del 1948 – Nakba, catastrofe – si assiste alla distruzione delle infrastrutture della società palestinese, nonché all’eliminazione di oltre 480 villaggi. Ciò ha prodotto un numero esorbitante di profughi che hanno trovato rifugio nei paesi arabi di confine. Migliaia hanno perso il diritto di cittadinanza, i loro beni e le loro abitazioni. Successivamente, con la guerra del 1967, i territori della Cisgiordania e Gaza, sono stati occupati militarmente da Israele. Quale strategia di risposta ed interazione elaborano le donne palestinesi in una realtà di sopraffazione, umiliazione, disparità di trattamento e violenza? In che modo concorrono al processo di formazione culturale ed identitario della Palestina? Attraverso quali forme denunciano l’occupazione, incitano alla resistenza, fissano la memoria del loro popolo, celebrano i martiri? Come raccolgono il dolore ed esprimono l’incessante andare dell’esistenza, protesa tra l’attesa, la perdita, l’ingiustizia, l’usurpazione, il senso di smarrimento, l’incapacità di pianificare la propria vita?
In primo luogo, va detto che, le donne palestinesi tutte, siano esse scrittrici, poetesse e non, da sempre si trovano a fronteggiare due ostacoli alla loro libertà personale: l’occupazione israeliana e la società palestinese. L’ostacolo più frequente da aggirare è la famiglia, la cui mentalità conservatrice ne impedisce la libertà espressiva. E’ questo il caso della poetessa Fadwa Tuqan. Si tratta di una donna che in età precoce assume la consapevolezza di vivere la sua vita tra le mura di casa, prigioniera di un “harem di donne che a 25 anni erano già vecchie. Vecchie giovani donne dai capelli bianchi e dai visi asettici”, questo la spinge ad interiorizzare un forte dolore al quale negli anni darà voce e vita attraverso i suoi componimenti. La segregazione alla quale viene sottoposta dalla famiglia della borghesia medio-alta, composta da diversi intellettuali e personalità politiche, facilita la sedimentazione di un mondo interiore dirompente. Sarà il fratello, Ibrahim Tuqan, brillante poeta palestinese, a salvarla dalla disperazione iniziandola alla poesia.
Come dichiarerà lei stessa negli anni a venire, “l’assenza di una vita sociale e la non partecipazione alla vita pubblica durante l’età giovanile ostacolò l’integrazione nella società della quale era parte. E poiché la conoscenza di sé si completa e definisce in relazione a quella degli altri, si sentiva una donna alla quale era stata negata la possibilità di sviluppare in modo pieno e soddisfacente la propria persona”. Ciò a cui anela è la libertà individuale, la facoltà di poter esprimere se stessa. Sulla base di queste premesse, le sue prime opere poetiche sono incentrate sulla denuncia della condizione femminile e della relativa mancanza di autonomia decisionale. In una seconda fase, le sue poesie rivestono i toni politici di disappunto dell’occupazione israeliana, ma ciò accadrà dopo la sua emancipazione, sancita dal suo trasferimento in Inghilterra, ad Oxford, per conseguire la laurea in letteratura inglese tra il 1962 e il 1964.
La presenza e la rilevanza delle donne palestinesi nel processo di creazione e mantenimento della cultura è massiccia. Esse contribuiscono attivamente a produrre testi letterari e poetici che arricchiscono la letteratura femminile della Resistenza. Il percorso non è stato semplice, in quanto caratterizzato da asperità riconducibili al tessuto sociale di appartenenza. Nonostante questo, lottano con e per la scrittura, nell’ambito di un processo di demolizione identitario messo in atto dal governo britannico prima, dal movimento sionista e dall’occupazione israeliana poi. Chi più delle donne, abituate a soccombere alla volontà patriarcale e maritale nell’ambito di una società immobile, è in grado di testimoniare e farsi portavoce di quegli anni di rovine e annichilimento generati dalla Nakba e spinti fino alla guerra del 1967?
Fadwa Tuqan, la poetessa della Palestina, vive tra il 1917 ed il 2003, tra la Palestina e l’Inghilterra. In quegli anni sarà una delle protagoniste letterarie che attraverserà i quattro distinti periodi in cui la poesia palestinese contemporanea è divisa: il Neo-Classicismo, che coincide con la prima ondata d’ immigrazione ebrea in Palestina all’inizio del Novecento; il Romanticismo, che segue la Dichiarazione Balfour del 1917; la Poesia Nuova, in linea con la Nakba - la disfatta del 1948 – e la Poesia di Resistenza, che si afferma dopo la guerra del 1967. Fadwa Tuqan percorrerà con la sua poesia e per mezzo della sua lotta personale l’intero percorso evolutivo della produzione poetica; ed è per questo motivo che la sua opera è in grado, sapientemente, di illustrare la varietà di contenuti e di stili espressivi della poesia della Palestina.
Nei primi anni del Novecento la nascita del nazionalismo arabo porta alla creazione di università e circoli culturali dove si riuniscono intellettuali, poeti e scrittori che agiscono in vista della diffusione delle idee nazionaliste e dello spirito di ribellione al mandato britannico e al movimento sionista. A Nablus, citta natale di Fadwa Tuqan, nasce quella che è oggi l’Università di Najah che assieme al proprio circolo culturale anima le manifestazioni nazionalistiche. Il movimento nazionalista arabo comincia a coinvolgere anche le donne, aspetto favorito dalla scolarizzazione e dall’apertura delle scuole ad entrambi i sessi. Fadwaè parte attiva di questi movimenti degli anni Sessanta, unendo l’impegno politico alla scrittura. E’ di questi anni la sua prima raccolta di poesie, di genere politico, intitolata al-Lailwa al-Fursan, tradotta con “La notte ed i cavalieri”, edita a Beirut nel 1969. Si tratta di 24 poesie che raccontano la vita dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana. La relazione tra occupato ed occupante è descritta in termini di violenza fisica, psicologica e culturale; l’obiettivo era quello di svilire e cancellare una civiltà, attraverso la creazione di nuove mappe, la riscrittura dei libri scolastici secondo la versione israeliana della storia, l’uccisione di molti intellettuali.Particolarmente espressiva è la poesia Ahatamamsubbak al-ttesarih, “Sospiri davanti allo sportello dei permessi”, scritta per illustrare l’umiliazione dei Palestinesi costretti ad attendere per ore in fila il permesso per attraversare il Giordano ed entrare in territorio israeliano (possibilità proibita fino al 1967):
Fermarmi sul ponte
Ahimè! Mendicare, sì, un permesso di attraversata!
Soffocare, perdere il fiato
Nel caldo del mezzodì
Sette ore di attesa
Ahi! Chi ha rotto le ali del tempo?
Chi ha paralizzato le gambe al giorno?
Il caldo mi flagella la fronte
Ed il sudore mi colma gli occhi di sale.
Ahimè! Migliaia di occhi
Sono fissi con calorosa ansia
Allo sportello dei permessi;
sono specchi di angoscia,
titoli di ansia e di pazienza.
Ahimè! Mendicare un permesso!
E la voce di un militante straniero
Scoppia furiosa come uno schiaffo
Sul volto della folla:
«Arabi…Disordine…Cani!…
Tornate indietro
Non venite vicino al cancello!
Indietro!…Cani!…»
Una mano sbatte con rabbia lo sportello dei permessi,
chiudendo ogni possibilità
in fronte alla folla che preme.
Umiliata la mia umanità,
pieno di amarezza il mio cuore
e il mio sangue è tutto veleno e fuco!
«Arabi! Disordine! Cani!»
O santa vendetta del mio popolo offeso!
Ormai ho solo da attendere,
ma il momento giungerà…
il momento della giustizia e della vendetta!

La poesia esprime sentimenti forti, il senso di vendetta vince il dolore. Vi è poi una seconda raccolta di componimenti politici, ala Quimmat al-Dunya Wahida, “Sola sulla cima del mondo”, pubblicata a Beirut nel 1973. In questa raccolta di undici poesie emerge il dolore di fronte all’indifferenza del mondo, ma anche la retorica vuota di cui Fadwa Tuqanaccusa il suo popolo, lamentando che questo sembrasse assuefatto all’occupazione. Finchè nel 1987 scoppia la prima Intifada. I giovani palestinesi combattono lanciando pietre e bruciando copertoni, ma la lotta è impari e il sacrificio umano è spaventoso.
Centinaia di giovani muoiono e il ruolo del poeta muta. Questi, da allora, avrebbe avuto il dovere di offrire un sostegno emotivo ai giovani della Resistenza; spettava alla poesia, d’ora in poi, incitare lo spirito giovanile ed offrirgli un appoggio morale. Ai giovani martiri palestinesi FadwaTuqan dedica la poesia Suhada al-intifadah “I martiri dell’Intifada”. I versi finali recitano:
Sono morti in piedi,
illuminando il cammino scintillanti come stelle,
baciando le labbra della vita.
Si sono alzati di fronte alla morte
Poi sono scomparsi come il sole.

Infine, va menzionata la terza raccolta di poesie politiche Qasa id syasia, “Poesie politiche”. Sono poesie di “liberazione”, finalmente la poetessa si libera dalle reti familiari e sociali e individua il suo ruolo che le varrà la fama di prima poetessa della Palestina. Nena News
- See more at: http://nena-news.it/la-poesia-politica-femminile-in-palestina/#sthash.PyQebRCB.dpuf

Nessun commento:

Posta un commento