L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 15 ottobre 2015

Mosler Economic Modern Money Theory, l'inflazione è data dalla carenza dei prodotti anche in presenza di eccesso di denaro, che di fatto non c'è nelle tasche dei -consumatori/cittadini/persone/lavoratori/pensionati/redditi da lavoro- anzi la politica degli euroimbecilli riduce fortemente salari/stipendi/pensioni. Gli euroimbecilli applicano politiche Neoclassiche e Neoliberiste che escludono la Piena Occupazione, cioè una Finanza Funzionale per i popoli

L’inflazione non è questione di moneta, ma di (piena) occupazione
15 ottobre 2015




Inflazione: una questione solo monetaria?
Roma, 15 ott – In modo del tutto prevedibile, Draghi ha annunciato che per tornare ad un tasso d’inflazione annuale del 2% occorrerà un non ben specificato “più del previsto”.

Può essere una buona occasione per fare qualche ragionamento intorno a questo misterioso argomento che tanto turba il sonno dei liberisti, in modo da far capire per quale motivo, in effetti, Draghi ha semplicemente detto che l’acqua bagna o il fuoco brucia.

Oramai il lavaggio del cervello delle masse è arrivato al punto tale che si accetta acriticamente la teoria quantitativa della moneta (in cui, peraltro, era caduto anche Pound), ovvero l’idea dell’inflazione come fenomeno monetario. Gli economisti neoliberisti ci dicono che la colpa dell’inflazione è dello Stato parassita che “stampa moneta” per coprire i suoi disastrosi deficit di bilancio, e quindi dato che c’è più moneta a caccia degli stessi beni e servizi, è naturale che i prezzi si alzino.

Il ragionamento, a livello teorico, fila, lo capirebbe anche un bambino. Ma si è mai visto un bambino capire qualcosa di qualsivoglia argomento al di fuori dei film di Hollywood? No, ed in effetti la teoria quantitativa della moneta è una fantozziana “cagata pazzesca”. A parte che non è lo stampare moneta ma lo spenderla che ha effetto sull’economia reale, aumentare la spesa (in gergo la “domanda aggregata”) potrebbe certo produrre un aumento dei prezzi, ma se la logica non è un’opinione, solo ed esclusivamente nel caso in cui le imprese non riescano ad adeguare l’offerta di beni e servizi in tempi ragionevolmente rapidi. Esiste però, in situazioni normali, un solo caso in cui esso possa accadere: la piena occupazione.


Abbiamo detto più volte che compito di un governo serio sarebbe quello di effettuare investimenti pubblici in disavanzo, sostenuti direttamente o indirettamente dalla banca centrale per riassorbire la disoccupazione, abbattere la pressione fiscale ed incrementare la produttività del lavoro. Se e quando si raggiungesse quindi la piena occupazione, sarebbe però d’uopo riassorbire il deficit, per evitare impennate inflazionistiche fuori controllo, ma si capisce facilmente che questo è un caso del tutto particolare, e non può essere usato per spiegare una tendenza generale.

Quindi, da cosa dipendono i prezzi? La risposta potrà apparire banale, ma una impresa fissa i prezzi sulla base, essenzialmente, dei costi che deve sostenere: salari, energia, tasse, interessi, fornitori, ecc…

Concentriamoci sulla prima di queste voci, che è poi il maggiore dei costi incomprimibili e chiediamoci esattamente quando è che i salari aumentano. Per la legge della domanda e dell’offerta, i salari aumenteranno quando il lavoro sarà più scarso, ovvero la disoccupazione più bassa, ovvero i sindacati più forti e quindi capaci di strappare salari più alti alla parte datoriale.

Tramite la sua spesa pubblica in deficit lo Stato è in grado di riassorbire la disoccupazione, e questo ha appunto effetti inflattivi. Certo, dato che anche la produttività cresce – perché si investe in infrastrutture e capitale fisico – e l’aumento del potere d’acquisto dei lavoratori in situazioni normali sarà maggiore dell’aumento dei prezzi se le politiche di spesa sono oculate, e se magari alle imprese vengono offerte condizioni fiscali più umane, ergo si potrebbe dire che gli unici che ci rimettono veramente da una politica fiscale espansiva siano banche e redditieri, che vedono i loro asset finanziari svalutarsi gradualmente.

Questo è vero solo in parte, come già notava Michał Kalecki, economista polacco contemporaneo di Keynes, che aveva compreso le implicazioni meramente politiche del pieno impiego, contrariamente al Lord inglese che considerava la questione solo dal punto di vista macroeconomico. Gli imprenditori, che pure dalla piena occupazione avrebbero da guadagnarci, sono stati “catturati” all’interno della narrazione imposta da banche e redditieri per un motivo squisitamente politico. Nella piena occupazione, infatti, salta la disciplina del lavoro e la pace sociale, non essendo più il licenziamento uno strumento cogente di politica aziendale. Per cui, nota Kalecki, è preferibile un minor profitto compensato però da un maggior potere e quindi ruolo sociale e politico.

Ovviamente è un discorso suicida, in particolare per le pmi che contrariamente alle multinazionali non possono abbattere i propri costi delocalizzando, perché ha portato i governi a rinunciare al controllo sulla propria banca centrale, finendo strangolati dagli interessi usurai imposti dai “mercati” e quindi rinunciando (o comunque ridimensionando notevolmente) ogni politica di sostegno alla domanda aggregata.

In questa situazione, solo i detentori di asset finanziari, i cosiddetti creditori prosperano a causa della bassa inflazione, mentre anche le imprese languono per la progressiva erosione del mercato. Certo, è colpa anche loro, perché già Ford aveva capito che non si può avere la botte piena (alti profitti) e la moglie ubriaca (bassi salari), ma in effetti lui era un illuminato.

Ci vorrebbe un sistema più efficiente di mediazione politica del conflitto distributivo, perché oramai si è visto che la mera “concertazione” ha avvantaggiato solo la parte datoriale la quale si è così suicidata ed è oramai in balia del capitale straniero. Che sia giunto il momento per un nuovo corporativismo?

Forse, l’importante è comunque aver capito cos’è veramente l’inflazione e quale è la portata politica del suo controllo. E quindi capiamo anche perché Draghi sta semplicemente mentendo:il suo futile Quantitative Easing non inietta liquidità nell’economia reale, non pompa la domanda aggregata, ma semplicemente assorbe nel bilancio della Bce asset marci di varia natura (in particolare titoli di Stato) abbattendone i rendimenti.

Non avremo la piena occupazione in questo modo. Solo l’ennesima bolla speculativa finanziaria.

Matteo Rovatti

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