L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 30 novembre 2015

2- La Fratellanza Musulmana, che vuole la sharia, utilizza l'Islam per i propri scopi, le istituzioni italiane TUTTE l'assecondano

1-  La Fratellanza Musulmana, che vuole la sharia, utilizza l'Islam per i propri scopi, le istituzioni italiane TUTTE l'assecondano
 
 http://www.progettoalternativo.com/2015/11/la-fratellanza-musulmana-che-vuole-la.html
29/11/2015 08:21

TERRORE ISLAMICO


L'Islam radicale d'Italia tra armi e soldi alla jihad


Il nostro Paese crocevia di traffici illegali. Alcuni imam coordinano i finanziamenti per la Siria IL DOSSIER/1 Così l’Islam più radicale s’è preso l’Italia



    terr

    Ecco la seconda puntata del dossier realizzato dal Centro internazionale antiterrorismo israeliano, in parte già anticipato da Il Tempo Lo studio è stato ultimato con la collaborazione di Michele Groppi, che ha ampliato e aggiornato i dati raccolti dall’ICT di Herzliya.
     
    Anche prima degli attentati dell’11 settembre, l’Italia svolse un ruolo rilevante nel fornire alla Jihad internazionale sostegno logistico e finanziario. Nel 2000, i funzionari italiani fecero irruzione nell’abitazione del signor (...)a Busto Arsizio, vicino a Milano. Le autorità scoprirono che, assieme al suo amico (...) il quale possedeva una società denominata Servizio Lavoro, aveva raccolto e trasferito fondi diretti a jihadisti in Cecenia. Ciò che attirò l’attenzione degli investigatori fu il fatto che tale società non produceva nulla, non contava dipendenti e tanto meno nessun cliente, ma disponeva di più di 200 milioni di vecchie lire. Su diversi conti bancari, aveva, inoltre, ricevuto ingenti quantità di denaro, alcune delle quali erano state inviate all’estero, tra cui 7 milioni a Londra e 60 milioni a Dubai. La polizia rinvenne anche copie di passaporti falsi e 40 cassette propagandistiche con immagini di guerra e vittime del conflitto ceceno. Nonostante un certo numero di Imam abbia organizzato e diretto la raccolta e la spedizione di fondi e combattenti in vari teatri di Jihad, rigorosi controlli su scala nazionale e internazionale hanno ostacolato con successo pericolosi tentativi di finanziamento del terrorismo islamico.
     
    LOGISTICA E FINANZIAMENTI
    Tuttavia, gli stessi funzionari italiani hanno motivo di credere che grandi quantità di donazioni da parte dei fedeli, le Zakat, abbiano attivamente sostenuto la Jihad e altre attività terroristiche in Cecenia, Afghanistan e Iraq, in quanto è assai arduo rilevare ogni provenienza e movimento dei fondi Zakat. Ciononostante, certo è il ruolo dell’Istituto Islamico di Viale Jenner, a Milano, nell’offrire un sostegno a livello finanziario alla Jihad internazionale. Fornendo pasti caldi, libri e carne Halal, si è stimato che le entrate annuali dell’Istituto siano perfino ammontate a 400.000 euro. In combutta con altre aziende minori (...) l’Istituto fu coinvolto nella produzione di visti di lavoro falsi (per 2.500 euro), necessari per la richiesta di permessi permanenti. In dettaglio, agli immigrati regolari fu data la possibilità di acquistare visti di lavoro falsi per 2.500 euro, ma coloro i quali avessero sostenuto la causa islamica potevano acquistare tali documenti per 700 euro. In questo modo, Viale Jenner fu in grado di aumentare il proprio fatturato annuo e finanziare il terrorismo islamico. Inoltre, nel settembre 2002, la polizia italiana fermò una vettura proveniente dalla moschea bolognese El Nur, la quale conteneva 4.500 euro, ovvero la stessa quantità di denaro proveniente dalle donazioni Zakat. Tali donazioni erano destinate all’Imam di (...) a quanto appare, al fine di finanziare un’operazione terroristica straniera denominata «Partita di Calcio». Nel corso della primavera del 2003, la polizia bloccò ripetuti trasferimenti di denaro provenienti dalla Germania e diretti a Mourad Trabelsi, l’Imam di Cremona. Seppur non si trattasse di ingenti quantità di denaro (da 1.500 a 3.000 euro), tali cifre erano costantemente trasferite a loro volta sul conto corrente del signor Drissi Noureddine, il quale lo rispediva al campo di Ansar Al Islam nel Kurdistan iracheno. Seppur l’aumento e l’efficacia di rigorosi controlli abbia favorito il ricorso alle donazioni "Zakat" generando circostanze in cui gli Imam hanno giocato un ruolo centrale nella raccolta e nel trasferimento di tali fondi- tuttavia, anche altri traffici illegali sono stati utilizzati dalla rete terroristica. Nel 2010, ad esempio, Eurojust, la società europea per la cooperazione giudiziaria, smantellò una rete clandestina con ramificazioni in tutta Francia, Gran Bretagna e Italia174, la quale, attraverso l’immigrazione illegale e lo spaccio di droga, finanziava in modo attivo il terrorismo islamico. La società, formalmente composta di soli cinque membri, tutti residenti nella periferia di Milano, fu accusata di facilitare l’ingresso di cittadini pakistani e afghani in Italia, fornendo loro i documenti falsi necessari, per poi agevolare il loro trasferimento in Germania, Belgio, Svezia, Gran Bretagna e Norvegia. Infine, seppur non prettamente legate al terrorismo internazionale di per sé, compagnie del gruppo (...) e della finanziaria (...) furono al centro di indagini per contatti con esponenti del terrorismo islamico. Infatti, i sospetti iniziarono nel gennaio del 2012, quando un’agenzia investigativa (...) segnalò la presenza di un imprenditore siriano che avrebbe depositato in finanziaria 150 milioni di dollari. Si scoprì che, «da informazioni riservate risulta segnalato come persona che finanzia e appoggia il terrorismo islamico».
     
    IL LINK CON LE MAFIE LOCALI
    Un’ulteriore minaccia posta dal terrorismo islamico è un inquietante legame con le mafie locali. Non a caso, sin dal 1995 il porto di Napoli è diventato una solida base per gli estremisti provenienti dal Maghreb. Una volta acquisiti dagli stessi clan documenti falsi e armi, alcuni estremisti musulmani furono fermati proprio nel capoluogo partenopeo in procinto d’imbarcarsi verso i Balcani e altre destinazioni europee. Nel 2005 e nel 2006, inoltre, le autorità italiane smantellarono una serie di reti illegali che collegavano Milano, Roma, Napoli, Marsiglia e Algeri. In particolare, la polizia napoletana scoprì un solido legame tra la Camorra e il GIA, il Gruppo Islamico Algerino di matrice salafita. Una volta sbarcati a Napoli, i membri del GIA potevano disporre di alloggi e usufruire di posti di lavoro come venditori ambulanti, documenti falsi e armi. Dopo un breve periodo di tempo, la stessa Camorra si sarebbe occupata dell’arrivo sicuro dei membri del GIA a Marsiglia, Algeri e Tunisi. Sull’orlo della guerra irachena del 2003, invece, fu fermato nel porto di Genova un sospetto ingente carico di armi chimiche diretto in Libia. In dettaglio, le fiamme gialle e gli ispettori dello Svad, il Servizio antifrode della Dogana all’interno, sequestrarono 50 tonnellate di prodotti chimici, cosiddetti «precursori per la fabbricazione di armi di distruzione di massa», ovvero sostanze senza cui non si possono costruire strumenti di morte come il gas iprite, gas che, secondo gli americani, Saddam custodiva nei depositi segreti.
     
    I TRAFFICI DI ARMI
    Tuttavia, ciò che preoccupò le autorità competenti fu la provenienza della merce in questione, prodotta in una fabbrica tedesca e spedita da una società di Bruxelles con stretti legami con cittadini musulmani in Libia. Le società belga e libica sostenevano che la merce era regolarmene dichiarata e serviva per la fabbricazione di pesticidi, ma gli inquirenti ribatterono che la documentazione di accompagnamento fosse falsa e soprattutto, dopo aver consultato direttive e regolamenti internazionali, ritennero che il prodotto avrebbe potuto essere utilizzato per fabbricare armi micidiali. Infatti, data la natura sospetta di legami da parte della società e del vero scopo della spedizione, le autorità sospettarono che il carico di prodotti chimici diretto in Libia sarebbero potuto essere dirottato proprio in Iraq. Sempre nel porto di Genova, ma nel 2009 - seppur non abbia ricevuto una considerevole attenzione mediatica - una società di trading iraniana (...) venne indagata per l’esportazione illegale di alta tecnologia made in USA - vietata dall’embargo imposto all’Iran - nonché di tecnologie militari e nucleari. Seppur non sia stato trovato alcun legame con gruppi terroristiciun altro caso che fece scalpore fu quello di un carico di armamenti proveniente dall’Italia e diretto in Iran. Grazie alla collaborazione con le autorità inglesi e rumene, il 3 marzo 2010 funzionari italiani smantellarono una rete dedita al traffico di armi tra Italia e l’Iran. Anche se il suo fine d’uso resta tuttora dubbio, le autorità ebbero motivo di sospettare che la maggior parte del materiale sequestrato avrebbe potuto sostenere il terrorismo internazionale. Difatti, la polizia milanese sequestrò una grande quantità di proiettili traccianti, esplosivi provenienti dall’Europa Orientale e una miscela altamente infiammabile di prodotti chimici, utilizzati come munizioni, meccanismo d'innesco e bombe incendiarie.
     
    SOS E 007
    La polizia confiscò, inoltre, dei paracadute, un elicottero, elmetti da aviatore e 120 mute subacquee destinati ad uso militare. Un altro caso sostanzialmente simile fu quello che ebbe luogo nel porto di Napoli nel 2012, quando le autorità israeliane avvertirono i colleghi italiani di armi contenute in 5 containers. La sera del 7 dicembre, gli uomini della Polizia marittima di Napoli seguirono la pista proveniente da una «fonte sicura», ovvero i servizi segreti israeliani, sequestrando un carico di armamenti che viaggiavano in maniera assolutamente coperta con falsi documenti di accompagnamento, diretti verso un paese del Nord Africa. Dai documenti di carico emergeva che i container dovessero trasportare "laterizi", cioè mattoni e altro materiale edile, mentre, invece, al loro interno erano presenti pistole lanciarazzi, bazooka e altre armi pesanti, peraltro non assemblate. Nonostante la nave, in transito nel porto di Napoli, sulla quale viaggiavano i cinque container intercettati, fosse diretta al porto di Alessandria d’Egitto, le autorità credettero che l’arsenale ritrovato fosse in realtà destinato alla Palestina o alla Siria.

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