L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 14 ottobre 2015

Renzi&Lotti, capolavoro, Costituzione con una Camera e mezza

Sì alla riforma, Renzi: «Un capolavoro»

Carlo Bertini
L’aula di palazzo Madama
«Abbiamo fatto un capolavoro, tutti insieme, da oggi è chiaro che la legislatura finisce nel 2018 e abbiamo due anni e mezzo per finire il lavoro». Matteo Renzi con i suoi uomini esulta per un risultato che blinda la vita del governo e gli assicura forza nella partita europea, alla vigilia di «una legge di stabilità che lascerà il segno».
Il Senato mette la parola fine al bicameralismo paritario, con un voto che per dirla con la Boschi «non è ancora il passaggio finale, ma è quello fondamentale»: anche se mancano tre giri di boa, il testo ora è quello definitivo. «Basta ping pong tra le Camere, tempi certi per approvare le leggi e meno poteri alle regioni», è la sintesi che ne fa il ministro.
Esce dall’aula con il pollice in su sgranando un sorriso da giorni di festa Luca Lotti, il braccio destro del premier.
E ha le sue ragioni, perché pure grazie alla ritrovata unità del Pd (solo quattro dissensi, Mineo, Tocci, Casson e Tronti), la riforma passa con 179 voti: maggioranza così abbondante che senza i 13 sì del gruppo di Verdini la soglia magica del 161, cioè la maggioranza piùuno sarebbe stata superata senza patemi. Non si apre dunque un problema politico per il governo.



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