L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 12 ottobre 2015

Infrastrutture digitali, fibra ottica, l'unica che ha delle idee e Telecom (che deve essere italiana) e non sono dovute alla proprietà degli stranieri ma ai dirigenti. Governo in pappole

Il caos della banda ultra larga italiana

Ritardi nella costruzione di nuove reti per via degli indugi sui prossimi bandi di gara con i miliardi disponibili. Dubbi anche sulla fibra ottica nelle case in tutta Italia. Gli operatori litigano e il Governo è diviso al suo interno
fibraottica
Dietro i sorrisi, le strette di mano e le dichiarazioni di ottimismo che hanno tenuto banco a Capri – l’evento (di EY) annuale più importante sul mondo delle telecomunicazioni – c’è un’altraverità, sul futuro della rete banda ultra larga in Italia.
Gli operatori non hanno ancora capito se e come mettersi d’accordo per lavorare assieme. E non è che il Governo abbia le idee chiarissime.
L’abbiamo percepito, all’evento dell’8-9 ottobre, un po’ dagli annunci che si sono succeduti e un po’ (soprattutto) dai discorsi fatti a margine con gli addetti ai lavori. Si sa, scesi dal palco le persone parlano più chiaramente.
La massima chiarezza in un intervento ufficiale l’abbiamo vista da Angelo Cardani, presidente di Agcom, che senza diplomazia (com’è suo solito) ha detto che rispetto all’anno scorso nei fatti è cambiato pochissimo. E che ora forse qualcosa sta cambiando solo perché il Governo si è mosso, con 2,2 miliardi di euro per la nuova rete (che si sommano a circa 2 miliardi già disponibili).
Gli ha fatto coro, subito dopo, Roberto Viola, direttore generale dell’Agenda Digitale della Commissione europea. Ha ricordato che l’Italia resta agli ultimi posti su tutti gli indicatori per uso di internet e copertura banda ultra larga. E che anche per diffusione di internet mobile siamo (un po’) in ritardo, smentendo  la fanfara degli operatori (e di ahimè molti addetti ai lavori) su come “su internet mobile siamo eccellenza in Europa”, “siamo una squadra fortissimi” eccetera.
Tutto ciò nonostante abbiamo una copertura - secondo dati aggiornatissimi di EY – del 95% della popolazione per il 4G e del 35% per la fibra (anche se Telecom Italia al convegno ha “gonfiato” con un improbabile 45-50%). Ossia circa il doppio rispetto a dodici mesi fa.
Ma la cosa più grave non sono tanto i perduranti ritardi, quanto l’assenza di una visione Paese comune. Spicca la mano tesa di Telecom Italia che, per bocca dell’amministratore delegato, si dice disposta a una tregua (pax regulatoria) e persino a fare una transazione agli operatori concorrenti (pagarli) per chiudere la guerra nei tribunali (ci sono cause da 2 miliardi di euro per disservizi ai danni degli utenti e di cui Telecom è accusata di essere la causa).
Però sulla sostanza non c’è accordo. Detta in breve: a oggi ci sono circa 4 miliardi di euro disponibili (e 3 miliardi in arrivo) per fare la rete banda ultra larga nelle zone in cui gli operatori non vogliono investire con le sole proprie forze. Gli amministratori delegati di Fastweb e Wind hanno detto che non va bene l’attuale sistema con cui finora, al Sud Italia, lo Stato ha dato soldi agli operatori per fare le reti in quelle zone. Ossia temono che i nuovi miliardi andranno tutti a Telecom Italia, il solo partecipante ai bandi di gara finora emessi. Sostengono che Telecom è troppo avvantaggiata, nella costruzione della nuova rete, perché fa leva sulle proprie infrastrutture già presenti. Vorrebbero che lo Stato faccia da sé la rete, nelle zone dove loro non investono; anche in partnership con un operatore terzo (come Metroweb) o con Enel.
Telecom invece sostiene che il metodo attuale va benissimo ed è il solo che ha funzionato finora per andare spediti sulla copertura- fa fede l’esempio con cui il Sud si sta avvicinando a quota 75 per cento di popolazione raggiunta da banda ultra larga.
Due visioni opposte e il Governo è al centro, ancora indeciso sulla strada da prendere. E dipenderà anche dal ruolo di Enel, che parteciperà all’impresa con proprie risorse e infrastrutture.
Né è ancora chiaro se andranno soldi pubblici nelle zone dove gli operatori stanno già investendo – circa il 70% della popolazione - per aiutarli a estendere la fibra ottica fino alle case. Gli operatori temono che ne possano venire distorsioni del mercato e l’Europa non ha ancora sciolto le riserve.
In questo quadro, ciò che si rischia sono due cose. Da una parte, ritardi nella costruzione di nuove reti per via degli indugi sui bandi di gara; dall’altra, la possibilità di avere fibra ottica nelle case diffusa in Italia.
L’autore è direttore di Agendadigitale.eu (gruppo Digital360) e giornalista esperto di telecomunicazioni e politiche digitali

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